lunedì 9 aprile 2007

La democrazia e i partiti.


I partiti sono essenziali.

Sarebbe possibile una democrazia dove i leader con il loro carisma si sostituiscono ai partiti?


La risposta non può che essere: no !


Un altro problema relativo ai partiti è la carenza di programmi e progetti politici, per cui i partiti non si distinguono fra di loro in maniera chiara.


In Italia la cosiddetta “democrazia” non è altro che un sistema di partiti, i quali non propongono un quadro di riferimento programmatico e di opzioni, e quindi gli elettori si esprimono a vuoto e la politica produce il vuoto.


Dice Kelsen1Solo l'illusione o l'ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza partiti politici”. Ovvero i partiti sono necessari, ma se i partiti non funzionano come dovrebbero, la spiegazione risiede nel fatto che in Italia i partiti, benché ridotti ai minimi termini, sono centri di potere con correnti e gruppi che non sono espressione di ideali politici e di pensiero, ma portatori di interessi dei burocrati, di lobbies e di capitalisti pubblici e privati.

Da questi attingono finanziamenti e sostegni nelle competizioni elettorali. La campagna elettorale di alcuni leader, costata decine di miliardi senza che nessuno li ostacoli, non può essere finanziata da società e gruppi finanziari esterni ai partiti, al di fuori di qualsiasi controllo.

Poche famiglie di industriali e finanzieri detengono il potere economico e controllano in modo diretto o indiretto le principali fonti di informazione attraverso le quali canalizzano il consenso delle masse. Il conflitto di interessi dilaga e inquina i partiti.


I partiti hanno perso la loro centralità (ovvero non sono più credibili e i cittadini sono scettici) e sono privi di capacità di selezione e formazione del personale politico.


La degenerazione dei partiti ha comportato l'esplosione di fenomeni di personalismo con l'irruzione sulla scena politica di soggetti ad alto reddito personale, capaci di condizionare pesantemente lo sviluppo della vita democratica.

Ma questo grazie alle carenze di una politica asfittica e troppo spesso consociativa2.


E' bene dire le cose come stanno: i conflitti di interesse che investono diverse persone e settori, il sistema degli appalti a trattativa privata, la moralizzazione dei partiti non sono risolti perché non si vuole risolverli, e non per una semplice distrazione. Così come appare ridicolo erigere barricate e gridare contro il sistema delle concessioni nelle grandi opere pubbliche, che sono state inventate dalla Democrazia Cristiana (1942-1994) ma tenute in vita dai vari Governi di centro destra e di centro sinistra.


La degenerazione dei partiti è stata possibile grazie all'assenza di regole e controlli sul loro funzionamento. La vita dei partiti si è così spenta fino ad isterilirsi. Intanto è riesploso il fenomeno dei falsi tesserati e dell'aumento del numero degli iscritti in fasi delicate come il rinnovo di cariche interne, fenomeno che non ha riguardato solo Forza Italia (destra) ma anche i DS (sinistra) nella battaglia politica tra le varie correnti. Il fenomeno del tesseramento selvaggio, che aveva caratterizzato in tempo la Democrazia Cristiana dei Gava, sarebbe stato impensabile ai tempi di Enrico Berlinguer ed Alessandro Natta, per i quali anche nella competizione politica più aspra esisteva un argine morale non superabile.

Quale è la ragione di tutto questo? I pacchetti di tessere servono a mantenere e a consolidare l'influenza interna delle nomenclature immarcescibili e dei gruppi organizzati e a regolare i rapporti nella spartizione del potere nelle opere pubbliche, nella RAI, nella scelta dei candidati al parlamento e dei vertici dei grandi enti pubblici privatizzati.


Ma il problema non è più solo dei programmi che non esistono. E' degli uomini che non rappresentano più gli interessi e i valori. Nessuno ha interesse a bloccare un processo che coinvolge un po' tutti. Il ricorso alla riforma degli Statuti per moralizzare la vita dei partiti non inganna più nessuno. L'idea portante è quella di creare un partito aperto e garantista. Tra le novità assolute c'è quella dell'anagrafe degli iscritti, che deve servire a contrastare il fenomeno del falso tesseramento. Altra novità di rilievo sono le sanzioni disciplinari, la valorizzazione delle donne e la previsione della procedura di sostituzione del segretario generale del partito in caso di dimissioni o di impedimento. Nulla di fatto accade per l'anagrafe degli iscritti. Anche l'impegno di portare le donne al 40% negli incarichi di direzione nel partito si è disciolto come neve al sole.


Cosa fare? Rassegnarsi a questo stato di cose?


La strada da percorrere non è quella delle fondazioni, che pure sono utili e stimolanti, ma la gestione democratica e trasparente dei partiti, con regole sul loro funzionamento.

Che non siano affidate a Statuti interni, inesistenti o violati. A ben riflettere, la crisi dei partiti è stata voluta da coloro che costituiscono la loro leadership. E vediamo perché. Sul piano giuridico i partiti, pur essendo previsti dalla Costituzione (art.49) come soggetti politici essenziali alla democrazia, sono semplici associazioni di fatto non riconosciute (sic) – sembra incredibile ma è così – disciplinate dagli articoli 36 e seguenti del codice civile. Come tali esse non sono soggetti ad alcun controllo né di rango Costituzionale, né di altro genere. La ragione di tutto questo è nella insufficienza della legislazione costituzionale e nella mancanza di una legge ordinaria in grado di fissare delle regole sulla democrazia interna, sull'accesso ai partiti e sulla tutela degli iscritti. Ma non solo su questo. Essendo divenuti centri di potere, ad essi si accede di regola solo con un processo di cooptazione, quasi sempre dall'alto. E questo urta contro il diritto di qualunque cittadino che professi le stesse idee a iscriversi per esercitare un proprio diritto pubblico analogo al diritti di voto. La Costituzione prevede il diritto dei cittadini di associarsi nei partiti per concorrere con metodo democratico a formare la politica nazionale. Ma a parte ciò,è evidente che i partiti, pure rappresentando interessi necessariamente particolare della realtà sociale, svolgono una funzione pubblica che non può essere abbandonata a sé stessa, come è adesso. Sicché quando i partiti sono, come oggi, senza statuto pubblico, si lascia scoperto uno dei settori più delicati della vita politica e si lasciano senza garanzia i cittadini. Una situazione del genere può andare bene quando i partiti sono semplici macchine elettorali, che entrano in catalessi una volta terminata la battaglia delle elezioni. Oggi che essi sono organi permanenti e capaci di incidere costantemente sulle scelte politiche del Governo e sulla politica sociale, una battaglia al loro interno può avere conseguenze sulla direzione della cosa pubblica, e dunque sui cittadini, anche su quelli che non militano nel partito in questione. Da qui la conseguenza che non è più tollerabile la gestione autoritaria e arbitraria dei partiti da parte della leadership, non solo nell'area della maggioranza ma anche in quella della opposizione.


Ma qual' è la situazione dei partiti in altri paesi di avanzata democrazia?


Sicuramente meno drammatica che in Italia.

Tratto comune ai partiti operanti negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito e in Germania è stato il progressivo affermarsi di un modello nuovo di partito, sintesi dei due modelli definiti da Maurice Duverger del partito dei “notabili” e di “quadri” e del partito di massa. Si tratta di una forma partito – definita “catch all party” da O.Kirkeiner in “The transformation of the European Party System”, che privilegia il momento elettorale, proprio perché il potere dei leader è fondato sul successo elettorale. Chi vince guida il partito, chi perde se ne va a casa. La tattica politica e la scelta dei canditati sono condizionate dall'opinione dell'elettorato, al quale, prima ancora che ai militanti, i leader si rivolgono. E' l'esatto contrario di ciò che avviene in Italia in cui le sconfitte elettorali, azinchè segnare la fine politica dei leader, ne vedono accrescere il potere e l'arroganza che tavolta superano la protervia degli stessi vincitori, come ha acutamente osservato Emanuele Macaluso.


In molte costituzioni europee i partiti hanno ottenuto un riconoscimento formale: è il caso dell'Italia, ma anche della Germania (art.21), della Francia della V Repubblica e della Spagna.

Ma l'anomalia italiana è l'unica nell'avere lasciato i partiti a livello di associazioni di fatto prive di controlli. Questo ha significato assenza assoluta di regole e quindi arbitri che si risolvono nella fine della democrazia.

E' utile ricordare che la Costituzione tedesca dichiara espressamente l'incostituzionalità dei partiti che “per i loro fini o per il comportamento dei loro aderenti, mirano ad intaccare o a rovesciare il libero ordinamento democratico”. Il Bundestag (parlamento tedesco), nel gennaio 1994, approvò la legge di riforma della legge sui partiti, sulla sua struttura nonché sul funzionamento.

L'art.10 di quella legge prevede che lo Statuto dei partiti deve contenere indicazioni riguardanti:

  1. l'ammissione degli iscritti

  2. le misure disciplinari previste nei confronti degli iscritti

  3. i motivi che legittimano le misure disciplinari

  4. gli organi abilitati ad erogarle


Di notevole interesse è il fatto che l'art.21 della Costituzione tedesca che disciplina i partiti è stato considerato rilevante non solo quanto alla incostituzionalità dei partiti antidemocratici, ma anche con riferimento al funzionamento della democrazia interna.


In Italia, ove nei partiti la democrazia interna è sistematicamente violata, la mancanza di un riferimento costituzionale espresso e di una legge ordinaria adeguata, rende i burocrati dei partiti praticamente inattaccabili e immutabili. Un autentico vulnus che ha impedito la nascita di partiti mediatori sociali e ha consentito il proliferare di partiti-associazioni a carattere famigliare senza regole. Gruppi di autocrati auto referenti, immarcescibili a qualunque sconfitta, attaccati alle poltrone. E si comprende perché quando i leader varano riforme che la maggioranza dei cittadini non condivide, si levano nei partiti sterili e flebili voci di protesta, ed alle grandi manifestazioni popolari si cerca di supplire con qualche intervista che cade nel vuoto.


Negli USA, il partito non ha forti connotazioni ideologiche né uno stabile apparato burocratico, poiché gli organizzatori si mobilitano al momento delle scadenze elettorali. Le caratteristiche dei partiti statunitensi possono riassumersi nel decentramento dei poteri al suo interno, nell'esistenza di una dettagliata regolamentazione interna dei militanti e nella non interferenza dei partiti nella scelta dei candidati alle cariche della Pubblica Amministrazione. Dopo le elezioni, il partito soccombente perde il suo capo e la leadership tende a diluirsi tra diverse personalità politiche.


In Inghilterra, ove pure la leadership nei partiti è molto forte, vigono le regole rigorose comuni a tutti i partiti: tra queste, la sostituzione immediata del leader in caso di sconfitta elettorale, l'organizzazione di un congresso annuale o ogni due anni, la selezione dei candidati collegata alla scelta della base nell'ambito di una rosa di nomi predisposta dall'ufficio centrale del partito. In Italia invece i congressi sono rari e ciò rende impossibile alcun ricambio. I programmi e gli statuti vengono presentati già confezionati.


In Germania l'organizzazione dei partiti è molto complessa.

Il congresso del partito socialdemocratico si riunisce ogni due anni3. I candidati politici sono designati nell'ambito dei collegi elettorali, sulla base delle proposte provenienti dalle organizzazioni partitiche locali. Riguardo agli apparati, lo Statuto prevede che tutti i mandati e le funzioni di partito donne ed uomini siano rappresentati rispettivamente con il 40% dei posti.


In Francia vige l'incompatibilità tra mandato ministeriale e quello parlamentare ed il reclutamento non partitico del personale di Governo. E le controversie interne ai partiti sono normalmente pubbliche. Le donazione delle persone fisiche a favore di uno stesso partito non possono eccedere la cifra di undici milioni di lire. A partire dal 1995, sono stati invece vietati i contributi da parte delle persone giuridiche ai partiti e ai candidati.


Cosa occorre in Italia per una reale democrazia.


In Italia la sola strada da percorrere è una legge ordinaria che introduca una serie di regole inderogabili che prevedano la nascita e la registrazione di un nuovo partito alla presentazione di un programma politico nazionale, cioè di un progetto che concerna l'indirizzo politico generale del paese, anche se impostato sulla visione ideologica particolare propria di ciascun partito, alla stregua di ciò che avviene in Germania. Il controllo non può ovviamente estendersi al merito del programma perché ciò inciderebbe sulla autonomia politica dei partiti. Questo al fine di evitare il proliferare di partiti dello stesso stampo che finiscono per favorire il personalismo e il clientelismo.


Occorre prevedere – ed è questo un aspetto fondamentale sulla moralizzazione dei partiti – il controllo della gestione economica finanziaria dei partiti ponendo ad essi l'obbligo della rendicontazione delle loro entrate ed uscite e dei loro patrimoni, per rendere pubblici e trasparenti i loro finanziamenti.


Occorre inoltre:

  • assicurare per legge la par condicio dei partiti4, che abbiano un congruo numero di iscritti veri, nell'accesso ai mezzi di informazione nella politica ed elettorale;

  • vietare una pubblicità dei partiti assimilata a quella di tipo commerciale5.



La legge dovrebbe regolare a monte i conflitti d'interesse al fine di prevenirli, come accade in Germania, in Francia e negli Stati Uniti.


Ferdinando Imposimato,
in collaborazione con Niccolò Disperati


9 Aprile 2007




1Hans Kelsen: Giurista ceco, teorico del “normativismo” o dottrina pura del diritto.

2Consociativo: perseguimento di interessi particolari comuni a maggioranza e opposizione.

3Per consentire un ricambio frequente di persone e programmi. Per evitare che i congressi si tengano solo ogni 5 o addirittura 10 anni lasciando al vertice le stesse persone e mantenendo gli stessi programmi.

4La par condicio non esiste in Italia: alcuni partiti o gruppi di poteri detengono il monopolio dell'informazione TV. C'è una specie di video-crazia. Non esiste la parità di condizioni per l'accesso ai mezzi d'informazione.

5La politica deve spiegare le ragioni.

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domenica 11 marzo 2007

La legalità e le nuove forme di corruzione. Il conflitto d’interesse.

La legalità e le nuove forme di corruzione. Il conflitto d’interesse.

Nelle ultime  inchieste  giudiziarie di Milano e Roma mancano i classici reati di corruzione e di concussione che caratterizzarono la tangentopoli degli anni novanta.  Oggi  il fenomeno corruttivo ha trovato forme più sofisticate. E spesso coperte da leggi e provvedimenti amministrativi 1. A dominare la scena sono  l’insider trading e l’aggiotaggio. Il primo consiste nel fatto di chi abusa di informazioni privilegiate di cui è in possesso quale  azionista di una società o quale controllore per compiere operazioni speculative di acquisto o vendita.  Il secondo consiste nel comunicare notizie false, esagerate o tendenziose  o simulate per determinare una alterazione del prezzo di azioni o obbligazioni.  Vittime di questo mercato illecito sono gli ignari azionisti che vedono dissipati i loro sudati risparmi nello spazio  di un mattino.  In questi due fenomeni delittuosi si inserisce quasi sempre  la mancanza di controlli da parte degli organismi che tale funzione dovrebbero svolgere. E nei quali operano personaggi che dovrebbero essere arbitri imparziali ed invece si trovano in una posizione di  conflitto di interessi 2. Ed è proprio questo l’anello debole della nuova tangentopoli degli anni 2000: la mancata disciplina del conflitto come delitto autonomo, dopo la grave depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art 324 cp) avvenuta improvvisamente nel 1990 3. La quale ha consentito il prosperare di vecchie e nuove  forme di  criminalità che vanno sotto il nome di “colletti bianchi4 . Ed è proprio da questo che bisogna partire per capire ciò che di molto complesso sta accadendo.

Il conflitto d’interesse è  la situazione  apparentemente “legale” in cui viene a trovarsi un governante, un amministratore, un banchiere, un politico  o  un giudice, che anziché fare l’interesse pubblico nella sua attività istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi.

Esso viola anzitutto l’articolo 97 della Costituzione che impone alla PA di rispettare i principi del buon andamento e  dell’imparzialità. Viola codici deontologici. Ma non viola il codice penale.  Ed oggi è divenuto   il principale  strumento di  corruzione. Un cancro che affligge la politica, parte della magistratura e le istituzioni pubbliche e private da decenni. E che non si riesce a debellare. Proprio perché chi dovrebbe debellarlo – in primis il governo – versa in clamorosi conflitti di interessi e non ha interesse a risolvere il problema.  Anzi la legislazione varata va nella direzione opposta, che è quella di favorire operazioni societarie sottocopertura, che nascondono spesso il riciclaggio di capitali sporchi di provenienza delittuosa.  Quasi  sotto silenzio è passata una notizia del Corriere del  31 dicembre 2005,  sul  probabile  riciclaggio di capitali mafiosi nelle  varie scalate  bancarie  di questi anni.   La Guardia di Finanza avrebbe scoperto nel 2005 che  uno degli immobiliaristi 5  che controlla una ragnatela di società in tutto il mondo,  coinvolto come “concertista” nell’operazione Antonveneta e  come  titolare di azioni della BNL  poi cedute ad Unipol in vista della scalata alla Banca romana avrebbe  utilizzato come consulente uno dei personaggi  responsabili di riciclaggio del denaro illecito proveniente dal clan Piromalli. A questi l’immobiliarista avrebbe lasciato il compito di  gestire il contatto con gli istituti di credito per le scalate.  Un altro “consulente” dell’immobiliarista - parola magica che nasconde  spesso fenomeni di riciclaggio e di corruzione - , stando alle notizie sul Corriere e sul Sole 24 ore,  avrebbe compiuto un’altra operazione “in concerto” con   un prestanome del  cassiere della Banda della Magliana.  Che altro non è che Cosa Nostra.

Il caso più clamoroso riguarda certamente l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che ha approvato leggi che favoriscono  i suoi interessi patrimoniali – vedi leggi sul falso in bilancio, sulla esportazione di capitali 6 e sul condono agli evasori;  gli interessi giudiziari propri  e di amici, come  la legge ex Cirielli 7,  una forma di indulto ad personas; ma anche gli interessi politici, come le leggi che alterano la par condicio nell’uso dei mezzi di informazione, condizione indispensabile per una corretta competizione democratica, senza che intervenga alcuna sanzione. A ricordarci questa  anomalia non sono state le toghe rosse, ma la stampa europea di ogni colore. Dal Times, simbolo dei conservatori inglesi. Gli stessi toni critici ispirano Le Monde, l’Herald Tribune, El Pais,  Der Spiegel non sospettabili di filocomunismo.

Il Financial Times parlava delle grandi infrastrutture. A tutto questo occorre aggiungere un dato inquietante. Riguarda il record che detiene l’Italia nelle violazioni di direttive europee in materia di appalti per le grandi opere pubbliche. Violazioni che chiamano in causa principalmente l’ex-Ministro Pietro Lunardi, responsabile delle grandi infrastrutture. Esistono, infatti, -lo ha ricordato l'ex Ministro Buttiglione- ben 266 procedure europee contro l’Italia, delle quali 46 riguardano le norme in materia di grandi opere pubbliche. Un bilancio anormalmente alto a causa di una certa “renitenza da parte dell’Italia a svolgere  appalti europei”. In realtà l’ex Ministro Lunardi  decise di disapplicare  le leggi europee per favorire a proprio arbitrio  le imprese di parenti, amici e consociati. Senza andare incontro a sanzioni ! Uno dei casi più clamorosi di conflitto di interessi riguarda il conflitto di interessi dell’ex Ministro Lunardi nell’Alta velocità  nella  Lione-Torino. Nominato Ministro nel 2001 Lunardi annunciò la vendita della sua società, la Rocksoil, poiché molti contratti ricadevano sotto la sua competenza di Ministro. Poi disse che avrebbe concentrato il  lavoro della Rocksoil all’estero per evitare conflitti di interessi. In realtà l’unico cambiamento si verificò nel 2005 quando la moglie, amministratrice della Rocksoil, cedette le sue quote ai figli. L’ex Ministro ottenne una commessa francese per la progettazione di un tunnel sulla linea ad Alta Velocità Lione Torino. Ed oggi dice che l’Alta Velocità è indispensabile. Ma quale credibilità aveva un  Ministro parte in causa nelle opere  infrastrutturali?  Lo stesso Ministro  ha preso l’appalto per la linea  ferroviaria Milano Malpensa, il corridoio Torino Brennero, il passante di Mestre, l’autostrada Aosta Monte Bianco, l’autostrada Valtrompia Brescia Lumezzane, l’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, il terzo traforo del Gran Sasso. Molti di questi lavori si pongono in contrasto con i principi di  deontologia  professionale del decreto del Ministro Frattini. Che però non ha sanzioni!

Il ministro del secondo governo Prodi, Antonio Di Pietro ha tempestivamente eliminato molti degli appalti inquinati dal conflitto d’interesse.

Un altro fenomeno grave ha riguardato per anni i conflitti di interesse della Banca di Italia.  La mancata  soluzione dei problemi emersi in materia di risparmio ( i casi dei bond Argentini, Parmalat, Cirio e l’Antonveneta), derivò da situazioni confliggenti della Banca d’Italia. Che da un lato svolgeva compiti  di vigilanza e di controllo sugli istituti di credito; dall’altro era di proprietà degli istituti di credito che avrebbe dovuto controllare (ex banche pubbliche divenute private); e dall’altro ancora era organo di tutela dei risparmiatori  cui la Costituzione  assegna una speciale protezione. A questo si aggiunge un altro paradosso: la confusione tra controllori e controllati.

Che il CICR (il comitato  per il credito e il risparmio), organo che doveva controllare  la  regolarità della condotta del  Governatore della Banca d’Italia, era composto non solo dallo stesso  Governatore che dovrebbe essere controllato dal CICR, ma anche dai rappresentanti delle banche controllate, comproprietarie della Banca d’Italia, e di Ministri che  avevano  interesse a favorire finanziamenti localistici, aperture di sportelli, prestiti a gruppi di clientes,  e roba del genere. Un guazzabuglio reso possibile da leggi non leggi e carenze di leggi.

Il dissesto

Parmalat giunse dopo altre due truffe colossali dei risparmiatori, i bond Cirio e i titoli argentini, con 23 miliardi di euro bruciati. Con l’amara sensazione per gli investitori di non potersi difendere. La SEC (Security and Exchange Commission) descrisse  il caso Parmalat come “una delle più grandi e spudorate frodi finanziarie della storia”. L’organo che tutela i risparmiatori americani vittime della truffa parla con la voce dell’esperienza, avendo gestito gli effetti degli scandali Enron e Tycon. E’ stata necessaria l’inchiesta della magistratura milanese per  costringere il Governo a varare una legge sul risparmio che elimina  in parte questi conflitti. Le operazioni truffaldine sono state compiute con  l’avallo formidabile  di una politica criminogena fondata sulla depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio, sulla legittimazione dei fondi neri, sui condoni con il rientro dei capitali illeciti, sulle evasioni fiscali. Ma le operazioni sono state anche il risultato di controlli pressoché inesistenti di Banca d’Italia, in primis. Ma anche dell’autorità della borsa CONSOB, borsa, sindaci, revisori dei conti e agenzie di rating che non hanno funzionato e non hanno garantito, come dovevano, un reticolo di trasparenza e affidabilità.

Gli organi di controllo sono stati un costosissimo apparato di supporto per una miriade di delitti (aggiotaggio, insider trading, truffa, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, riciclaggio) al confronto dei quali i reati del crimine organizzato appaiono ben poca cosa. La gravità dell’imbroglio è nel fatto che esso è stato reso possibile dalla complicità o dalla connivenza  di soggetti istituzionali e di banche. Ancora una volta, prima della politica, sono arrivati i magistrati che hanno fatto il loro dovere, senza guardare in faccia nessuno. Vi è stato l’intervento rapido, esemplare e competente della magistratura inquirente. Quella stessa magistratura che, sottoposta da anni agli attacchi forsennati del ex-Governo Berlusconi, è oggi l’unica funzione pubblica italiana che, in questo momento, tiene alto il prestigio del Paese. Allo stato attuale delle indagini il dubbio se le banche abbiano dato prova “solo” di incompetenza e di negligenza, o se vi siano state anche malafede, disonestà e complicità si sta lentamente sciogliendo.  Emerge sempre più netta la responsabilità di alcune banche nel grande imbroglio.

I nostri banchieri per i rapporti con Parmalat avevano tutti i mezzi e gli elementi per scoprire la frode in danno ai risparmiatori. Sennonché anche quando cominciavano ad addensarsi nubi di sospetto su Parmalat,  una grande banca italiana ha comprato i bond Parmalat e li ha offerti agli ignari risparmiatori.

La Procura di Milano  chiese  il rinvio a giudizio  di 32 persone con l’accusa di aggiotaggio e ostacolo alla Consob avviando il procedimento contro Calisto Tanzi, suo figlio Stefano, suo fratello Giovanni, la nipote Paola Visconti, i direttori finanziari Fausto Tonna, Luciano Del Soldato e Alberto Ferrarsi, 22 tra amministratori, revisori e sindaci, più le persone giuridiche – ed è questa la novità- delle società di revisione Italaudit ex-grant Thornton e Deloitte & Touche e di Bank of America.  

Su quest’ultima i PM hanno precisato l’accusa  che richiama la comunicazione al mercato del 18 dicembre 1999, concordata tra Tonna e Sala  (Parmalat  e Boaf). Nella quale si affermava falsamente che i nuovi asseriti azionisti della brasiliana Parmalat fossero investitori nordamericani coordinati dalla Boaf e si occultava che erano due società anonime delle isole Cayman”.  

Una menzogna che  da un lato ha  sostenuto il titolo Parmalat in borsa a Milano, dall’altro ha causato agli investitori  e alla Boaf un danno di 400 milioni di dollari, proprio mentre tre manager della Boaf e l’ex direttore della Banca cantonale dei grigioni (svizzeri) guadagnavano in nero 21 milioni di dollari erogati da Parmalat a titolo di commissione per la chiusura dell’operazione. La magistratura dimostra ancora una volta di andare avanti senza strumentalizzazioni e senza guardare in faccia a nessuno.  L’uscita dei verbali è senz’altro da attribuire a persone che  non fanno parte della magistratura inquirente. Di pari passo con Milano procedono spedite anche le due inchieste a Parma e a Berna  sul fallimento della multinazionale di Collegno. Ancora una volta a muovere la macchina della corruzione è stato un ceto politico arrembante,  con l’appoggio di  potentissimi banchieri.

Al  confronto dei quali  i vari Michele Sindona e Roberto Calvi, finanziatori   dei politici  ed  antesignani del sistema di corruzione degli anni settanta, appaiono degli innocenti agnellini. E come in passato,  i finanziatori rischiano di essere i soli capri espiatori, mentre i politici resteranno indenni.

Questa volta anche i banchieri sono fuori dallo scandalo.  Il loro potere  di ricatto sui politici  è enorme.  A dovere rispondere ai giudici  delle accuse di aggiotaggio, truffa  e falso sono per il momento funzionari  e  dirigenti bancari. Viene fuori che  molti politici  ottennero da Calisto Tanzi degli aerei non solo per i loro pubblici impegni ma anche per i loro comodi e le loro vacanze. I finanziamenti sono avvenuti con diversi sistemi: attraverso intermediari di fiducia dei destinatari finali, le consulenze fittizie a società amiche esperte nel nulla, l’acquisto di imprese decotte con l’appoggio di banchieri amici,  l’appoggio politico  a banche per fusioni  e salvataggi. E poi vi è stato il classico sistema del pagamento dei partiti e dei politici. Il Wall street Journal  afferma, citando l’avvocato di Tanzi, che Parmalat ha versato mediamente 1,9 milioni di euro l’anno per una spesa finale di 200 milioni di dollari. Una cifra enorme pari a 250 miliardi delle vecchie lire.  Fausto Tonna  e  Tanzi hanno parlato  di finanziamenti   a partiti  e a singoli politici non per il classico scambio di  tangentopoli, ma  per un rapporto più complesso. I soldi servivano ad ottenere l’intervento dei politici sulle banche  per  ottenerne i finanziamenti e per  operazioni di  compravendita di società dissestate. Tanzi e Tonna hanno detto  che Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, avrebbe fatto pesanti  pressioni su Tanzi  per costringerlo ad acquistare  la dissestata  Eurolat dalla  Cirio di Cagnotti. Ma questa operazione sarebbe avvenuta per interessamento di uomini politici.  Chi sono questi uomini politici? Mistero.

Altre  operazioni  sospette  riguardano  il Ministero dell’agricoltura. Ad incassare  soldi sarebbero stati due ministri . Uno  della maggioranza e l’altro, oggi,  dell’opposizione. Ma tutti e due erano ministri in carica al momento dell’esazione.  Proprio  in relazione ad  uno dei due finanziamenti, la Parmalat  ebbe  un aiuto di 68 miliardi  di vecchie  lire a fondo perduto, anche se- come dice  Paolo De Castro, ex ministro dell’agricoltura-  il finanziamento era stato “pensato e deciso per le piccole e medie imprese”. De Castro ammette:”è vero, commettemmo un errore”. Domanda: ma fu un errore? O fu la contropartita data  a  Parmalat per finanziamenti che Tanzi aveva fatto in precedenza? L’omertà.

Si dice che nei finanziamenti dei politici così come sono avvenuti  non si ravvisano responsabilità  penali.   Ed è così, anche perché il finanziamento illecito dei partiti è stato depenalizzato. Così come fu improvvisamente abrogato il delitto di interesse privato  in atti di ufficio, che  era stato un baluardo nella lotta ai conflitti di interesse. E il falso in bilancio è divenuto un reato contravvenzionale.

Ma  la  mancanza di reati   non è  una ragione  per tacere. La questione morale e politica si pone in modo anche più  rilevante che in passato. Qui sono stati truffati centinaia  di migliaia di risparmiatori  sia per i finanziamenti ai politici ed ai partiti sia  per  le operazioni sbagliate imposte a Calisto Tanzi  da politici e banchieri senza scrupoli.

La vicenda dell’arresto di Danilo Coppola –a parte la coraggiosa inchiesta dell’Espresso-, è stata relegata dai maggiori quotidiani italiani nelle notizie di cronaca. E’ un segnale allarmante rispetto ad un fenomeno molto grave che riguarda corruzione e criminalità organizzata.

Il governo Prodi deve risolvere il problema dei conflitti d’interesse che sono la maggiore minaccia per la nostra democrazia e deve farlo al più presto. Ripristino del reato penale dell’interesse privato negli atti d’ufficio ed eliminazione della confusione tra controllori e controllati in tutti i campi: banche, politica, pubblica amministrazione, industria, commercio, authority, ecc.


Ferdinando Imposimato


11 Marzo 2007




1 Si tratta di leggi – non leggi – emanate non nell’interesse generale ma di persone o gruppi di potere.

2 Ad esempio, l’industriale Calisto Tanzi era membro del consiglio di amministrazione di alcune banche alle cui chiedeva finanziamenti per sé stesso. Il conflitto d’interesse sussiste evidentemente.

3 La depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art 324 cp) avvenne ad opera del VI governo Andreotti-Martelli.

4Colletti-bianchi” ovvero criminali insospettabili nel mondo della politica o della pubblica amministrazione o dell’industria.

5 Danilo Coppola è un immobiliarista arrestato nel marzo 2007 per bancarotta fraudolenta e riciclaggio di denaro proveniente da delitti. La speculazione selvaggia incide sul costo della casa facendolo aumentare.

6 L’esportazione di capitali serve a coprire operazioni di riciclaggio di denaro sporco fatto all’estero al di fuori dei controlli.

7 La legge ex-Cirielli prevede, tra l’altro, la prescrizione breve di molti reati gravi.

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Difesa collettiva della Costituzione contro i demagoghi