sabato 7 settembre 2013

Imposimato su riforma costituzionale proposta dal Governo Letta

[06/09/2013] di Ferdinando Imposimato

Dalla Costituzione può dipendere la fortuna o la sfortuna di un popolo. Lo diceva Erodoto nelle sue storie 400 anni prima di Cristo. Ed esaltava la Costituzione di Sparta durata 400 anni, fattore di  potenza e ricchezza degli spartani.   Oggi, quella che si vuole fare da parte del Governo Letta, d'accordo con il condannato ex premier, è una riforma incostituzionale perché tende a cancellare  dopo appena 65 anni la nostra Costituzione , a partire  dall'art 138 che si vuole cambiare violando la Costituzione,   per  stravolgere subito tutto il resto. Eppure l'art 138   è uno dei pilastri   della Carta, che non può mai essere derogato, ma solo modificato   non come vogliono le larghe intese, ma secondo la procedura dello stesso art 138, col rispetto  dell'intervallo di almeno  tre  mesi  tra una approvazione e l'altra di ciascuna Camera,   intervallo che   dovrebbe   essere anche di un anno  o di due anni, o tre anni ,  specie di fronte a riforme  che riguardano il Parlamento ,  il Governo , il Presidente della Repubblica , il  bicameralismo,  e la magistratura, parti  importanti della Carta.  Nella  procedura  speciale   dell'art 138,  la  Costituzione italiana si differenzia dalle Costituzioni di Weimar in Germania ( 1919 - 1933),  e  prefascista in Italia,  che erano  flessibili  e  furono stravolte con facilità da Hitler e Mussolini   e portarono alla dittatura nei due paesi.  Le costituzioni flessibili possono essere cambiate da ogni maggioranza  a seconda delle convenienze  dei  capi e capetti. Vogliamo che la Costituzione resti rigida. La esigenza di un ampio intervallo  nasce dal fatto che le riforme costituzionali sono così complesse da richiedere tempo per la comprensione,  da parte dei cittadini  e dei riformatori , dei mutamenti che esse determinano nel sistema democratico. 
Ma noi non sappiamo quali sono le riforme, sappiamo solo che si vuole cambiare la normativa della II parte ,  sul Parlamento, sul Governo e sul Presidente della Repubblica e sulle Regioni e , temiamo,  anche  sulla magistratura.  Secondo Aristotele, quando la Costituzione è in pericolo ,  “quelli che si danno pensiero della Costituzione,  devono procurare motivi di timore, in modo che i cittadini stiano in guardia e non allentino la vigilanza  intorno alla Costituzione” (Aristotele Politica.Laterza Bari 2000, 175) . Orbene i cittadini e gli stessi parlamentari , lo ribadiamo,  non sanno nulla  del contenuto preciso delle riforme minacciate dal Governo: si fa credere che  risolverebbero la  crisi economica che affligge il Paese; ma così non è. La crisi  dipende dalla mancanza di volontà di fare le riforme giuste – riduzione privilegi dei politici, delle spese di Camere e Quirinale, controlli pubblici delle società partecipate, accordo per tassare i capitali all'estero, lotta all'evasione. Le riforme giuste possono essere varate rapidamente  facendo ricorso, in questo caso si, al voto di fiducia in base all'art 77 della Costituzione. La  riforma della seconda parte  della Costituzione,   approvata da spiriti eletti come Aldo  Moro, Piero Calamandrei , Giuseppe Dossetti e Palmiro Togliatti,  è finita  nelle mani di persone  “nominate”  dai segretari di partiti,  senza merito,  libertà di decisione   e   conoscenza del problema. La riforma  si presenta di estrema complessità, attenendo non solo alla procedura di approvazione ma anche  all'equilibrio dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario,  realizzato dai padri costituenti,  equilibri che  subirebbe un colpo  mortale  con l'annunciata riforma presidenziale. Moro, con intuizione profetica,  nell’aprile del 1948,  denunciò  il pericolo  « abbastanza  grave, che gruppi o individui, modificando la seconda parte  della Costituzione, fossero  indotti ad avversare   anche i principi  consacrati nella prima parte inerenti alla natura ed alla dignità della persona umana, principi che non dovrebbero mai  essere  oggetto di revisione costituzionale perché alterarli significherebbe condannarsi al ridicolo, al disordine, alla tragedia». «E' necessario che tutti gli uomini di buona volontà  siano concordi  nella difesa di quei principi». (A Moro scritti e discorsi 1940- 1947 ed cinque lune).
Noi abbiamo una buona Costituzione  che tutela i diritti inviolabili , al lavoro, alla scuola pubblica, alla giustizia indipendente,  alla salute , alla vita, che  si ispira al principio dell' eguaglianza delle condizioni  dei cittadini , intesa come eguale opportunità di  tutti i cittadini  di fare valere la propria persona nei vari campi dell'attività umana, in modo che  tutti siano «ugualmente forti e stimati», consentendo ai «piccoli di diventare grandi» ( Tocqueville ). Tale  eguaglianza esercita «una influenza prodigiosa sull'andamento della società» ( Tocqueville ). In Italia, questo principio affermato più volte dalla Costituzione, è di fatto violato dai governanti, poiché il nostro paese è afflitto da gravi ingiustizie sociali  che sono aumentate negli ultimi tempi.  Eppure la Costituzione afferma che è «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale , che limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e  la piena partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione  di tutti i lavoratori  all'organizzazione politica economica e sociale  dello Stato». Ed è evidente che se un ex  Premier , che oggi vuole cambiare la Costituzione, omette di pagare   oltre trecento milioni di euro  che potrebbero andare alla realizzazione di servizi e di posti di lavoro per cittadini non abbienti, egli viola in modo clamoroso il principio di eguaglianza, (art 3) danneggiando lavoratori, disoccupati e giovani e il principio di solidarietà politica economica e sociale che è altro pilastro fondamentale  della nostra Carta  (art 2).
Piero Calamandrei mise in evidenza che ci sono leggi ingannatrici  che  apparentemente dicono una cosa ma in realtà ne vogliono un 'altra. Ed è questo, il caso della modifica dell'art 138 della Costituzione italiana.
Si vuole cambiare l'art 138 senza  specificare il contenuto del cambiamento che si vuole fare,    sicché l'art 138  viene derogato al buio , senza sapere in vista di quale modifica, anche se noi lo  sappiamo.    Intuiamo quali sono le controriforme.  Si vuole  stravolgere per sempre  la Costituzione  con  l'introduzione  del   Presidenzialismo o Semipresidenzialismo  e le modifiche di  ben 69 articoli  della II parte  ,  tra cui anche gli articoli  che riguardano la magistratura , riducendo i poteri del Parlamento che legifera su lavoro, scuola, eguaglianza sociale,  libertà, ambiente, programmazione economica ispirata alla utilità sociale . E questo    dopo che la stessa riforma  voluta da Berlusconi  e approvata nel 2003  fu  bocciata  dal referendum nel  giugno 2006. Quella riforma   aumentava i poteri del Primo Ministro, (potere di revoca dei ministri,  di dirigere la politica degli stessi non più coordinandola  ma determinandola;  di sciogliere  le Camere,  che spetta al Capo dello Stato) e fu considerata un attacco all'equilibrio dei poteri. Erodoto  ammoniva  che in democrazia  è necessario che «nessuno riesca a raggiungere una posizione troppo preminente», di cui sarebbe portato ad abusare. La Repubblica Presidenziale  si trasformerebbe  in regime, cioè nella  dittatura della maggioranza che governa nel disprezzo dell’opposizione, elemento cardine della democrazia. «Base delle Costituzione democratica è la libertà, fine di ogni democrazia. Una prova della libertà è nell’essere governati e nel governare, cioè l’alternanza dei governi. Nessun individuo può coprire due volte la stessa carica, le cariche sono di breve durata» (Aristotele). In questo alternarsi senza soste dei governi si realizza il continuo rinnovamento della democrazia.
Non   possiamo dimenticare, nel varare  la riforma semipresidenziale,  che presidenti del Consiglio sono stati, per  un trentennio, persone come Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Silvio Berlusconi, che hanno violato le regole della democrazia, o mantenendo rapporti con Cosa Nostra, o  ponendosi alla guida di organizzazioni illegittime, come Gladio, come  accertò la Commissione stragi di Gualtieri,  o ispirandosi  di fatto al  presidenzialismo  voluto dal capo della P2 Licio Gelli, nel suo progetto di rinascita  democratica. Con la Repubblica presidenziale, ci sarebbe il pericolo di regime,   una maggioranza che governa  senza consentire all'opposizione di diventare maggioranza, situazione  tanto più grave se la maggioranza o parte  di essa , come nel caso del Governo in carica,  è a sua volta  egemonizzata da una sola persona  che   fa le  leggi  a proprio esclusivo vantaggio. Invece ( Aristotele)  : “ base della democrazia è la libertà. Una prova della libertà consiste nell'essere governati e nel governare a turno, cioè nell'alternanza; la decisione della maggioranza è sovrana, ma nel rispetto dei diritti della opposizione”.  Chiediamo che  il  Capo dello Stato , primo garante della Carta,  difenda  la Costituzione  essendo in pericolo uno dei «principi supremi dell'ordinamento costituzionale», quello dell'equilibrio dei poteri (Corte Costituzionale) . 
Ricordiamo  che  il 25 novembre 2004,   il Presidente Giorgio  Napolitano ebbe a  dire ,  circa la riforma della Costituzione prevista dal disegno di legge  n 2544,  presentato  dal Governo Berlusconi  il 17 ottobre 2003  : «Si può dire che esistano ancora esigenze di rafforzamento  dei poteri del primo Ministro? Il modo in cui da parte della maggioranza  che ha vinto le elezioni  nel 2001 siano stati esercitati i suoi poteri e il modo in cui li ha  esercitati il Presidente del Consiglio (Berlusconi nda) ci ha convinto  che noi ci eravamo buttati in un'avventura ? (quando nella Commissione Bozzi , poi nella Commissione De Mita -iotti e  in quella D'Alema abbiamo sostenuto la necessità di rafforzare i poteri del primo Ministro?)» E   ammonì    « quale è la cultura costituzionale omogenea che sta dietro il disegno di legge (Berlusconi nda) approvato dal parlamento e credo che c'é qualche difficoltà a vederla» E aggiunse «Non sarà facile la battaglia per il rigetto  della riforma costituzionale del centro destra» ( G.Napolitano 25 novembre 2004 ass ex parlament ) . Quella riforma bocciata dall'allora presidente della Camera G Napolitano era identica a quella che si vuole fare oggi. Perfino Giulio  Andreotti si disse contrario ai «maggiori poteri del Presidente del Consiglio , se fossi Presidente del Consiglio limiterei i poteri proprio in previsione  che poi diventi Presidente del Consiglio uno che non mi piace (sic)» (Andreotti 25 novembre 2004  all'ass ex parlamentari ) E  il prof Giuliano  Vassalli  mise in evidenza «l'eccesso , per me sbalorditivo , di poteri che venivano attribuiti al Presidente del Consiglio dei Ministri, nei confronti della camera dei Deputati  i cui membri recalcitranti verrebbero esposti alla minaccia di scioglimento anticipato» (G Vassalli del 25 novembre 2004  all'associazione ex parlamentari ). Non si vede perchè il Pres Napolitano, che  nel 2006  votò contro la riforma della Costituzione del Governo Berlusconi , oggi sia a favore di questa riforma  uguale  e forse peggiore di  quella , riguardando il titolo I ( il Parlamento), il Titolo II, ( Presidente della Repubblica), il titolo III (  Governo) e il titolo V ( le regioni , le provincie e i comuni) , e le leggi costituzionali connesse , che potrebbero essere il titolo IV ( cioè la magistratura) e  VI (la Corte Costituzionale).
 Ma la cosa  grave è che si vuole  riformare la Costituzione,  posticipando la riforma della legge  elettorale ,  che invece dovrebbe essere approvata per prima , poiché vogliamo  rappresentanti eletti  con voto libero, uguale e personale e non scelti dai segretari dei partiti.
Nè possiamo essere tranquillizzati dal fatto che nel ddl  813 è  previsto sempre  il referendum ,  perchè  il maggiore interessato alla riforma, l'ex primo ministro  condannato a 4 anni, controlla tutte le TV , che sono in grado di influenzare il 75 % della popolazione che non legge il web.

In difesa della democrazia due sono le priorità assolute e indifferibili, di cui il Governo Letta continua a non parlare, con il silenzio del Colle: la legge sul conflitto di interessi, per consentire che «tutti i cittadini, uomini e donne, possano accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza», e, lo ribadiamo,  la riforma della legge elettorale, per eliminare lo sconcio di una legge che riconosce a un partito che raggiunge il 24-25 per cento dei voti di avere una maggioranza assoluta e di governare contro una opposizione del 75%.
Concludendo rifiutiamo l'idea che il  ddl costituzionale 813 cambi l'art 138  dimezzando al buio i tempi della doppia approvazione e con un solo voto   a leggi  costituzionali non omogenee che non possono essere votate insieme. La procedura corretta  da seguire  sarebbe di presentare  tanti distinti disegni di legge costituzionali, quante sono le riforme su Parlamento,  Governo e bicameralismo da approvare con due  deliberazioni  della camera ad intervallo non minore di tre mesi.  L'intervallo dovrebbe essere anche di sei mesi o un anno, in modo da avere la approvazione anche da parte del nuovo parlamento da eleggere con una nuova legge elettorale.
La Costituzione non è un arido elenco di articoli senza nome. Dietro ogni articolo della Costituzione ci sono giovani, giovani come voi,  caduti, caduti combattendo, giovani  che hanno dato la vita perché le parole giustizia e libertà venissero scolpite su questa Carta. Se qualcuno vi chiede dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne ove dei  giovani  furono fucilati, nei campi ove furono impiccati, nelle carceri ove furono torturati.   Laddove è morto un italiano per riscattare la  dignità del popolo italiano  andate lì col pensiero, o giovani, perché  lì è nata la nostra Costituzione. (Calamandrei)




VIDEO

1. Difesa collettiva della Costituzione contro i demagoghi

2. Il conflitto d’interesse

3. La legge elettorale

4. La legge sui partiti

5. La pericolosità della riforma


venerdì 10 maggio 2013

I 55 giorni che hanno che hanno cambiato l'Italia


[10/05/2013] di Ferdinando Imposimato

Aldo Moro fu vittima della ferocia delle BR, ma anche di un complotto ordito da due uomini politici  che vollero la sua morte: Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Ma molti non vogliono saperlo, anche se quello fu l'inizio della terribile crisi politica e morale  in cui siamo precipitati.
L'8 maggio 2013, vigilia del 35 anniversario dell'assassinio di Aldo Moro, la salma di Giulio Andreotti è entrata  tra gli applausi  di una folla osannante nella Basilica  di San Giovanni dei Fiorentini, gremita di curiosi, giornalisti, politici e nostalgici. Mentre la tragica morte di  Moro è stata rimossa dalla coscienza di molti italiani.   Molti non sanno che lo stesso giorno 8 maggio di 35 anni fa, due  commando, uno  dei Carabinieri, i GIS, e l'altro della Polizia di Stato, i NOCS,  e  un gruppo di bersaglieri del battaglione  Valbella, di stanza ad Avellino ,  stazionavano in via Montalcini ove erano giunti  da diversi giorni. I  due nuclei   d'assalto  erano agli ordini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e del commissario  Pasquale Schiavone ; erano  pronti a intervenire per la liberazione  di Aldo Moro ,  prigioniero  delle Brigate Rosse nell'appartamento situato all'interno 1 di quella stessa via al numero 8 . Senonchè la  mattina del 7 maggio  1978  era giunto, inatteso,  l'ordine ai gruppi militari, desiderosi di intervenire,  di abbandonare la postazione  di via Montalcini. Dal Ministero dell'Interno   una telefonata  aveva  fermato  l'operazione militare dei tre gruppi pronti a  compiere  l'assalto finale.  Ci fu un'ondata di sdegno nei militari, ma l'ordine venne eseguito  e fu il preludio della morte di Moro.
 Testimoni  importanti di questa storia sono   il brigadiere della Guardia di Finanza  Giovanni Ladu, l'ufficiale “Oscar Puddu”, nome in codice di un  appartenente alla  Gladio,  il carabiniere Alfonso Ferrara e altri  personaggi  che hanno preferito mantenere l'anonimato per timore di rappresaglie. Importanti documenti, nascosti ai magistrati inquirenti e giudicanti ,  venuti alle luce dopo molti anni di  silenzio, confortano le loro dichiarazioni sconvolgenti. Tra questi  le relazioni dell'uomo del Dipartimento di Stato Steve Pieczenik, consulente di Cossiga durante i 55 giorni. Pieczenik  ha confessato al giornalista francese Emmanuel Amarà di avere preparato la manipolazione strategica che   aveva  portato alla morte di Aldo Moro ( i 55 giorni p 8). Ecco alcuni brani di Pieczenik “ il nostro è stato un colpo mortale preparato a sangue freddo.. La trappola era che loro ( le BR nda) dovevano uccidere Aldo Moro. Io li ho abbindolato a tal punto che a loro non restava altro che uccidere il prigioniero. Cossiga era un uomo che aveva capito molto bene quali fossero i giochi. Io non avevo rapporti con Andreotti, ma immagino che Cossiga lo tenesse informato. La decisione di fare uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera, abbiamo avuto molte discussioni. Ma Cossiga ha saputo reggere questa strategia e assieme abbiamo preso una  decisione estremamente difficile, difficile soprattutto per lui. Ma la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, anche di Andreotti”(i 55 giorni Newton Compton )
 La  verità, difficile da credere, è che la prigione di Moro era stata scoperta da uomini di Gladio/Stay Behind,  pochi giorni dopo la strage di via Fani e il sequestro di Aldo Moro. E che Gladio era controllata non solo dai militari,  come Giuseppe Santovito, Gianadelio  Maletti e Pietro Musumeci,  ma   anche dal Presidente Giulio Andreotti e dal Ministro Francesco Cossiga,  capi politici di Gladio, che  erano informati di tutto.  Cossiga rivendicò con orgoglio di essere un vertice di Gladio ed era al vertice di NASCO 15. La prigione  era stata messa subito sotto osservazione  da Forte Braschi  per ordine del  generale Gianadelio Maletti,  assistito dal colonnello Pietro Musumeci, entrambi iscritti alla loggia massonica propaganda 2. I due  ufficiali   impartivano le disposizioni  ai militari di Gladio ma anche a quelli di altre forze armate- bersaglieri-  sulle varie iniziative dirette a controllare la prigione  e a coloro che vi abitavano .  Ad essi era stato  annunziato  che ci sarebbe stata una irruzione militare in via Montalcini  n 8 per liberare   un ostaggio di cui non venne fatto il nome,  che poi si seppe essere Aldo Moro .  Sopra l'appartamento- prigione,  liberato dalla famiglia che lo occupava, i tecnici piazzarono i microfoni e le microspie .  I militari italiani e stranieri  erano  galvanizzati dall'idea di partecipare ad un'operazione storica , quella  di liberare  uno statista . Aldo Moro,  che era  nelle mani di spietati terroristi pronti a uccidere l'ostaggio. I servizi italiani avevano un ruolo di comando dell'intera operazione . Alcuni militari di Gladio , con l'aiuto di servizi segreti inglesi  (SAS) e  tedeschi (GSG9), avevano installato  dei registratori e delle microspie ad alta percezione,  per captare le conversazioni che avvenivano nella prigione. La notizia del coinvolgimento nelle indagini su Moro  dei servizi  inglesi e tedeschi era comparsa sul Corriere della Sera  fin da subito dopo la strage. Esperti del gruppo GSG 9 tedesco  erano partiti per Roma per svolgere compiti di assistenza tecnica. Subito dopo si seppe  che erano venuti in Italia due  ufficiali  dello Special Air Service ( SAS), che si erano attestati, durante il sequestro, “vicino a Roma”, secondo ciò che rivelò lo stesso Cossiga, che ammise  che “Gladio intervenne”. (i 55 giorni NC p 185). Da ricordare che Andreotti, quale Presidente del Consiglio, e Cossiga , Ministro dell'Interno ,  avevano istituito,  la mattina del  16 marzo 1978 ,   un  “comitato di crisi”  per la gestione   del sequestro Moro. Esso era  composto da  uomini della P2, ostili a Moro e al  «Compromesso storico» e controllati da Licio Gelli. Il comitato agì, fin dall'inizio,  per  interferire nelle decisioni della magistratura, impedendo l'esecuzione di ordini di cattura e di perquisizione,  ostacolando indagini, bloccando iniziative  nei confronti di alcuni brigatisti, ed escludendo dalle indagini la Procura della Repubblica e l'Ufficio Istruzione di Roma, tenendo i magistrati  all'oscuro di importanti notizie acquisite nel corso dei 55 giorni, tra cui la scoperta della prigione di Aldo Moro. Del comitato di crisi  facevano parte  Federico Umberto D’Amato ( tessera P2 n 554), capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale, il generale Giuseppe Santovito,  ( tessera P2 1630), capo del Sismi, vertice di Gladio controllato da Andreotti e da Cossiga, il generale Giulio Grassini, (tessera P2 1620), capo del Sisde, il generale Raffaele Giudice, ( tessera  P2 n 535) comandante della Guardia di Finanza,  il prefetto Walter Pelosi ,  capo del Cesis, tessera n 754) , Giovanni  Torrisi , capo di Stato maggiore della Marina Militare  ( tessera P2 n 631), Franco Ferracuti ( tessera 2137), agente della CIA; Pietro Musumeci , vice capo del Sismi ( tessera 487)  tutti affiliati  alla Loggia di Licio Gelli.  La scelta di questi personaggi, coinvolti in trame parallele contro la democrazia, venne decisa da Andreotti di concerto con  Cossiga.
Grazie alle informative dei vertici militari di Gladio,    anche Andreotti e Cossiga    erano  informati    non solo della ubicazione del carcere ma anche  degli sviluppi della prigionia di Moro  da uomini guidati dal colonnello Pietro Musumeci  e dal  generale Gianadelio Maletti . Maletti, che Ladu chiamava scherzosamente “Linetti”, per i capelli intrisi di brillantina,  da Forte Braschi impartiva ordini  per il  controllo , la videoripresa e la registrazione della prigionia di  Moro. Andreotti e Cossiga  cominciarono a dare  un contributo attivo  all'operazione Moro, avallando  la vergognosa  macabra messinscena “lago della Duchessa”,  attuata la  mattina del 18 aprile 1978. Andreotti e  Cossiga  consentirono  la diffusione del  falso comunicato n 7   delle BR. E   sostennero , contro la verità, che quel comunicato era vero ed autentico e proveniva dalle Brigate Rosse. Mentre esso  era stato formato  per ordine di Cossiga  e con l' assenso di Andreotti, da un uomo della banda della Magliana , ed  ebbe lo  scopo principale  di spingere le BR ad uccidere Aldo Moro.  Lo Stato voleva dimostrare che aveva sotto controllo le basi più importanti delle BR e che si era permesso anche di non arrestare Mario Moretti.
 La “scoperta” del covo di via Gradoli il 18 aprile 1978,  già noto ai servizi da prima del sequestro Moro, e la diffusione del falso comunicato sul lago della Duchessa,  vennero  usate contro il Presidente della DC  per creare un'operazione di facciata contro le BR. Lo scopo era di dissuadere  il  generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ,  pronto  coi suoi GIS  venuti a Roma da Milano,   dalla decisione  di liberare Moro,  ridotto in condizioni umilianti e degradanti  a causa della lunga prigionia. Lo Stato  stava già operando su altri fronti.  Ma l'operazione Lago della Duchessa non  fermò i Carabinieri del RIS, agli ordini del  coraggioso  generale dell'Arma, nè  gli uomini  della Polizia di Stato, guidati dal Questore Emilio Santillo e dal commissario Pasquale Schiavone , capo dei NOCS: i due commando dovevano intervenire il giorno 8 maggio 1978.
Il generale Carlo Alberto  Dalla Chiesa e il Questore Emilio Santillo    sapevano della prigione di Moro. Essi avevano partecipato a due riunioni plenarie ,  il 10 e il 14 aprile 1978, presso il Viminale del gruppo informativo e del gruppo operativo , creati all'indomani della strage di via Fani.
Il commissario  Pasquale Schiavone ,  responsabile dei NOCS,  aveva partecipato , con Santillo , Dalla Chiesa e il capo gabinetto del Ministro Cossiga, Arnaldo Squillante, a una riunione  al Ministero della Marina , qualche giorno dopo l'operazione Lago della Duchessa,  per mettere a punto un piano di intervento  armato  per la liberazione di Moro. Alcuni tecnici  che controllavano la casa di via Montalcini  parteciparono all'installazione  di una microtelecamera in un lampione di via Montalcini che serviva a vedere l'interno dell'appartamento ove era sequestrato Moro, ove  misero in funzione  registratori e microspie ad alta percezione per captare le conversazioni dei terroristi. A informare  costantemente  Cossiga ed Andreotti era  un  fedele collaboratore di Cossiga, il sottosegretario Nicola Lettieri,  nome in codice l'Aquila, vice capo del comitato di crisi  istituito da Cossiga e Andreotti . Lettieri  trasmetteva agli uomini di Gladio a Forte Braschi    “gli ordini dei due esponenti del Governo”. Fu lui che probabilmente   il 7 maggio 1978 trasmise   improvvisamente  il contrordine da parte del  Ministro dell'Interno, Cossiga, che agiva in perfetta armonia con il  presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
 Senonché  i militari, la sera del 7 maggio  1978,  inaspettatamente  ricevettero l'ordine di  abbandonare le loro postazioni assieme ai servizi  stranieri, che reagirono con sgomento e rabbia.
A raccontare questa incredibile storia sono stati alcuni testimoni diretti, militari presenti  in quella via  da alcuni giorni pronti a sacrificare la loro vita per salvare quella di Aldo Moro.  All'ultimo minuto era giunto  dal Ministero dell'Interno l'ordine di abbandonare il campo. Tutti capirono che Aldo Moro doveva morire. A dare conferma del ruolo giocato da Dalla Chiesa  fu , oltre all'ufficiale  Oscar Puddu,  anche Pasquale Schiavone , responsabile dei NOCS, i nuclei operativi centrali di sicurezza della polizia di Stato. Schiavone parlò di un incontro  al Ministero della Marina  cui partecipò il capo di Gabinetto del Ministro dell'Interno Cossiga, un esperto del terrorismo straniero, in cui fu messo a punto un piano per un intervento  coordinato  di Polizia e Carabinieri per liberare Moro, in caso di individuazione della prigione. In realtà la prigione era stata già individuata da tempo. Ma quando stava per avvenire il blitz, giunse un ordine  “dall'alto”.  Dalle dichiarazioni di Oscar Puddu, di  Mino Pecorelli e  di Giovanni Ladu,  ma anche dalla  intervista-confessione di Steve Pieczencik  e dai documenti  inviati  dal Ministro Vincenzo Scotti, emergeva chiaro che Francesco Cossiga e Giulio Andreotti conoscevano il luogo della prigionia di Moro, in via Montalcini. Puddu disse che il generale Dalla Chiesa , deciso a intervenire per salvare Moro, era stato convocato a Forte Braschi e  redarguito da  Giulio Andreotti e Francesco Cossiga  che, presente l'ufficiale Pietro Musumeci, coordinatore della intera operazione Moro,  gli avevano impedito di intervenire. (Il 55 giorni p 272)
E così Aldo  Moro, uomo giusto e pensoso del bene comune dell'Italia, venne sacrificato sull'altare delle ambizioni  di uomini politici crudeli e spietati, oggi osannati dal popolo italiano. Erano i prodromi di vergognose trattative e di patti scellerati  che  indegni uomini dello Stato  avrebbero avviato con la mafia e  i terroristi, contro la giustizia e la legalità.

giovedì 25 aprile 2013

25 aprile 2013

Cari amici, celebriamo insieme il 25 aprile 2013,  l'anniversario della Liberazione dell'Italia  dalla dittatura nazifascista, ricordando le lotte e i sacrifici da cui è nata  l'Italia democratica e repubblicana. Lo spirito della Resistenza alle dittature di ogni tipo, anche alla dittatura bianca che si ammanta di democrazia,   vive  nella Costituzione repubblicana. E' la Costituzione nata  dalla Resistenza, che celebriamo oggi 25 aprile, che ha consentito la rinascita morale e materiale  della nostra Patria, la creazione di un sistema di equilibri dei poteri che ha garantito e garantisce la libertà di tutti.    Oggi la nostra Costituzione è  violata in  principi cardine, la eguaglianza sociale , la parità delle condizioni, il lavoro per tutti, il reddito minimo per i non abbienti   e la solidarietà.  Oggi milioni di italiani  stanno  perdendo  la propria dignità  sociale essendo senza lavoro e senza alcun retribuzione , mentre permangono intatti   i privilegi  di una casta  politica immarcescibile  che protegge se stessa a scapito del bene comune. Occorre battersi   perchè  i sacrifici siano imposti a  coloro  che hanno ricchezze e privilegi  rimasti intatti ,  che  alimentano le ingiustizie sociali,  l'impunità per gli evasori fiscali  , la corruzione  legalizzata  , lo sperpero   del denaro pubblico  la distruzione dell'ambiente . No alla Repubblica delle ingiustizie sociali e del profitto ; si alla Repubblica del lavoro e della dignità dell'uomo oggi calpestata e vilipesa. No alla Repubblica presidenziale che stravolge lo spirito della Costituzione e che oggi viene proposta da una parte delle forze politiche di Governo. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla Repubblica presidenziale o semipresidenziale, anticamera della dittatura.  Viva la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza che oggi celebriamo.
Ferdinando Imposimato

Difesa collettiva della Costituzione contro i demagoghi