La pappatoria e il TAV

sabato 21 marzo 2009

L'assalto alla democrazia - Final cut

L'ASSALTO ALLA DEMOCRAZIA - FINAL CUT

Il taglio drastico alle intercettazioni. L'attacco portato a magistrati e investigatori da quegli stessi personaggi oggetti delle loro indagini, e che oggi siedono su alte poltrone istituzionali. Infine l'assalto a Costituzione e democrazia.

di Ferdinando Imposimato
(Articolo pubblicato su La Voce delle Voci - Marzo 2009)

Il disegno neofascista della maggioranza di governo sta andando avanti a pieno ritmo senza ostacoli: nessuno si accorge che le nuove leggi su giustizia e stampa sono incostituzionali e rappresentano un duro colpo alla democrazia. Il loro scopo recondito e' quello di ridurre i controlli di legalita' e la capacita' investigativa della magistratura. E quello di evitare il controllo delle indagini su questioni scottanti da parte della pubblica opinione. La gente - distratta dalla vicenda Englaro, che ci distoglie dalla gravissima crisi in atto - non deve sapere nulla dei rapporti tra mafia e politica, ne' della corruzione che coinvolge il presidente del Consiglio nel processo che ha visto la condanna dell'avvocato britannico David Mills.
L'attacco alla residua liberta' di stampa e' in pieno sviluppo con la connivenza dei maggiori organi d'informazione, i quali fingono che tutto sia normale. Eppure persino il Sole 24 ore, quotidiano di Confindustria, parla di «censura della informazione», dopo la previsione della reclusione dei giornalisti per la pubblicazione di notizie non pertinenti alle indagini.


COLPO SU COLPO

Il primo passo dell'offensiva fu la legge sulle Pay Tv, che tendeva a penalizzare Sky. Silvio Berlusconi, in palese conflitto di interessi, essendo presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset, tutelo' se stesso e non il diritto collettivo ad una informazione libera e senza costi eccessivi. E diede il primo colpo alla liberta' d'informazione di milioni di cittadini, oggi garantita praticamente solo da Sky, imponendo una tassa a carico dei piu' poveri, che non potranno essere piu' informati sui loro diritti e sul malaffare dilagante.
Il secondo colpo lo ha inflitto con la legge sulle intercettazioni, prevedendo limiti temporali anche per delitti gravi come omicidi e sequestri, con un serio pericolo per la sicurezza e la civile convivenza. Eppure l'esperienza dovrebbe insegnare qualcosa. Negli anni settanta riuscimmo a debellare i sequestri di persona proprio grazie alle intercettazioni telefoniche, mediante le quali fu possibile colpire gruppi criminali internazionali affluiti a Roma da ogni parte del mondo; e riuscimmo a liberare ben dieci ostaggi neutralizzando delinquenti pericolosi che avevano diramazioni in ogni parte d'Italia. Prevenimmo inoltre alcuni sequestri di persona gia' sul punto di essere eseguiti: tra le vittime designate c'erano la figlia di Maria Sole Agnelli, che era pedinata da mesi, ed il figlio dell'allora presidente della Lazio Lenzini. Individuammo alcune prigioni in cui erano detenuti da mesi bambini di 10 anni. Mai saremmo stati in grado di scoprire gli autori dei sequestri e le prigioni, per via dell'omerta' e del terrore che impedisce di trovare testimoni in grado di dare notizie. Lo stesso accadde per il traffico internazionale di eroina, debellato grazie ad intercettazioni protrattesi per mesi e anni. Nessuna indagine tradizionale avrebbe portato alla scoperta di associazioni transnazionali impegnate nei traffici di esseri umani che spesso hanno avuto risvolti corruttivi nelle ambasciate e nel ceto politico.
Ancora. La pubblica opinione non sa che e' stata varata una legge di riforma del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, che viene privato dei poteri di governo dei magistrati contabili in favore del presidente, passato al servizio del premier, in vista della imminente pensione. E di questo colpo di mano che anticipa l'attacco al Csm nessuno, tranne Antonio Di Pietro, si e' accorto. E dove sono tutti i soloni al servizio di D'Alema, Veltroni e compagnia cantando? Una volta ottenuta la poltrona in parlamento, sono scomparsi!
In questi scenari devastanti, la pubblica opinione e' assente poiche' non correttamente informata del pericolo per la propria sicurezza e della minaccia per la democrazia. I cittadini sono ignari di cio' che accadra' per il deficit di informazione e di giustizia. D'ora in poi sara' ben difficile, per non dire impossibile, che i singoli cittadini riescano ad avvalersi in modo consapevole dei propri diritti politici.


TUTTI I TRUCCHI

Per complicare le cose e' stato escogitato un altro espediente. Che riguarda la vanificazione delle intercettazioni con diversi sotterfugi. Prima della nuova legge il pubblico ministero chiedeva al giudice per le indagini preliminari (il gip) l'autorizzazione ad intercettare su determinate persone tutte le utenze (casa, cellulari), quindi il gip valutava ed autorizzava l'intercettazione, che poteva durare quindici o venti giorni al massimo; se necessario, poi, lo stesso gip vagliava ulteriori circostanze e, sussistendo gli elementi, concedeva la proroga. Poteva concederne di diverso tipo: se un'indagine dura sei mesi era assurdo che le intercettazioni non potessero durare altrettanto, anche perche' molto spesso i reati si protraggono nel tempo. Non c'e' nessun criminale che si dia un termine ultimo per un reato. Puo' essere che la progettazione di una strage vada avanti per mesi, che un sequestro di persona continui anche per anni. Si puo' mettere per iscritto la durata di una intercettazione? No, perche' i criminali non mettono per iscritto la durata del loro reato.
L'intercettazione, insomma, deve durare almeno quanto dura il reato e magari di piu', visto che ci sono persone che parlano del reato molto tempo dopo averlo commesso.
Da oggi non bastera' un gip: per poter disporre intercettazioni ed eventuale proroga ci vorra' un collegio di tre giudici. Certo, se avessimo cinquantamila giudici, si potrebbe fare. Ma ne abbiamo diecimila, e ci sono molti tribunali - ottanta, quelli piccoli - con meno di venti magistrati. E qui sorgono altri gravi problemi: se un magistrato e' giudice per le indagini preliminari, non puo' contemporaneamente fare anche il gup, cioe' il giudice per l'udienza preliminare, per il rinvio a giudizio o per i riti abbreviati. Poi ci sono i giudici del riesame, che sono tre e decidono su arresti, sequestri, perquisizioni. E ancora, ci sono i giudici che portano avanti i processi in composizione collegiale. Se esistono trenta magistrati in tutto un tribunale, e' evidente che cresceranno fino alla paralisi le catene delle incompatibilita'. «Non puo' decidere sulle intercettazioni di Tizio chi lo ha gia' arrestato». «Non si puo' pronunciare sul sequestro delle carte chi ha gia' deciso sulle intercettazioni». «Non puo' giudicare in aula se era il gip».
Ma il ministro della Giustizia anziche' occuparsi del funzionamento dei tribunali, vara riforme per ostacolare le indagini e cambiare le carriere dei giudici, attaccare i magistrati e lasciare le cose come stanno sulle circoscrizioni giudiziarie, risalenti a 180 anni fa. Con la vergogna di una citta' come Caserta senza tribunale. E di piccoli centri come Sant'Angelo dei Lombardi e Barcellona Pozzo di Gotto sedi di tribunale.
Il ministro Angelino Alfano dovrebbe far funzionare la giustizia: dare le stampanti, la carta, le fotocopiatrici, le volanti alla polizia giudiziaria, gli uffici, le sedie, mettere i puntelli dove crolla il tribunale. E dovrebbe dare i soldi per le intercettazioni. Il bilancio del ministero e' positivo, sia per spese di giustizia che gravano sui cittadini e sia per le grandi quantita' di beni confiscati alla criminalita' organizzata: si tratta di miliardi di euro provenienti dalla mafia e dalla camorra.
Un ministro indipendente, autenticamente impegnato nel risanamento, rivoluzionerebbe la geografia dei tribunali italiani, prenderebbe quelli piccoli, li cancellerebbe e li accorperebbe almeno nei capoluoghi di provincia, per evitare di avere microtribunali dove i giudici dovrebbero fare tutto e invece non possono fare niente perche' risultano incompatibili. Speriamo che nessuno faccia emendamenti migliorativi, perche' peggio e' questa legge, piu' abbiamo speranze che venga incenerita dalla Corte Costituzionale.
spie e microspie
Altra anomalia. Le intercettazioni ambientali d'ora in poi potranno essere disposte solo se si ha il fondato sospetto che si stiano commettendo dei reati. Una pura assurdita': come fai a sapere prima se in un certo luogo si commettono reati? L'importante e' invece poter seguire un individuo sospetto che frequenta certi luoghi dove parla al telefono o con degli amici. Un capo mafia a casa sua non strangola la gente, a casa sua magari riceve qualcuno e insieme a lui parla di appalti da truccare o negozi da taglieggiare. Pensate a quante volte viene messa la microspia dentro l'auto di un tizio: mica quello commette delitti dentro la macchina! C'e' la speranza che parli con qualcuno. E riveli notizie utili alle indagini.
In un'autoscuola di Palermo furono scoperti uomini di Bernardo Provenzano che facevano gli istruttori di guida e si chiudevano dentro le auto per parlare di cose riservate, senza sapere che dentro c'erano le “cimici”. In auto non commettevano reati, ma parlavano di come dovevano sostenere alle elezioni Marcello Dell'Utri, candidato alle europee nel 1999. Bene, d'ora in poi se non si ha un elemento concreto che in un certo posto sta per svolgersi un crimine, non si potra' piu' piazzare una microspia.
Ma la cosa piu' grave di questa legge riguarda le condizioni per disporre le intercettazioni. Quali sono i requisiti, quali sono i limiti? Oggi il gip le dispone su richiesta del pubblico ministero soltanto se ci sono elementi che fanno ritenere quella misura indispensabile per il proseguimento delle indagini. Da domani occorreranno fin da subito “gravi indizi di colpevolezza” a carico della persona da intercettare. Vuol dire che devi gia' avere prove contro di lui. In un'indagine di omicidio o sequestro di persona, devi insomma gia' conoscere il colpevole; e puoi intercettare soltanto lui. Ma l'intercettazione e' sempre servita per scoprire il colpevole! Ora non piu': prima devi scoprire il colpevole, poi puoi fare l'intercettazione. E se hai scoperto il colpevole lo arresti, non lo intercetti!


RUTELLI IN CONFLITTO

La demonizzazione di Gioacchino Genchi, consulente di Luigi De Magistris, non ha senso. Genchi e' stato convocato dal Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti guidato da Francesco Rutelli, uno che avrebbe almeno due motivi per non presiedere - o almeno per astenersi in questo periodo dal presiedere - il Copasir: era in contatto telefonico con Antonio Saladino, principale indagato di Why Not, e a Napoli risultano suoi contatti attraverso il rutelliano Renzo Lusetti con Alfredo Romeo, l'imprenditore che sta in carcere per gli appalti della Global Service.
Placidamente Rutelli, invece, giorni fa ha interrogato come capo del Copasir De Magistris e Genchi. De Magistris ha indagato su Saladino scoprendo fra l'altro i rapporti telefonici con Rutelli. Ma De Magistris e' anche lo stesso giudice oggi in forze al tribunale del riesame di Napoli che ha confermato gli arresti per Romeo, scrivendo quello che risulta nell'indagine: Romeo aveva rapporti, ancora tutti da chiarire, con Francesco Rutelli.
Tutti i giornali avevano raccontato di questi rapporti fra Romeo, la Margherita, Lusetti e anche un incontro con Rutelli. Non dimentichiamo che Romeo, pur essendo gia' stato arrestato e condannato in primo e secondo grado per corruzione negli anni Novanta, finanziava la Margherita ed Europa, il giornale della Margherita. Rutelli aveva accettato, o forse non l'avevano informato, il che sarebbe molto grave, che il suo partito prendesse soldi da uno che era noto come un corruttore di politici, gia' nella Prima Repubblica. Dopo che Rutelli e gli altri del Copasir hanno torchiato De Magistris e Genchi a proposito dell'archivio dei tabulati telefonici, i giornali invece di segnalare il grave conflitto di interessi hanno scritto che erano emersi fatti gravissimi...
Il vero problema e' che se non si puo' piu' intercettare nessuno (a meno non si sia gia' scoperto che e' colpevole), noi cittadini saremo molto piu' esposti ai crimini. Ed alla corruzione. Anzi, quando i criminali sapranno che la nuova legge e' questa, commetteranno molti piu' delitti perche' non avranno piu' nemmeno quel po' di paura che hanno oggi di essere presi.


STUPRI, SEMAFORO VERDE

Questo e' quello che succedera'. Pensate al caso degli stupri nel Lazio negli ultimi giorni: hanno scoperto molti dei violentatori intercettando le comunicazioni telefoniche e incrociando i tabulati, esattamente quello che fa Genchi. Se il gip, per intercettare i presunti stupratori, avesse dovuto aspettare che il pm gli desse la prova o il grave indizio di colpevolezza a carico di quei soggetti, non sarebbero stati sotto intercettazioni e sorpresi. In piena liberta', avrebbero gia' colpito altre ragazze.
Come non sospettare che decine di parlamentari della maggioranza, essendo stati condannati, siano diventati nemici acerrimi dei magistrati e rifiutino il controllo di legalita', seguiti a ruota da quelli della fasulla opposizione, anche essi accusati di gravi crimini? Il problema e' che esiste un accordo trasversale per neutralizzare le intercettazioni. E delegittimare i magistrati.


LE LEGGI CRIMONOGENE

L'attacco alla legalita' va avanti anche in materia finanziaria. Dopo che le banche ne hanno combinato di tutti i colori truffando impunemente milioni di ignari cittadini, in violazione della legge penale e della Costituzione, che impone alla Repubblica di tutelare il risparmio; dopo la vergogna delle scalate bancarie che ha visto coinvolti centro destra e centro sinistra in un assalto banditesco ai risparmiatori, la risposta di questo Governo e' una legge che permette di depredare i cittadini. E come sempre l'opposizione tace. Parliamo di un provvedimento destinato a provocare migliaia di esecuzioni forzate contro i piu' deboli ed indifesi, che saranno privati delle loro case.
Il 28 gennaio scorso e' stato infatti ridotto per legge a soli 5.000 euro il limite (precedentemente fissato a 8.000) per l'attivazione delle procedure di esproprio immobiliare a carico di coloro che sono in debito col fisco. La norma, denominata “Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”, porta un titolo menzognero e demagogico: si da' in pratica la possibilita' agli agenti riscossori di espropriare gli immobili per un importo piu' basso di prima. Bastera' un debito di 5000 euro per esseri privati di un bene primario come la casa. E si dimentica che il diritto alla casa e' inviolabile e come tale va tutelato assai piu' delle banche usuraie e truffatrici.
E che dicono i giornali e le tv, impegnati a narcotizzare la pubblica opinione con i reality e i festival, su questa ennesima vergogna? Nulla. Tacciono e, cosi' facendo, assentono.


martedì 10 marzo 2009

Dario Franceschini e la Costituzione

Salutiamo con  rinnovata  speranza l'avvento di  Dario Franceschini al vertice del PD per il suo convinto richiamo alla Costituzione repubblicana che egli ha dimostrato di conoscere e di amare , a differenza dei suoi predecessori.  A noi piace che egli abbia, come  primo atto di neo segretario del PD, giurato sulla Costituzione, mettendo in evidenza il pericolo per la democrazia  a causa della  concentrazione  del potere nelle mani del capo del Governo. Costui sta  realizzando  di fatto  quel regime presidenziale  vanamente perseguito dalla riforma costituzionale bocciata dal referendum. Il premier, colpito nel segno dalle parole di Franceschini, ha affermato di essere un difensore della Costituzione. Che aveva tentato di cambiare nella bicamerale presieduta da Massimo D'Alema ma non da solo. Solo pochi giorni fa  l'ineffabile  bugiardo disse che la nostra Carta risentiva della influenza del comunismo sovietico e che cambiarla non era  disdicevole.

Ma è bene ricordare a quelli che sono di memoria corta quali sono stati   gli atti e i provvedimenti liberticidi del  premier  nel corso di questi anni.  Il primo vulnus  della Carta  fu  il tentativo di realizzare   nel presidente del consiglio, definito “Primo Ministro”, una concentrazione di poteri assai superiore a quella di cui dispongono tutti i capi di Stato e di governo dei paesi democratici, a cominciare dal Presidente degli Stati Uniti. Sarebbe stata  quella riforma che Franceschini  teme come violatrice della Costituzione.   Oggi, il Presidente del Consiglio fa un continuo ricorso alla decretazione di urgenza su questioni fondamentali come la giustizia, la libertà di stampa e l'economia,  senza che si sappia, da parte dei parlamentari di maggioranza e opposizione, cosa votano.

Giuliano Vassalli,   denunciò  l’eccesso “sbalorditivo” dei poteri  che venivano attribuiti al Presidente del Consiglio, fornito di un potere di ricatto nei confronti della Camera dei deputati, i cui membri  sarebbero stati sottoposti alla minaccia di scioglimento anticipato. 

  In realtà  secondo  la riforma fallita, ma sempre perseguita,  il premier  nominava e revocava i Ministri e scioglieva il Parlamento. Mentre  tendeva a modificare la composizione   della   Corte Costituzionale aumentando i membri di nomina delle regioni. Con la conseguenza che la Corte Costituzionale sarebbe divenuta un organo della maggioranza di governo.   Oggi l’iniziativa legislativa del Parlamento è stata  drasticamente ridimensionata, sia per ciò che concerne la funzione  legislativa che per quanto riguarda  il controllo politico,  funzione indispensabile  per evitare le degenerazioni autoritarie.

Il federalismo fiscale, che si vuole oggi,  violerebbe il principio di solidarietà stabilito dall'art 2 Cost. .    Già la improvvida  riforma del titolo V della Costituzione  voluta del centrosinistra  diede  luogo ad un sovraccarico di conflittualità fra i diversi livelli istituzionali. L'accusa del Presidente del Consiglio al  centro sinistra  di avere operato  una riforma federale sciagurata è purtroppo fondata.   Ricordava  Giorgio Napolitano  in un convegno di qualche anno fa che il varo  della Commissione che giunse alla riforma del titolo V avvenne su impulso “solenne dell’appena eletto Presidente  della Repubblica” Oscar Luigi Scalfaro. Che rivolse “un  rispettoso  ma fermo  invito al   Parlamento  perché procedesse alla nomina di una Commissione bicamerale con il compito di una globale e organica revisione della Carta Costituzionale nell’articolazione delle diverse istituzioni” ( G Napolitano  Convegno del 25 Novembre 2004). Con il federalismo voluto da Bassanini   si  stravolse  l’equilibrio dei poteri  indebolendo il nostro Paese nella realtà europea e  internazionale.

Un altro colpo alla democrazia è  stato inflitto dalla legge elettorale che ha eliminato il voto di preferenza , il principale diritto politico dei cittadini (art 48 Cost.), privati della libertà di scegliere i loro rappresentanti in parlamento. Questo  sconcio è avvenuto ad opera del centro destra, ma  con  l'accordo della sinistra e del PD,  tutti preoccupati di garantire la sopravvivenza dei  loro  logori esponenti.

   Ma gli errori del centro sinistra non  giustificano altri  stravolgimenti della Costituzione, quali quelli perseguiti in passato che è bene ricordare agli italiani dalla memoria corta. Oggi  Berlusconi finge rispetto per Napolitano. In realtà un  duro attacco venne portato da Berlusconi al Presidente della Repubblica nel recente passato. Nei disegni del Presidente del Consiglio, il Capo dello Stato doveva essere  privato della  funzione di garanzia perdendo   il potere di filtro delle leggi  e di scioglimento delle camere  essendo  ridotto a una mera funzione  notarile di ratifica delle scelte del Premier cui quei poteri dovevano passare.

Il  parlamento nazionale, che  legifera  su diritti e libertà fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse,  doveva perdere la sua centralità e la sua  libertà perché    condizionato dal perverso congegno che univa voto bloccato e questione di fiducia posta dal primo ministro.   Ed è ciò che di fatto sta accadendo oggi  con una violazione sostanziale della Carta.  Il Parlamento non esiste.

L’indipendenza della magistratura sarebbe stata compromessa dallo svuotamento del potere del CSM  poiché  la selezione,  nomina e carriera dei magistrati,   sarebbero state esercitate  dal Ministro della Giustizia attraverso speciali  commissioni   controllate dall’esecutivo con organi esterni alla magistratura.  Il Governo poteva nominare capi di uffici giudiziari a sua scelta, ed avere giudici  subalterni al potere politico, come avveniva una volta, ai tempi delle stragi di piazza Fontana e  di Portella delle Ginestre.   Oggi  questo obiettivo è stato raggiunto con la riforma silente della Corte dei Conti,  trasformando  la composizione del Consiglio di Presidenza in cui i membri di nomina politica diventeranno  la maggioranza. Mentre in capo  al Presidente della Corte, di nomina governativa, con decreto legge 112 del 2008 sono stati trasferiti   funzioni di controllo dell'attività del Governo.

Il colpo finale alla informazione è venuto dalla nomina di Sergio Zavoli, amico di Gianni Letta, che ha varato - ha perfettamente ragione  Antonio Di Pietro -  una commissione di vigilanza su misura per gli interessi di Berlusconi. La Rai sarà al servizio esclusivo  del Governo. E coloro che, nel PD,  hanno voluto Zavoli sono serviti. Le possibilità di una riscossa del centro sinistra sono pari a zero.

In conclusione, le riforme   del Governo bocciate dal referendum ci vengono  di fatto  imposte con la decretazione di urgenza di cui tutti ignorano la portata devastante, il lodo Alfano che assicura la impunità del Presidente del Consiglio per i delitti di corruzione, la legge sulle intercettazioni telefoniche per limitare la libertà di stampa,  decreti  di sostegno alle famiglie che invece le danneggiano gravemente, la liquidazione del potere di controllo della Corte  sugli atti del Governo.    Nel frattempo   la situazione è aggravata   dal  controllo  sempre più intenso da parte del governo  dell’istruzione pubblica  e  della formazione dei giovani, con una  intollerabile umiliazione della scuola pubblica  .

Infine, con la legge che pretende di equiparare i repubblichini che sostennero il nazifascismo delle stragi ed i partigiani che lottarono per la Costituzione, si  viola apertamente la Carta che nella XII disposizione transitoria vieta la ricostituzione del partito fascista. Nella relazione  alla proposta di legge presentato da  postfascisti  si  invoca la pari dignità dei seguaci di Salò, che se avessero vinto, ci avrebbero riconsegnati nelle mani di Hitler e Mussolini, e  definiscono i partigiani come coloro che, agendo da traditori, si schierarono “con la parte avversa”, cioè con gli americani;  i repubblichini, “cresciuti nella temperie culturale guerriera e imperiale del ventennio, ritennero onorevole la scelta a difesa del regime”  restando fedeli alla patria  fascista, invocandosi  “la possibilità di riconoscere socialmente i meriti di coloro che hanno combattuto consapevolmente per il tricolore”, cioè per  il nazifascismo.  Un vero e proprio stravolgimento della verità e della storia, preludio del rinascente fascismo. Il Presidente della Repubblica non può avallare una simile offesa alla memoria dei partigiani.

 Moro,  Calamandrei,  Dossetti e tutti i  padri costituenti   vollero la Costituzione   “antifascista”  come il frutto - disse Moro nel 1947 all’assemblea costituente -   “della  comune opposizione di  tutti i democratici”,  cattolici  popolari,   comunisti,  socialisti,  repubblicani,  azionisti di G e L  e  liberali, di fronte a quella   lunga  oppressione fascista dei valori della personalità umana e della solidarietà sociale” .

Siamo alla tirannia del Presidente del Consiglio; a qualcosa di molto peggio del regime.

 Ferdinando Imposimato



domenica 2 novembre 2008

Famiglia e Costituzione

I principi fondamentali che regolano i rapporti etico - sociali, con particolare riguardo a quelli relativi all'istituzione familiare e ai compiti dei genitori

 di Ferdinando Imposimato

 

Premessa. Lo Stato e la Famiglia secondo Aristotele e Socrate

La nostra costituzione si ispira alla concezione  aristotelica della famiglia. Essa era  intesa, nell'antica Grecia,  come  perno dello Stato democratico, e per questo meritevole di un preciso riconoscimento e di   tutela nella Costituzione di Atene. Per Aristotele,  solo esaminando di quali elementi fondamentali risulta composto lo Stato, si ha una visione chiara dello Stato.  Il grande filosofo, che Dante definisce come “il maestro di color che sanno”, afferma: “La comunità che si costituisce  per la vita quotidiana secondo natura  è la famiglia,  e  la prima comunità che  risulta dalla sintesi tra più famiglie è il villaggio”.  “La comunità che risulta dall'insieme di più villaggi è lo Stato, perfetto, che raggiunge il limite dell'autosufficienza completa. “Lo Stato – osserva  Aristotele - esiste per rendere possibile  agli uomini una vita felice” E  a questa concezione della Stato,  portatore di felicità,  si è ispirata la Costituzione americana  secondo  cui lo scopo principale   cui mira  lo Stato americano  è  la felicità dei cittadini.

Anche la Costituzione italiana ha assunto la famiglia come  società naturale, cardine della società e meritevole di tutela e di agevolazione  sul piano economico.  E dunque,  sia la Costituzione Italiana che quella americana hanno  introdotto  i principi costituzionali affermati , 450 anni a c n, da Aristotele nel suo trattato sulla politica (Politica Aristotele. Laterza Bari). Il  filosofo  ateniese  sostenne che lo Stato stesso, prima ancora della famiglia, è  “una società naturale”.  E cioè che esso nasce  fin da quando esiste l'uomo. L'essere umano  per natura è un essere sociale: chi vive  fuori della  comunità statale o è un abietto o è superiore all'uomo, rileva Aristotele. “Poiché la natura non fa niente senza scopo e l'uomo, solo tra gli animali, ha la parola, fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo, e di conseguenza il giusto e l'ingiusto, e tutti gli altri valori, il possesso comune di questi valori costituisce la famiglia e lo Stato” ( Politica di Aristotele p 6 e 7 Laterza Bari) . Aristotele  spiega  che lo Stato è anteriore alla famiglia, poiché  lo Stato è “il tutto,  deve essere necessariamente anteriore alla parte, cioè all'uomo.  Nessuno può pensare che un braccio esiste senza il corpo. Per natura in tutti gli uomini  esiste  la spinta verso la  partecipazione alla vita dello Stato passando attraverso la famiglia. E  “chi costituì per primo lo Stato fu causa di grandissimi beni.  “La giustizia è elemento essenziale dello Stato; il diritto è il principio ordinatore dello stato, e la giustizia è determinazione di ciò che è giusto( p 7 Politica Aristotele Laterza Bari ).

Studiando la famiglia nei suoi elementi più semplici, Aristotele rileva che essi sono  “marito e moglie, padri e figli, padroni e schiavi”. E che l'essenza della famiglia è il  “rapporto matrimoniale tra uomo e donna e la procreazione dei figli”.  Aristotele respinge l'idea  socratica di uno Stato in cui  possa esistere    una sola grande  famiglia, nella quale vi sia comunanza di donne,  figli  e beni. Aristotele  riconosce  che uno Stato  debba  avere necessariamente  delle cose in comune, come il territorio, o il mare o i fiumi, ma questa comunione non si può estendere alle donne ed ai figli e alla  proprietà. Socrate  sosteneva  che  “lo  Stato ideale  che aspira alla massima unità come suo bene supremo”   è quello in cui si realizza “la comunanza di donne, figli e averi, come afferma Platone nella Repubblica. Lo Stato  perfetto, secondo  Socrate, è  quello in cui esiste una unica grande famiglia: ma Aristotele replica che “se lo  stato,  nel suo processo di unificazione é sempre più uno (nel senso di unito), cioè riesce a realizzare una sola  grande famiglia, non sarà neppure uno Stato, perchè lo Stato – e qui è un'altra geniale intuizione di Aristotele - è per sua natura pluralità,  mentre  diventando sempre più una sola  entità, si ridurrà a famiglia da Stato e a uomo da famiglia: in realtà dobbiamo ammettere – conclude  Aristotele -  che la famiglia è più  di una  nello Stato: di conseguenza chi  fosse in grado di realizzare  tale unità di tutti gli uomini e delle donne e dei beni, non dovrebbe farlo perchè distruggerebbe lo Stato(Aristotele politica Laterza p 32). Infatti una unica grande famiglia  con la comunanza di donne , di figli e di proprietà – una sorta  di comunismo integrale - porterebbe non alla concordia, presupposto per la felicità di tutti i cittadini, ma alla discordia. Infatti     “ di quel che appartiene a molti non si preoccupa più nessuno,  perchè gli uomini badano soprattutto a quel che è di proprietà di ciascuno di loro, di meno a quel che è possesso comune, o tutt'al più nei limiti del loro personale interesse.E dunque occorre che nello Stato esistano una miriade di famiglie, ciascuna fornita della propria autonomia ed individualità.

 

La famiglia secondo Voltaire

Quanto alla famiglia, il filosofo Voltaire, il padre dell'illuminismo francese,  come Aristotele  non riconobbe altra famiglia che quella formata  da uomo, donna e figli.   Voltaire, pure essendo il filosofo della tolleranza e critico feroce  di ogni forma di intolleranza, e per questo nemico della intolleranza, della superstizione, del fanatismo e della religione cristiana, responsabili  di crimini orrendi commessi con  la copertura del Tribunale della Inquisizione - memorabile è la storia della condanna a morte di Jean Calais  per puro fanatismo religioso -  mostrò a sua volta una intolleranza assoluta  verso  la famiglia  omosessuale ed in particolare verso la pederastia,  che   condannò ferocemente,  chiedendosi,  a proposito dell'amore cd socratico, cioè tra uomini o tra donne e soprattutto tra adulti e bambini, “ come è possibile che un vizio, distruttore del genere umano se fosse universale, che un attentato infame contro la natura  sia tuttavia così naturale? Esso appare come l'estremo grado della corruzione consapevole. E' entrato in cuori novizi che non hanno conosciuto né l'ambizione né la frode né la sete di ricchezza: è la gioventù cieca che, per un istinto confuso, precipita  in questo disordine uscendo dalla infanzia” Egli proseguì dicendo: “Non posso sopportare  che si sostenga che i greci abbiano  autorizzato questa licenza. Si cita il legislatore Solone perché in due versi disse: amerai un bel ragazzo finché il suo mento non abbia barba”. Ma diciamo la verità, Solone era legislatore quando compose questi due versi ridicoli?” . (Voltaire dizionario filosofico edizione Newton Compton Roma p 12-14)

 

 

 

  I rapporti etico sociali  con particolare riguardo alla famiglia  secondo la Costituzione

I rapporti etico sociali sono disciplinati dagli articoli 29- 34 della Costituzione e riguardano i diritti della famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio,  i rapporti dei genitori con i figli, la tutela della salute come diritto dell'individuo ed interesse della collettività, il diritto alla istruzione e la prevalenza della scuola pubblica (art 33 Costituzione), prevedendo che i privati possano istituire scuole  ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato, e il  sostegno economico per i meritevoli (art 34 3 comma Costituzione)

La costituzione repubblicana dedica particolare attenzione all'istituto della famiglia ed ai compiti dei genitori verso  i  figli. L'art 29 della Costituzione afferma che la      “Repubblica  riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Aggiunge che “il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia della unità familiare”. Tale norma va interpretata, da un lato, come presa d'atto del valore originario e pregiuridico della Famiglia e del suo assetto fondamentale di istituzione  che soddisfa bisogni fondamentali dell'individuo: come il completamento della sua personalità con la scelta di un “compagno” con cui affrontare le difficoltà della esistenza; la procreazione e l'educazione della prole. Dall'altro come impegno a rispettare l'autonomia delle singole famiglie, salva la necessità di intervenire a difesa dei figli “nei casi di incapacità dei genitori” ( art 30 comma 2 Costituzione). Naturalmente non vi è un modello universale  ed immutabile di famiglia, ma vari tipi storicamente condizionati. Difatti nella società di un tempo, prevalentemente agricola, la famiglia tendeva ad organizzarsi come unità produttiva, sia verso l'esterno, per il mercato, sia rivolta all'interno della comunità familiare stessa. La famiglia aveva scarsa mobilità, accentramento gerarchico, con i poteri del paterfamilias sulla moglie e sui figli, rigida distribuzione dei ruoli. Solo a partire dalla metà degli anni settanta, con il processo di industrializzazione, si è verificata la disgregazione della famiglia antica, sia sul piano della composizione numerica , con il passaggio alla cd famiglia nucleare, composta dai soli genitori e figli, sia sul piano della contrazione dei poteri del capofamiglia, sia sul piano della riduzione della funzioni svolte all'interno della famiglia, come l'assistenza e la istruzione. oggi affidate totalmente ad istituzioni pubbliche.

Esemplare è la evoluzione della  posizione sociale e  giuridica della donna , da soggetto incapace di agire senza autorizzazione  del marito, “tenuta ad accompagnare il marito dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza( come stabiliva l'art 144 cc nel testo originario) e a prestargli obbedienza in cambio del diritto al mantenimento, a soggetto con “pari dignità sociale” (art 3  Cost), rispetto al marito, dovendo “il matrimonio essere ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” (art 29 Cost). L'adeguamento al precetto costituzionale, però, richiese una profonda modifica del codice civile, poiché il testo  originario manteneva la moglie in una posizione di subordinazione, attribuendo al marito la qualifica di “capo della famiglia” investito di una “potestà maritalesulla moglie ( art 144  cc del vecchio  testo). Ma la Corte Costituzionale era intervenuta ripetutamente a dichiarare la illegittimità di norme  del codice civile e penale in contrasto con il principio di parità  tra i coniugi. Nel 1970 si registrava l'introduzione  del divorzio, per cui il matrimonio non era più indissolubile. Cinque anni dopo,  con legge 19 maggio 1975 n 151,  veniva varata una riforma profonda  che disponeva l'innalzamento della età per  contrarre matrimonio, profonde modifiche sulle cause di invalidità delle nozze  (con la previsione dell'errore della violenza e del dolo),  l'integrale parificazione  dei coniugi nel governo della famiglia e nella potestà sui figli, l'abolizione della separazione personale dei coniugi  “per colpa”, la comunione dei beni, la attribuzione della azione di disconoscimento della  paternità pure alla  madre ed al figlio; la riconoscibilità dei figli naturali procreati in costanza di matrimonio; l'ammissibilità di una illimitata ricerca giudiziale della paternità naturale;  la sostanziale equiparazione dei figli naturali e dei figli legittimi; il miglioramento dei diritti successori del  coniuge superstite e dei figli naturali.

La famiglia legittima è quella fondata sul matrimonio. La  famiglia di fatto è quella costituita da persone che, pur non essendo legate tra loro dal matrimonio, convivono more  uxorio, insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione.

In realtà la nostra costituzione tutela anche  i “diversi” - omosessuali, bisessuali, transessuali - all'art 3 della Costituzione, quando dice che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e hanno pari dignità  sociale, senza distinzione di sesso....  e di condizioni personali e sociali”, in cui la  locuzione “condizioni personali” vuole dire anche “omosessuali”. Ma non tutela le famiglie tra omosessuali, che pure esistono ma non ricevono alcuna tutela giuridica, a differenza della famiglia di fatto.

Il solenne riconoscimento dei diritti della famiglia, contenuto nell'articolo 29 della costituzione,  si rivolge solo alla famiglia fondata sul matrimonio. Peraltro anche la famiglia di fatto ha acquistato profili di rilevanza giuridica, che trova tutela nell'articolo 2 della Costituzione, che fa riferimento alle formazioni sociali nelle quale l'individuo esplica la proprio personalità. Per esempio alla convivente  more uxorio si riconosce il diritto al risarcimento del danno, in caso di uccisione del convivente; il diritto di subentrare nel contratto di locazione intestato all'altro convivente ( art 6 L n 392/1978). 

Il riconoscimento della famiglia come cardine della società e dello Stato venne completato dalla previsione all'art 31 della Costituzione,  dell'obbligo della Repubblica, di agevolare con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con particolare  riguardo alle famiglie numerose. Norma che è sostanzialmente inapplicata.  Aldo Moro fece un intervento all'assemblea costituente del 6 novembre 1946  con cui non solo sollecitava  l'introduzione di un dovere dello stato di sostenere oneri  finanziari in favore delle famiglie, ma si opponeva  a coloro che volevano inserire la garanzia costituzionale della famiglia nel preambolo senza impegnare lo Stato con un programma preciso. Infatti  era necessario per Aldo Moro che “lo Stato assumesse il compito di permettere questo libero atto, tante volte ostacolato da condizioni economiche. Così come riteneva necessario fare riferimento alle famiglie numerose, specialmente se si tiene  presente che  i commissari democristiani hanno sostenuto la necessità di salari familiari.

Moro difese anche il principio che, in caso  di incapacità dei genitori, la legge provvede  a che siano assolti i loro compiti. Alla obiezione della Presidente che la norma fosse simile a quella fascista secondo cui lo Stato interferiva nella educazione  della prole, obiettò  che si tratta invece di tutelare i figli, “nei casi limite  in cui è necessario fare  riferimento ad un eventuale  intervento dello Stato per ragioni economiche e morali, come ad  esempio nel caso di famiglie che abbandonano la prole in mezzo alla strada” ( atti della costituente 7 novembre 1946)

 

Rapporti tra genitori e figli

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli , tenendo conto delle capacità naturali, delle inclinazioni e delle aspirazioni dei  figli.  Tale dovere, che riguarda non solo i figli legittimi ma anche i figli naturali cioè nati fuori del matrimonio, è sancito dall'articolo 30 della Costituzione  che afferma  testualmente “E' dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”.  Il principio in questione è affermato anche dall'art 147 cc. Da notare che secondo la dottrina e la giurisprudenza della SC, tale dovere non cessa automaticamente allorché i figli raggiungono la maggiore età ma perdura fino a quando non abbiano raggiunto una propria autonomia ed indipendenza economica.  E sempre che  lo stato di bisogno non dipenda da  una scelta del figlio  di non lavorare. Viene meno l'obbligo del  mantenimento quando  il mancato svolgimento dell'attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia  ovvero da un rifiuto ingiustificato del lavoro, “il cui accertamento deve però essere ancorato alle aspirazioni, al percorso universitario e post universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro” (Cassazione 6 novembre 2006 n 23673).

A loro volta i figli devono rispettare i genitori e devono anche essi contribuire al mantenimento della famiglia, fin quando vi convivono, “in proporzione alle proprie sostanze ed al proprio reddito” ( art 315 cc).

Il figlio è soggetto alla “potestà dei genitori” ( art 316 cc) fino al raggiungimento della maggiore età o al matrimonio, qualora si sposi prima di diventare maggiorenne.  ( art 390 cc). La potestà deve essere esercitata dai genitori di comune accordo: in caso di contrasti, purché si tratti di questioni di particolare importanza ( ad es tipo di studi da fare seguire dai figli), ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice, il quale, sentiti i genitori ed anche il figlio se ha raggiunto  i quattordici anni, suggerisce le determinazioni più utili nell'interesse del figlio e della unità familiare. Se il contrasto rimane, il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del figlio. ( art 316 cc )

In caso di separazione personale, annullamento del matrimonio e o di divorzio, l'esercizio della potestà è regolato secondo quanto dispongono gli artt 155 e seguenti cc. La nuova legge, approvata nel 2006, è in linea con la convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, firmata a NY il 20 novembre 1989, ratificata in Italia nel 1994, che esige che i genitori mantengano regolari rapporti con entrambi i genitori, pone come regola fondamentale l'affidamento condiviso. Infatti la legge afferma che anche in caso  di separazione, i figli hanno diritto di conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere da entrambi cura, educazione ed istruzione, e di conservare i rapporti con i nonni e i parenti di ciascun ramo genitoriale. Il giudice deve avere di mira, nell'emanare i provvedimenti relativi alla prole, esclusivamente l'interesse materiale e morale della prole stessa. Il giudice può affidare il minore ad uno dei due coniugi solo quando ritenga che il rapporto con l'altro genitore sia contrario all'interesse del minore.

I rapporti relativi ai figli sono sempre modificabili.


Ferdinando Imposimato

Roma, Ottobre 2008

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venerdì 23 maggio 2008

I diritti inviolabili in una società multiculturale. La Costituzione e la Carta di Nizza del 2000.

I diritti inviolabili in una società multiculturale. La Costituzione e la Carta di Nizza del 2000

1.     Le radici della Costituzione repubblicana . Il fondamento di tutte le leggi vigenti in un determinato ordinamento è la Costituzione, che in ogni paese dovrebbe essere garante di libertà. Ma non si può accettare un concetto formalistico di legge costituzionale che sempre ed in ogni paese sia garante di libertà .La storia ci insegna che così non è. La Costituzione di Hitler e quella di Stalin, pur essendo leggi, non hanno tutelato la libertà. Ed allora dobbiamo accedere ad una concezione garantista e concreta di Costituzione. Il nesso tra libertà e legge perde così la certezza che lo ha cementato per millenni. Nulla vieta che il tiranno eserciti la sua tirannide in nome della  costituzione  e mediante ordini travestiti da leggi. 

La nostra Costituzione é democratica poichè, a differenza della Costituzione fascista, é il frutto della volontà della  stragrande maggioranza del  popolo : essa pone al primo posto , nella gerarchia dei valori , non lo Stato ma la tutela della persona umana e  il  lavoro ,  e rifiuta  qualsiasi concezione utilitaristica del lavoro come entità economica da trattare come merce di scambio .

Le sue fonti ideali si trovano nelle costituzioni dell'Antica Grecia di cui parlano  Tucidide ed Erodoto,  i primi storici a parlare di  democrazia. Noi guardiamo al passato ( anamnesi) per capire il presente ( diagnosi) e prevedere e plasmare il futuro (prognosi) ,  evitando errori nell'accettare riforme pericolose in nome della governabilità.

Erodoto, parlando dell’abbattimento della tirannide dei Magi in Persia, fa dire ad Otane, uno dei protagonisti della rivolta, chiamato a decidere su quale forma di governo darsi,: “anche il migliore degli uomini, una volta salito a tale autorità, il potere assoluto lo allontanerebbe dal suo solito modo di pensare. Dai beni presenti gli viene, infatti, l’arroganza, mentre sin dalle origini è innata in lui l’invidia. E quando ha questi due vizi, ha ogni malvagità, perché molte scelleratezze le compie perché pieno di arroganza oltre che di invidia. Eppure, un sovrano dovrebbe essere privo di invidia dal momento che possiede tutti i beni. Invece egli si comporta verso i cittadini in modo ben differente, è invidioso che i migliori siano in vita e si compiace dei cittadini peggiori ed è prontissimo ad accogliere le calunnie. Ma la cosa più sconveniente di tutte è questa, se qualcuno lo onora moderatamente, si sdegna di non essere onorato abbastanza, se invece uno lo onora molto si sdegna ritenendolo un adulatore. Il Governo popolare invece anzitutto ha il nome più bello di tutti, l’uguaglianza dinanzi alla legge, in secondo luogo niente fa di quanto fa il monarca, perché a sorte esercita le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo e presenta tutti i decreti all’assemblea generale. Io dunque propongo di abbandonare la monarchia e di elevare il popolo al potere, perché nella massa sta ogni potenza” (Erodoto, III, 80). Erodoto era convinto che la potenza di Atene fosse legata alla democrazia cioé al potere del popolo: “Gli ateniesi cresceranno in potenza: è chiaro non da questo solo esempio, ma sotto ogni riguardo che l’uguaglianza è un bene prezioso, gli ateniesi quando erano sotto i tiranni non erano  superiori a nessuno dei vicini, mentre quando si furono liberati dai tiranni divennero di gran lunga i primi” (Erodoto,  Storie, V, 78).

2.     Tucidide, contemporaneo di Erodoto, a lungo si soffermò sui mali della guerra e della discordia civile che essa alimenta. E descrisse il trattato di pace tra Atene e Sparta: “Per cinquant’anni vi sia la pace senza inganno e senza danno, per terra e per mare tra gli ateniesi e gli alleati degli ateniesi e i Lacedemoni e gli alleati dei Lacedemoni” (Le Storie, V, 18, Tucidide). E questa pace seguì ad una lunga discussione, in cui i Lacedemoni ricordarono agli ateniesi: “Non è ragionevole che voi, fiduciosi nella potenza attuale della vostra città e di quelle che a lei si sono unite crediate che il favore della fortuna sarà sempre con voi. Gli uomini prudenti  fanno pace soprattutto quando sono in un periodo di prosperità” (Tucidide IV, par. 18 Le Storie) ( art 10 e 11 Costituzione)

3.     . La Costituzione democratica in Grecia. Tucidide diede per primo l'idea della costituzione democratica come governo della maggioranza, e del metodo della preferenza ,  su  una persona  tra le tante , in base al merito, affermando: ”Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone , ma alla maggioranza, e per questo essa  é chiamata democrazia; di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta  un piano di parità ( la legge é uguale per tutti articolo 3 Costituzione ), mentre per  quanto riguarda la considerazione pubblica  nell'Amministrazione dello Stato,  ciascuno é preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale più che per quello che vale (art 51 costituzione). E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne é impedito dalla oscurità del suo rango sociale. “ ( Tucidide Le Storie 37) Pericle esaltò la democrazia e la civiltà di Atene, poiché egli perseguiva non l'interesse privato ma il bene comune , l'interesse generale della città. Al punto che nonostante sue scelte impopolari in politica estera,  il popolo lo rielesse poiché ”per tutto il tempo  in cui guidò la città in periodo di pace, la condusse con moderazione a così la mantenne sicura ed essa sotto il suo governo divenne grandissima”( Tucidide Le Storie  )

4.     .I principi della nostra Costituzione . Molte costituzioni non sono democratiche.  La nostra è una costituzione democratica ed antifascista . Poiché – disse Moro-  è nata dalla comune battaglia degli italiani   nella lotta di liberazione contro il fascismo,  per l'affermazione della dignità dell'uomo e del lavoratore contro ogni forma di mortificazione della sua dignità. Essa contiene i principi di garanzia che sono l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libertà di opinione, la libertà di associazione, la tutela della scuola pubblica, la difesa del lavoro e della sua dignità, la difesa dei diritti  inviolabili dell'uomo.  E contiene un sistema di regole,  pesi e contrappesi, con un perfetto equilibrio tra i poteri.  Senza che nessuno prevalga sugli altri.

Secondo Calamandrei la Costituzione si fonda su quattro grandi libertà, inalienabili ed indisponibili, sottratte ad ogni potere , sia allo Stato sia al mercato. Esse sono la  libertà personale, ovvero l'immunità da arresti arbitrari e da torture,   di coscienza e di pensiero , che implica il diritto di manifestare le proprie opinioni , la libertà di  riunione, che implica il diritto di protesta collettiva,  ed associazione, che permette la libera formazione di partiti e di sindacati, i principali soggetti della vita democratica.  Secondo  Piero Calamandrei,  i diritti  di libertà individuali sono precondizioni della democrazia,  mentre i diritti sociali, da riconoscere a tutti gli uomini,  sono precondizioni della libertà individuale.  Essi sono i diritti inviolabili riconosciuti dall'art 2 della Costuzione: il diritto alla vita, alla salute, al sapere,  all'ambiente , alla casa, al lavoro dignitoso, alla pace, ad un giusto processo, alla libertà, alla legalità, alla sicurezza. L'articolo 2 riconosce i diritti inviolabili ( o diritti sociali), mentre  l'art 3 li rende effettivi non solo riconoscendo l'uguaglianza di fronte alla legge , ma anche l'obbligo dello Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ,  limitando di fatto  la  libertà e l'eguaglianza dei cittadini. impediscono  il pieno sviluppo della persona umana e la piena  partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale dello Stato.

5.     Il principio di legalità. La certezza del diritto- La legge

Il principio di legalità é affermato dall'art 25 della Costituzione secondo cui  “nessuno può essere  punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Ci può essere anche un'azione socialmente riprovevole ma se non é prevista dalla legge come reato, non é punibile. Inoltre la legge deve essere chiara e comprensibile da tutti ( principio di tassatività).  La certezza del diritto è la condizione indispensabile per garantire i cittadini contro i possibili arbitri del potere e dei giudici Laddove esiste una legislazione incomprensibile, confusa e contraddittoria, lì c’è l’abuso. L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di rivendicare la protezione delle leggi. La libertà nelle democrazie tende a proteggere il cittadino dall’oppressione attraverso le leggi. Cicerone diceva: omnes legum servi sumus ut liberi esse possimus, siamo  tutti servi delle leggi al fine di essere uomini liberi. Il punto essenziale è sempre questo: siamo liberi quando obbediamo a leggi e non a padroni. La libertà politica è libertà nella legge e mediante leggi. Ai greci non riuscì di fissare i nomoi, le loro leggi. Nella Grecia antica il popolo faceva e disfaceva il diritto a suo piacimento, sicché il potere politico era senza limiti. Per arrivare ad un sistema giuridico che vincola il potere politico fu necessario il costituzionalismo liberale, lo stato di diritto. Kelsen notava che una democrazia «senza quella autolimitazione che rappresenta il principio della legalità si autodistrugge». Se la democrazia dei moderni ricomprende in sé le nozioni di libertà e di legalità, intesa questa come legalità costituzionale, si ha la liberal democrazia. Rousseau affermava che la libertà «è fondata dalla legge e nella legge». Nel discorso sull’Ineguaglianza osservava: «Nessuno di voi è così poco illuminato da non sapere che là dove viene meno il vigore delle leggi e l’autorità dei loro difensori, non vi può essere né sicurezza né libertà per nessun». E concludeva: «La libertà segue sempre la sorte delle leggi, essa regna e perisce con queste; nulla mi è noto con maggiore certezza».

Ma le leggi non possono essere partorite né dalle masse né da legislatori incapaci. I referendum popolari sono un modo improprio di creare e abrogare le leggi. I referendum abrogativi tendono sovente a creare nuove leggi, ma in realtà producono vuoti pericolosi che spesso non vengono colmati da leggi chiare. Rousseau si chiedeva: «Come potrà una moltitudine cieca, che spesso non sa quel che vuole perché solo di rado sa quel che per lei è bene, mettere in esecuzione da sé una impresa di tanta mole e tanto difficile come un sistema di legislazione? ». In concreto il problema, per Rousseau, poteva essere risolto legiferando il meno possibile. Egli ricordò che gli ateniesi persero la loro democrazia perché ciascuno vi proponeva leggi a sua fantasia, mentre invece è la antichità delle leggi che le rende sante e venerabili. “Lo Stato ha bisogno di ben poche leggi”. Il punto è dunque che le leggi di Rousseau sono poche, generalissime, fondamentali, antiche e pressochè immutabili. Nel contratto sociale egli invoca un legislatore – un Mosè, un Ligurco, un Numa, - e cioè un uomo straordinario nello Stato che assolve una funzione particolare e superiore che non ha niente in comune col regno umano.

Ma le leggi- dice Giovanni Sartori- non sono fatte dalla volontà generale e non sono fatte una volta per sempre, esse sono sempre da fare. Tanto più che non sempre la legge è una normativa caratterizzata da contenuti di giustizia. Per millenni si è ritenuto che la legge dovesse incorporare valori di giustizia. In realtà la legge è IUS dalla radice iubeo,comando”, il quale può non avere contenuti di giustizia.

Spesso la legge viene sciupata per quattro  aspetti, la inflazione, la loro cattiva qualità, la perdita di certezza e la perdita di generalità. Si tratta di leggi nel nome ma di non leggi nella sostanza. Davvero un orrendo pasticcio la cui prima conseguenza è una proliferazione di leggi che perciò stesso svaluta le leggi. Nel nostro sistema manca spesso la chiarezza delle leggi e la coerenza del sistema legale poiché molto spesso le leggi si sovrappongono e si contraddicono. La certezza del diritto viene meno perché il continuo mutamento dello stato delle leggi e la loro inosservanza in vista di possibili e frequenti condoni  rende i comandi poco affidabili. È il caso della concessione continua di condoni , che sono ingiusti per coloro che hanno subito la sanzione immediata rispetto a chi si è giovato di tecniche dilatorie.

Le leggi sono sempre più settoriali e parziali, favorendo alcuni e danneggiando altri. Oggi l’edificio della libertà nella legge è sostenuto dai diritti umani e cioè dalla sua conformità a quei diritti. La conseguenza di tutto questo è la ineffettività delle leggi che sono ignorate, violate e disapplicate dai cittadini.

6.     .La Costituzione e gli  stranieri. Nell’ambito  degli extracomunitari, ci sono centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori extracomunitari che vivono  e lavorano in Italia, ma non non godono dei diritti sociali   garantiti dalla Costituzione solo ai cittadini italiani.   Extracomunitari che lavorano e non sono dediti al delitto,  che  danno ricchezza all’Italia, ma non possono lavorare da regolari e non possono vivere una vita decente , dignitosa. La  causa di questo  disagio è una discutibile legge del 1998 (varata dal governo  di centro sinistra), ma soprattutto la sua  applicazione da parte  del Ministero del Lavoro; secondo cui si può lavorare da regolari solo se si viene invitati  dal datore di lavoro mentre si è nel proprio Paese di origine. Ciò significa che un datore di lavoro dovrebbe  assumere una persona sconosciuta senza conoscerne le capacità lavorative. Ciò è fuori dal mondo!Questo non avviene per cui l’extracomunitario è costretto ad entrare in Italia da clandestino ed essere assunto “a nero”.Questa realtà  provoca un sottobosco di illegalità  di cui sono vittime gli extracomunitari clandestini, esposti ad ogni abuso, soprattutto dai datori di lavoro.  Molti sono anche vittime di morti bianche per l'assoluta mancanza di rispetto delle norme sulla sicurezza sul posto di lavoro;  e di  gravi ed irreparabili errori  giudiziari, più frequenti nei confronti degli extracomunitari per l'assoluta mancanza di ogni difesa da ogni forma di delitto che viene loro attribuito solo per la loro razza.

7.     . La interpretazione rigorosa della Costituzione.  Purtroppo  una parte della magistratura penale, come ha rilevato Magistratura Democratica,  é   rigorosa nell'applicare una legislazione in materia di stranieri  che é  in contrasto con i diritti inviolabili dell'uomo garantiti da convenzioni internazionali.

La discriminazione degli stranieri anche regolari é  consentita da una interpretazione restrittiva della Costituzione repubblicana. Che tutela alcuni dei diritti inviolabili solo con riferimento ai cittadini italiani. Mentre l'articolo 2 stabilisce che “ la Repubblica  riconosce e garantisce  i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale”, subito dopo, l'art 3,  limita il riconoscimento e la tutela ai cittadini che “ hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E di seguito riconosce ai cittadini il diritto al lavoro ( art 4)  , il diritto di circolare  liberamente in ogni parte del territorio nazionale ( art 16), di riunirsi pacificamente ( art 17), di associarsi ( art 18).  Eppure si tratta di materie che riguardano  diritti già riconosciuti dallo ius gentium: il diritto di sfuggire alla fame , alle guerre, alle dittature.

 

 

8.     . Le convenzioni internazionali. Questa tendenza a limitare i diritti ai cittadini si pone in contrasto con la dichiarazione dei diritti dell'uomo proclamata dall'ONU in NY il 10 dicembre 1948 , laddove si afferma  ( art 1) che “ tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità a diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza “, e  che ( art 2) “ ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente dichiarazione, senza distinzione di razza , di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”; e che ( art 3) “ ogni diritto alla  vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”; e che ( art 7) “ tutti sono uguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza  alcuna discriminazione, ad una  uguale tutela  da parte della legge” così come “ art 8) “ ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge”; ; e ( art 9) “ nessun individuo potrà essere arbitrariamente  arrestato, detenuto od esiliato” ;  ( art  13)  “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento entro i confini di ogni Stato; ed ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”: (art 15) “ ogni individuo ha diritto  ad una cittadinanza” nessun individuo potrà essere privato del diritto di mutare cittadinanza”; ed infine ( art18) “ ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero”  , ( art19) “ di opinione”; ( art 20) “ di riunione ed associazione  pacifica”; e art21); “ ogni individuo ha diritto di partecipare la governo del proprio paese , sia direttamente sia attraverso rappresentanti liberamente scelti”; (art 23) “ ogni individuo ha diritto al lavoro, e a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”; ad uguale retribuzione per uguale lavoro” (art 26) “all'istruzione”; ( art 27) “ di partecipare alla vita culturale della  comunità”.

9.     Con molto ritardo,  l'Europa ha riconosciuto questi diritti fondamentali nella “ carta dei diritti dell'Unione Europea”, approvata dal parlamento europeo il 14 novembre del 2000. Nel bill of rights europeo  vi é un ampio ventaglio di nuovi diritti  sconosciuti dalle principali costituzioni nazionali o limitati ai cittadini dei singoli paesi, con una discriminazione inaccettabile. La Carta di Nizza   garantisce la protezione di nuovi diritti raggruppati attorno ai valori fondamentali della dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia e cittadinanza, attorno ai quali si realizza la  ricomposizione dei beni primari che integrano la dignità di ogni individuo e così un modello di costituzionalizzazione della persona, capace di offrire una traccia garantista unitaria e imprescindibile per l'attività giudiziaria all'interno dell'Unione .

10. Non c'é dubbio sulla efficacia vincolante della “Carta” come “elenco espressivo delle tradizioni costituzionali comuni” che  ha avuto in questi otto anni grandi riscontri  sia dalla nostra Corte Costituzionale  che dalla Corte dei diritti umani sino alla storica sentenza del 27 giugno 2006 della Corte di Giustizia della Comunità europea che finalmente ha citato la Carta di Nizza e l'ha applicata come parametro di legittimità di una direttiva europea. Basta ricordare che l'articolo 10 della Costituzione italiana  stabilisce che l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. E tra queste sono certamente  la dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo dell'ONU del 10 dicembre 1948 e  la Carta di Nizza  del 14 novembre del 2000.

Tuttavia sono in ogni caso evidenti i riflussi dovuti ad una legislazione nazionale  che si annuncia in contrasto con i diritti umani sanciti dalla Carta di Nizza e dalla Dichiarazione Universale del 1948 . E bene ha fatto MD a richiamare l'attenzione dei magistrati ordinari circa la loro qualifica di “organi” dell'Unione, premessa di un forte impegno della magistratura italiana a essere convinto attore preposto alla applicazione della carta dei diritti fondamentali del 14 novembre del 2000, anche in contrasto con la legislazione nazionale che non sia ad essa uniforme;  fermo restando il dovere di un impegno senza quartiere di rispetto della legalità internazionale e di  lotta al terrorismo ed al crimine organizzato locale e transnazionale,  specie in difesa dei bambini e delle donne.

11.  L'articolo 11 della Costituzione  é proiettato verso il futuro. Esso stabilisce che “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Consente , in condizioni di  parità con gli altri Stati , alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni ; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Il perseguimento della pace non significa però il venir meno del dovere  sacro di difendere la Patria che  riguarda tutti i cittadini. Secondo l'art 52 “la difesa della patria é sacro dovere del  cittadino. Il servizio militare é obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino né l'esercizio dei diritti politici”.

12.  Il governo mondiale. Si tratta di una visione lungimirante del rapporto tra gli Stati, con uno sguardo verso nuove organizzazioni  internazionali in vista della pace e dello sviluppo tra i popoli. Il rischio di una guerra mondiale nucleare è crescente, con il crescere delle potenze dotate di  armi atomiche: tra queste Iran e Siria.  Non si può  disconoscere  alle Nazioni Unite il ruolo di garante della convivenza pacifica e della legalità internazionale.  L’Europa potrebbe svolgere un ruolo decisivo in questa fase. Che gli Stati Uniti pensino, da soli, di vincere ogni forma di guerra, quella convenzionale e quella contro il terrorismo è pura follia.

 “Esiste una sola via di uscita”, scrisse  Albert Einstein  sessanta anni fa: “la creazione di una  organizzazione  soprannazionale sostenuta da una forza militare  posta sotto il  suo  esclusivo controllo , che possa impedire allo stato individuale di muovere guerra”. “Solo quando queste condizioni saranno soddisfatte” , aggiunse,  “potremo avere qualche garanzia di non doverci dissolvere nell’atmosfera, dissolti in atomi”. Einstein  sosteneva  che la realizzazione di una organizzazione internazionale di tal genere non poteva attendere il lento evolversi di un graduale processo storico. “L’obiettivo è di trasformare le Nazioni Unite in un Governo mondiale dotato di una  capacità militare. Fino a quel momento, vi è il rischio crescente che i paesi dotati di armi nucleari  facciano ricorso alla guerra preventiva”. “ Più della volontà di potenza – disse Einstein- sarà la paura di un attacco improvviso a costituire una spinta verso la guerra preventiva ( vedi Iran). La sola via è quella di sottrarre ai singoli Stati la facoltà di utilizzare la propria forza militare, trasferendo tale potere ad un’autorità soprannazionale, costruita attraverso un riassetto delle Nazioni Unite. Riconoscendo che il Consiglio di sicurezza non rappresenta più l’assemblea generale. E’ arrivato il momento di un adeguamento delle NU alla nuova realtà internazionale, messa in grado di risolvere i conflitti internazionali, contrastando la guerra preventiva decisa dai singoli Stati. La strada da percorrere è  quella di  riscrivere le regole , rispecchiando “ le responsabilità internazionali dei membri “, modificando in modo radicale il metodo delle rappresentanze alle NU. Per raggiungere questo obiettivo,  Sergio Romano propone alcuni parametri  per  stabilire la nuova rappresentanza che sono: il “ peso demografico dei vari paesi, il prodotto interno lordo, l’impegno assistenziale verso i paesi poveri, il livello culturale e scientifico e la quota di partecipazione al commercio internazionale”.  Più giusta appare la proposta  di Albert Einstein. I popoli del mondo devono  sentirsi rappresentati in modo giusto e proporzionale. La soluzione è che  i rappresentanti siano eletti direttamente dal popolo, divenendo responsabili di fronte all’elettorato.  La centralità delle NU deve risiedere in questa fase di transizione non nel Consiglio di Sicurezza ma  nell’Assemblea Generale, che dovrebbe restare riunita in permanenza per tutto il periodo critico della transizione. Se costantemente impegnata al lavoro, essa potrebbe intraprendere rapidi ed efficaci passi in tutte quelle aree esposte al pericolo per la pace. L’Assemblea non dovrebbe delegare i propri poteri al Consiglio di sicurezza, specie  finché l’attività del Consiglio resta paralizzata dai provvedimenti di veto. Come solo organismo competente ad assumere l’iniziativa con audacia e risolutezza, le NU dovrebbero adoperarsi fin da subito per creare le condizioni necessarie per la sicurezza internazionale, gettando le fondamenta di un reale governo mondiale..

 

13.  La costituzione secondo Moro. “La nuova Costituzione contiene nella sua struttura un pericolo abbastanza grave- disse Aldo Moro-. Essa , infatti, allinea nei suoi articoli, sullo stesso piano giuridico, cioé con uguale formalità e legalità, principi inerenti alla natura e dignità della persona umana – i cd detti diritti inviolabili-  e norme costitutive di una ben individuata organizzazione politica. Nella prima serie non si ha propriamente Costituzione, ma riconoscimento dei principi fondamentali della socialità, sui quali non solo questa nostra Costituzione ma molte altre  potrebbero essere costruite. Proprio questi sono i principi  che non dovrebbero mai essere oggetto di revisione costituzionale perché alterarli significherebbe  condannarsi al ridicolo, al disordine, alla tragedia. Ora può avvenire che individui o gruppi, avversando in tutto o in parte le norme essenzialmente politiche della seconda parte, che rappresentano una soluzione , ma non l'unica possibile,  del problema politico, fossero indotti ad avversare tutta la Costituzione in blocco, compresi quei  principi di altra natura che vi sono inseriti”. “E perciò è necessario che tutti gli uomini di buona volontà siano concordi nella difesa di quei principi fondamentalmente umani e cerchino di trascriverli, prima che sulla carta, sulla viva pagina dei cuori” ( Aldo Moro scritti e discorsi 1940 1948 ed Cinque Lune). Il pericolo prospettato   si   profilò proprio nei termini in cui lo paventò Moro. E questo perché  la riforma del centro destra  non solo modificava  l'organizzazione politica dello Stato, ma  intaccava   i principi  fondamentali  della prima parte  che secondo Aldo Moro,  Piero Calamandrei  e Giuseppe Dossetti  sono  immodificabili.  

 

14.  Le riforme. Diciamo subito  che il progetto di presidenzialismo o premierato, che sembra riemergere,  va contro la democrazia parlamentare. La storia ci  insegna che i poteri straordinari  nelle mani di una sola persona sono pericolosi.  Ne farebbero una specie di monarca assoluto. In passato  il passaggio dalla democrazia  al  fascismo avvenne con  una nuova Costituzione, la cd Costituzione fascista,  che conferiva  al primo ministro poteri eccezionali,  con una legge elettorale impersonale, la legge Acerbo, che eliminava il voto di preferenza.  

 Con la riforma  bocciata dal referendum  si introduceva di fatto una repubblica presidenziale con  l’elezione diretta del Primo Ministro  con il rischio di involuzioni autoritarie. La legittimazione del premier deriverà  non più dal parlamento ma dagli elettori i quali votano  il primo ministro collegato  con i candidati o con  una o più liste di candidati.  Viene in tal modo  cancellata la forma di governo parlamentare  che fu una solenne scelta dell’Assemblea Costituente.  Anzitutto una notazione  terminologica. Il nome di Primo Ministro venne introdotto nel nostro ordinamento con  la legge 24 dicembre 1925 n2263, che fu considerata uno  dei pilastri della cosiddetta Costituzione fascista.

In realtà la riforma  prevedeva  di fatto una forma di premierato assoluto. Il premier ( e non il governo)  determina la politica , può nominare e revocare i ministri e sciogliere il Parlamento.  senza che il Presidente della Repubblica possa  minimamente interferire.   Egli  avrà il potere di gestire una sua maggioranza in Parlamento, senza necessità di investiture istituzionali o di fiducia.  Dopo la nomina formale da parte del Presidente della Repubblica,  il Primo Ministro si presenta  alla Camera soltanto per illustrare il suo programma. D'altra parte sarà sufficiente al Primo Ministro mantenere il sostegno di un piccolissimo numero  di deputati della sua maggioranza per impedire la formazione di una nuova maggioranza. Anche quando la maggior parte degli appartenenti alla maggioranza iniziale si sia dimostrata favorevole al cambiamento del premier. E ciò perché era esclusa a priori qualsiasi incidenza  del voto dei deputati appartenenti alla minoranza e dei deputati dissidenti. Si creava, così, una  relazione di autentica dipendenza della Camera dei deputati dal Primo Ministro. Che poteva porre ad nutum la questione di fiducia, con il meccanismo perverso che la camera era automaticamente sciolta nel caso in cui la mozione è respinta.  Il primo ministro aveva un potere enorme,  superiore  persino  a quello  conferito  al  Presidente degli Stati Uniti, che non può incidere sui poteri spettanti  al congresso.  E sarebbe stato  più forte  verso l’ opposizione, che è  parte integrante della sovranità popolare.     In tal modo il Parlamento nazionale, che legifera su diritti e libertà fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali  e sui conflitti di interesse, perdeva la sua centralità e la sua libertà perché  condizionato dal perverso congegno che univa   voto bloccato e questione di fiducia posta dal primo ministro.

15.  Il presidenzialismo negli USA Quanto all'aumento dei poteri del primo ministro, dobbiamo ricordare ciò che accade negli Stati Uniti, paese di democrazia collaudata.  Negli Stati Uniti, chi decide la guerra? Il congresso? O il Presidente? E se GW Bush decide di attaccare un paese, e contro di esso l'uso di armi atomiche, il congresso degli Stati Uniti può bloccare l'ordine di GW Bush? E le Nazioni Unite che potere hanno? La risposta è che a decidere su queste questioni vitali è sempre e solo GW Bush. La Costituzione  americana conferisce al Presidente , secondo la Corte Suprema, il potere di “comandante in capo delle Forze Armate”. Ed il congresso non può bloccare la decisione. Ciò dimostra la pericolosità del presidenzialismo.

16.  Il federalismo. La riforma di tipo federale mette in pericolo l'unità e l'indivisibilità della  Repubblica sancita dall'articolo 5 della Costituzione.  Già la improvvida riforma del titolo V della Costituzione  sotto la guida di Giuliano Amato  diede luogo ad un sovraccarico di conflittualità fra i diversi livelli istituzionali aprendo la  strada al  federalismo voluto dalla lega.  Che stravolge l'equilibrio  dei poteri e  indebolisce il nostro paese nella realtà europea ed  internazionale. Ed aumenta notevolmente il costo della politica. In realtà il federalismo tende non a realizzare un miglior governo del paese, ma a proteggere gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle regioni più povere e contro gli stranieri. Ed intacca settori fondamentali della vita dei cittadini quali la scuola, la sanità e la sicurezza.  La scuola non sarà il luogo del confronto pluralistico di giovani di diverse  culture, etnie e  religioni  ma  quello in cui la formazione dei  giovani si  frantumerà  nelle varie regioni a seconda delle diversità ideologiche, religiose ed etniche. Con il vanificarsi della speranza di costruire una comune cittadinanza democratica secondo i principi di solidarietà e di tolleranza.Nella sanità saranno avvantaggiate le regioni più ricche di fronte alle regioni più povere, meno garantite rispetto ad un bene primario quale è il diritto alla salute. Ciò vulnera  l'idea unitaria dello Stato pensata da Aldo  Moro e Piero Calamandrei quale  “forma fondamentale di solidarietà umana”. E lede il principio immodificabile  (articolo 2) secondo il quale “ è compito della Repubblica  adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Il federalismo nella sanità infatti intaccherà il diritto alla salute   dei cittadini delle regioni povere, che è inviolabile.

Preoccupa il Senato federale della Repubblica per il predominio della  composizione regionale e per la vasta competenza  che ad esso  rimane anche sui  provvedimenti  provenienti   dalla Camera dei Deputati , la cui  rappresentanza è invece a carattere nazionale. Un istituto ibrido , incomprensibile in più punti.  A parte il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, al Senato spetta un groviglio di competenze , tra cui un potere di veto   sugli stessi principi  fondamentali concernenti le materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni. Nonostante l'attribuzione di Camera politica che si vuol  dare alla sola Camera dei deputati.

 


Ferdinando Imposimato

Roma, Maggio 2008

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giovedì 10 aprile 2008

Il candidato e' "Cosa nostra" ?

Il candidato e' "Cosa nostra" ?

di Ferdinando Imposimato
(Articolo pubblicato su La Voce delle Voci - Aprile 2008)

Giovanni Sartori, politologo, e Roberto Saviano, scrittore, denunziano il silenzio di PD e PDL sulla economia mafiosa. Nonostante - dice Sartori - Cosa Nostra sia «la piu' grossa azienda del paese, con un fatturato dell'ordine di 90 miliardi (di euro, nda) all'anno, tutti in nero». Si tratta di centottantamila miliardi di lire annui: una cifra enorme esentasse. E che inquina tutta l'economia del paese. Eppure, ne' Romano Prodi ne' Silvio Berlusconi hanno mai cercato di recuperare soldi nel colossale patrimonio mafioso. Perche'? La risposta di Sartori e' sconvolgente: «Il voto criminale condiziona e inquina la politica di tutto il paese. Nel 2001 Berlusconi vinse in Sicilia tutti i collegi: 61 su 61. La vittoria fu dovuta al sostegno mafioso». In altre parole, per Sartori e Saviano il voto della mafia fa gola sia a destra (e questo si sapeva) che al PD, il quale somiglia sempre piu' alla vecchia Democrazia cristiana. Questo - duole dirlo - l'avevamo scritto e ripetuto molti anni fa, parlando del concorso fra cooperative rosse ed imprese del centro destra nella spartizione degli appalti. Oggi Walter Veltroni invita pubblicamente i mafiosi a non votare per il PD. Ma le mafie hanno gia' fatto la loro scelta: Berlusconi, probabile vincitore delle prossime elezioni. Il Cavaliere sa di poter contare sui voti mafiosi in Sicilia e in tutto il Sud, rilanciando il Ponte sullo stretto di Messina. Per il Ponte a vincere la gara e' stata l'Impregilo, ex Cogefar Impresit, vecchia conoscenza dell'Antimafia per avere vinto - con gare truccate o senza gara - molti appalti di lavori autostradali, subappaltati a Cosa Nostra. Le denunzie di allora non servirono a nulla. Chi punto' l'indice su quegli accordi fu sconfitto e Cosa Nostra rientro' alla grande. Guardiamo allora a quel che sta accadendo oggi nel settore delle opere pubbliche.

ASFALTO D'ONORE

Cominciamo dalle autostrade. Sulla A3 Salerno Reggio Calabria si ripete il rituale di sempre: la commissione parlamentare antimafia dice «la ‘ndrangheta controlla ogni tratta dell'autostrada del sole». L'onorevole Francesco Forgione di Rifondazione indica, nella relazione conclusiva, i singoli gruppi che controllano tutti i lavori: non si tratta di “taglieggiamento”, di “violenza” contro lo Stato e le imprese, ma di spartizione del denaro pubblico sulla base di patti scellerati tra imprese pubbliche, private e crimine organizzato, con la benedizione dello Stato. La torta e' immensa; le cosche sono quelle di sempre, con qualche neofita: le famiglie Alvaro Tripodi, Piromalli, Pesce, Mancuso, Iannarazzo, Muto Perna Rua, Farao-Marincola di Ciro' e Forastefano di Cassano allo Ionio, che controllano i lotti di tutta l'A3. Ancora una volta, nonostante la buona volonta' del suo presidente, il lavoro della commissioneappare inutile. Ottima diagnosi, ma nessuna terapia. I clan continuano a succhiare immense risorse ai contribuenti, mentre lo Stato non fa niente per porvi rimedio. Salvo sparuti arresti di qualche mafioso: i miliardi di euro restano a mafiosi, politici e imprese corrotte, inquinando la democrazia. Il meccanismo di appropriazione del danaro pubblico, spiega Forgione, e' semplice: «Le gare sono monopolio della ‘ndrangheta. I cantieri sono permanentemente aperti, gli appalti non si chiudono mai; un'opera interminabile che vive nell'eterno aggiornamento delle tariffe». Come sempre, non c'e' coartazione delle imprese concessionarie, ma pieno accordo; le imprese sono complici e non vittime, come la Calcestruzzi. E ricevono enormi benefici economici, senza rischiare niente e senza dare lavoro ad un solo operaio. Le concessionarie nel 100 per cento dei casi prendono cospicue anticipazioni dell'intero importo, spesso misterioso, e subappaltano i lavori ad imprese criminali: i conflitti per i salari sono neutralizzati e i costi per la sicurezza dei lavoratori eliminati. Le funzioni di capo area e direttore dei lavori vengono affidate, con il consenso scellerato delle imprese, a manutengoli delle cosche che impongono la pace sindacale. Con l'assunzione di lavoratori in nero sottopagati che non possono protestare. Ed e' desolante constatare che alcuni sindacalisti si pongono al servizio della ‘ndrangheta: nella relazione di Forgione si dice che un «quadro della Fillea Cgil e' stato arrestato per avere favorito l'assunzione di lavoratori del luogo garantendo che sui cantieri di lavoro non vi fossero lotte o problemi sindacali». Le morti bianche sono oscurate e silenziate: come ha scritto Dino Martirano sul Corriere della sera magazine del 13 marzo 2008, «ben seimila milioni di euro sono l'immensa torta che la politica corrotta e la criminalita' si spartiscono per un appalto di manutenzione straordinaria per cantieri estesi su un tracciato di 440 chilometri della Salerno Reggio Calabria». Di questi fenomeni criminali nessuno parla, neppure il PD; e non si rimuove il meccanismo scellerato che tanto danno provoca alla collettivita', per la scarsa qualita' delle opere pubbliche mai finite, il potenziamento della criminalita' organizzata, la concorrenza sleale alle imprese sane, la fine della speranza per i professionisti onesti, la distruzione dei diritti dei lavoratori, il massacro dell'ambiente e l'inquinamento della politica. Cosa fanno PD e Italia dei Valori per porre fine a questa vergogna che offende la dignita' dei lavoratori, impedisce il recupero di risorse fondamentali per la giusta retribuzione salariale e incrementa a dismisura i costi per le grandi infrastrutture? Sperano di sottrarre voti mafiosi a Silvio Berlusconi? Quest'ultimo, del resto, non fa neanche mistero delle sue “relazioni pericolose”, tanto da esaltare come persona rispettabile un mafioso del calibro di Vittorio Mangano, il potente capo della famiglia di Porta Nuova; e da avallare una legge che vanifica la confisca dei beni mafiosi. E non e' tollerabile che il leader del partito democratico su questo punto taccia: «il silenzio uccide come il delitto», dice don Luigi Ciotti.

MAFIE AD ALTA VELOCITA'

Lo stesso livello di corruzione e di infiltrazione criminale, con uno sperpero infinito delle risorse pubbliche, riguarda l'Alta Velocita': a nulla sono servite le denunzie fatte da chi scrive, dieci anni fa, nella commissione antimafia della XII legislatura. L'Autorita' di vigilanza sui contratti pubblici, nel gennaio 2008, ha dichiarato che l'Alta Velocita' ha subito incrementi di prezzo notevolissimi e «non giustificati», nell'indifferenza generale. Dovuti a «carenze di progetto, alle varianti in corso di opera, e a rapporti privilegiati in favore del general contractor e a danno delle Ferrovie dello Stato». Il grande imbroglio si sta consumando - secondo l'autorita' di vigilanza - nelle tratte Roma Napoli e Firenze Bologna. La prima e' passata dagli iniziali 2095 milioni di euro ai 4.463 dell'ultima previsione (ottobre 2007). Sulla Bologna Firenze l'incremento e' stato piu' consistente: da 1.053 a 4.189 euro, oltre a riserve per altri 700 milioni. L'Autorita' rileva che pure avendo la possibilita' di sciogliere il contratto per essere stata prevista un'opera sostanzialmente diversa, la Tav non ha mai esercitato la facolta' di recesso. Dulcis in fundo, la lunga serie di aumenti di prezzi dovuti alla lunga serie di appaltatori e subappaltatori: con la solita spartizione del danaro tra il general contractor, che non muove un dito, e l'impresa esecutrice. Questo meccanismo si poteva distruggere con una legge ad hoc che avesse previsto controlli ferrei sulle imprese prima - e non dopo - l'inizio dei lavori ed il blocco della cascata di subappalti; invece e' stato perfezionato e reso ancor piu' nefasto a causa della scarsa qualita' delle opere costruite (autostrade eternamente con lavori in corso), dei gravi incidenti sul lavoro, e delle spese enormi che gravano sulle risorse pubbliche. E come in passato, e' emerso che le convenzioni fra Tav e imprese sono state fatte tutte a favore del general contractor e contro gli interessi delle Ferrovie. Al contrario, gli accordi avrebbero dovuto accollare alle imprese «qualsiasi conseguenza legata a imprevisti geologici, geotecnici e idrogeologici». Di qui la valanga di varianti in corso d'opera a carico della Tav. Il bottino di questo immondo imbroglio e' diviso fra Tav e imprese criminali, con la partecipazione di politici e affaristi. Ma a rischiare e' solo il ministero del Tesoro (e cioe' i cittadini italiani). Nella tratta Roma Napoli «all'impresa esecutrice - nota l'Autority - sono stati corrisposti circa dieci miliardi di lire per km, contro un corrispettivo al general contractor di 22 milioni di euro» per chilometro di Tav. E cioe' il general contractor ha percepito 44 miliardi di lire senza muovere un dito, senza dare lavoro a nessuno e solo a titolo di mediazione. In realta', ancora una volta si tratta di tangenti mimetizzate, che si ripetono all'infinito anche con richiesta di pagamento di progetti privi di copertura finanziaria. Intanto l'Anas, l'ente nazionale per le autostrade divenuto spa nel 2002, che fa? Risulta contemporaneamente “arbitro e giocatore”, controllore e controllato. Cominciando dal Piemonte, dove gioca lo stesso ruolo di concedente e concessionario, partecipando alla gara in project financing per il nuovo tratto Asti Cuneo, vinta da Marcellino Gavio, a cui si associera' l'Anas. Personaggio inquietante, Gavio. Il ministro dei Lavori Pubblici Gianni Prandini negli anni novanta gli assegno' appalti per lavori pubblici dell'entita' complessiva di circa mille miliardi di lire, in particolare per la costruzione dell'Autostrada Milano-Serravalle. Nel 1992 il suo amministratore delegato Bruno Binasco e' stato imputato in processi per corruzione: fu poi condannato con Primo Greganti per finanziamento illecito ai partiti, nell'ambito dei processi di Mani Pulite. Il 18 agosto 1992 fu spiccato a carico dello stesso Gavio un mandato di cattura, per presunte tangenti a Gianstefano Frigerio, segretario regionale Dc in Lombardia, riguardo all'appalto per l'allargamento della Milano-Genova. Gavio si rifugio' a Montecarlo fino al settembre '93, quando decise di presentarsi ai giudici di Milano, che lo assolsero dai reati, nel frattempo prescritti. Dal febbraio 2007 possiede una fetta dell'azionariato di Impregilo, la piu' grande societa' di costruzioni e ingegneria italiana, in precedenza controllata da Gemina della famiglia Romiti. Il fraudolento meccanismo di sperpero di decine di miliardi di euro si ripetera' probabilmente anche nei lavori per la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, dove compaiono societa' del Nord mie vecchie conoscenze. Ma queste cose le conosce Veltroni, che sostiene la necessita' delle opere pubbliche, senza pero' spendere una parola sui fenomeni criminali connessi denunziati inutilmente dalla Commissione Antimafia, dall'Autorita' per i contratti pubblici e dalla Corte dei Conti? Ma come pensano Veltroni e Di Pietro, ministro delle infrastrutture uscente, di risolvere i problemi dei salari dei lavoratori se non mettono riparo a questa emorragia di miliardi di euro in danno delle finanze pubbliche? Come possiamo credere che essi vogliono l'Alta Velocita' ed il Ponte sullo stretto di Messina per incrementare lo sviluppo, quando e' sicuro che incrementeranno corruzione e crimine organizzato, e che, per avere capito queste cose, Falcone e Borsellino furono uccisi? Che di questo taccia il Cavaliere e' comprensibile: egli ha sponsorizzato il Ponte e l'Alta Velocita' e puo' contare sui voti di Cosa Nostra. Che non ne parli Veltroni e' allarmante. Ci sara' mai un governo degno di questo nome che riuscira' a porre fine a tanta vergogna?

Ferdinando Imposimato

05 Aprile 2008


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Il voto e la questione morale

Il voto e la questione morale

di Ferdinando Imposimato
(Articolo pubblicato su La Voce delle Voci - Marzo 2008)

Walter Veltroni ha cominciato male la sua battaglia scegliendo come candidati persone senza alcun merito, come Matteo Colaninno che, quale presidente dei giovani industriali, si oppone all'assunzione dei precari dopo 36 mesi. E' figlio di quel Roberto Colaninno che con Emilio Gnutti acquisto' Telecom creando alla societa' un grosso debito che non riusci' a risanare; nel 2001 Colaninno vendette Telecom a Pirelli provocando una notevole plusvalenza nelle casse di Bell, che fu indagata per evasione fiscale e pago' una multa di 156 milioni di euro alle agenzie delle entrate. Generico e molto simile a quello di Silvio Berlusconi il programma di Veltroni e dei suoi. I punti principali vanno dalle infrastrutture alla tutela dell'ambiente, dall'attenzione ai giovani alla sconsiderata promessa di creare 100 campus universitari entro il 2010, dal lavoro femminile al problema della casa per i meno abbienti, dal salario minimo di 1000 euro per i precari alla stabilita' del lavoro. Ma questo non basta: la priorita' per il centrosinistra dovrebbe essere di assicurare ai lavoratori salari dignitosi tali da fare fronte all'inflazione crescente, ed ai disoccupati «mezzi adeguati alle loro esigenze di vita» (articolo 38 della Costituzione). Il rialzo del 4,8% del prezzo dei beni di prima necessita' va a gravare in termini drammatici su quei nuclei familiari che devono far quadrare i loro conti con salari e stipendi di poco superiori ai mille euro mensili. Ma Veltroni non affronta concretamente il problema del lavoro, e pensa anzi di potere conciliare gli interessi del capitale con quelli del lavoro.


IL NODO LEGGE ELETTORALE

Nel programma del Partito Democratico mancano inoltre due punti cruciali: il conflitto di interessi e la legge elettorale. Cominciamo dalla legge partorita dal centro destra: e' una vera e propria truffa, che lede la Costituzione e la convenzione europea. Tra i diritti inviolabili dell'uomo rientra il diritto di voto che deve essere “personale, uguale e libero” (articolo 48 della Costituzione). Ma come si puo' chiedere al cittadino italiano una scelta politica personale, uguale e libera, con una legge elettorale che, escludendo la preferenza, lo esautora del proprio diritto di voto trasferendolo nella volonta' delle segreterie di partito? Il voto non e' libero: non consente la scelta dei candidati ma e' vincolato alle decisioni dei partiti, associazioni senza regole guidate da pochi oligarchi. E non e' uguale: i gerarchi delle segreterie scelgono i rappresentanti del popolo indipendentemente dalla qualita' e dal valore. In Italia la democrazia e' di tipo elettivo, vale a dire che che la pubblica opinione si esprime eleggendo i rappresentanti in Parlamento. Quando votiamo per eleggere, non decidiamo singole questioni di governo. Il vero potere dell'elettorato e' nello scegliere chi lo rappresenta e, attraverso lui, chi lo governa (Giovanni Sartori, “Democrazia”). Qualunque sia l'opinione dei politologi sul voto, e' del tutto evidente che la preferenza e' l'essenza stessa della democrazia elettorale. Una cosa e' scegliere Tizio che e' un pregiudicato o un proprietario di concessioni governative in conflitto d'interessi con il bene comune, uno che persegue il suo interesse privato uccidendo la democrazia, altra cosa e' scegliere Caio che invece persegue l'interesse pubblico. Eleggere viene da eligere, che esprime l'idea non di scegliere a caso, ma di scegliere selezionando attraverso il voto di preferenza. L'elezione coincide con la selezione, il cui scopo finale e' il buon governo. Dal che risulta essenziale che i cittadini possano scegliere la parte piu' valente in una molteplicita' di candidati; non dimenticando che in politica a proporsi come candidati al governo non sono sempre i migliori ma i piu' spregiudicati e ambiziosi, interessati solo a fare il loro tornaconto personale. Se si elimina la preferenza, si abbandona il criterio del merito e del valore posto a base della Costituzione, e della par condicio tra i candidati.


DOSSIER CORRUZIONE

L'Italia vive un'emergenza morale che investe tutti i settori della vita pubblica e dilaga anche in Europa. Ma Veltroni sembra ignorarlo e parla di “uso migliore delle risorse di Bruxelles”. In realta' finora le risorse comunitarie sono servite soprattutto a finanziare crimine organizzato, politici e burocrati corrotti e imprenditori al soldo della mafia. Basta leggere le relazioni della Corte dei Conti e della Direzione Nazionale Antimafia per rendersene conto; e concludere malinconicamente che in Unione Europea vi e' molta tolleranza verso il malaffare, la corruzione e l'infiltrazione mafiosa nel finanziamento di progetti; le frodi comunitarie dilagano e gli scandali ricorrenti vengono insabbiati. La Corte dei Conti ha denunciato, nel febbraio 2008, «il numero sempre piu' elevato di frodi comunitarie e di illecita fruizione di contributi», con l'avvio di numerose istruttorie da parte della Procura Generale della Corte. Le violazioni di diritto comunitario commesse dalle Amministrazioni pubbliche italiane (Regioni, Provincie e Comuni) gia' accertate dalla Corte di Giustizia della Comunita' Europea, che ha comportato gravi sanzioni pecuniarie per milioni di euro a carico dello Stato italiano, hanno portato per il solo anno 2006 a ben 13 sentenze di condanna, dato che colloca il nostro Paese al secondo posto nella graduatoria negativa degli Stati membri evidenziata dalla Corte di Giustizia. Al primo posto, con 19 sentenze di condanna, e' il Lussemburgo. Lo stesso numero di condanne (13) sono state pronunciate dalla Corte di Giustizia, nei primi mesi del 2007, nei confronti dell'Italia, per violazioni di vario genere, molte delle quali legate alla mancata applicazione delle normative europee in materia di rifiuti: i finanziamenti comunitari sono stati sperperati dalle Regioni senza che sia stato risolto il problema; e sara' lo Stato a pagare i danni, a rimetterci saranno i cittadini. Il Procuratore Generale denunzia che le «ripetute violazioni di regole comunitarie da parte del nostro Paese sono segnale che merita la piu' attenta considerazione ed una assunzione precisa di responsabilita' per i notevoli danni, patrimoniali e non, che vengono arrecati all'intera collettivita' nazionale». Vediamo qualche caso. Vi e' un processo per illecita percezione di contributi comunitari con un danno di 31.281.000 di euro in favore di privati beneficiari non aventi diritto (relazione del procuratore regionale Luigi Mario Ribaudo del 12 febbraio 2008). Il Procuratore Generale della Corte ha messo in evidenza che esistono diversi casi di indebiti finanziamenti a favore di soggetti appartenenti ad organizzazioni criminali. La Guardia di Finanza, nel 2007, ha denunciato frodi comunitarie, tra gli anni 2001-2005, di 343 milioni di euro. Tra le frodi per le quali e' in corso un giudizio davanti alla sezione giurisdizionale della Corte, una riguarda l'indebita erogazione di contributi comunitari per 845.000 euro a societa' di fatto non operative, a carico di cinque soggetti nell'ambito della gestione dell'IPI; un'altra riguarda un danno per 1.935,812 euro provocato al Dipartimento Politiche Comunitarie presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per indebita percezione di finanziamenti comunitari. C'e' da dubitare della correttezza della Presidenza del Consiglio nel controllo della regolarita' dei finanziamenti comunitari. Ancora una volta sorge il dubbio che lo Stato sia complice e non vittima della frode comunitaria. Il quadro diventa ancora piu' fosco leggendo le analisi della Direzione Nazionale Antimafia. Secondo l'ultima relazione della DNA, le frodi comunitarie commesse da Cosa Nostra si sono trasformate in uno strumento pianificato di “politica economica mafiosa”. Il motore principale dell'azione mafiosa e' l'uso distorto della legge 488 del 1992: secondo la relazione, ci sarebbe un progetto raffinato e capillare per ottenere finanziamenti pubblici. I gruppi criminali seguono sul campo l'iter dei progetti con rilevamenti dei piani industriali inoltrati alla UE e di quelli che vengono finanziati, per realizzare un «sistema esattoriale mafioso, con la iscrizione al registro mafioso del pizzo, degli imprenditori finanziati dalla UE». Ma non basta: la mafia riesce a realizzare addirittura forme di partnerariato tra imprese taglieggiate e Cosa Nostra, in grado di perseguire obiettivi comuni tra estorto ed estorsore. La mediazione politico-amministrativa della mafia sui fondi della 488 e' assidua. In sintesi, «siamo di fronte ad un mercato protetto di beni e servizi criminali che prendono il posto di quelli legali». In questo groviglio di interessi, esiste una circolazione incredibile di certificazioni, attestazioni e omologazioni che sono mere comparse, prestanomi al servizio di Cosa Nostra. Ma questa non e' una novita' per l'Italia. Anni fa scoprimmo in commissione antimafia l'uso sistematico da parte del crimine organizzato di imprese pulite per riciclare il denaro sporco. Cosa Nostra e' riuscita a contaminare l'Unione Europea nei suoi traffici illeciti, senza che vi sia una risposta adeguata al dilagare della corruzione e del riciclaggio. Non si tratta di supposizioni ma di quasi certezze: la relazione solleva dubbi sui reali controlli svolti in fase di erogazione dei finanziamenti europei. A fare da protagoniste del grande business criminale sono alcune imprese ex insospettabili che fanno parte di una lista nera, la black list, che chiedono contributi, poi passano sotto il controllo di gruppi criminali, e si trasferiscono in luoghi dove godono di protezioni e omerta' Parlando di appalti e forniture, la Corte riscontra «il ripetersi di fattispecie di mancata o incompleta realizzazione di opere pubbliche, mancata utilizzazione di progetti, illecito ricorso alla revisione prezzi, danni conseguenti alla indebita sospensione dei lavori, interessi passivi per mancati pagamenti, acquisti o locazioni a prezzi maggiorati, non utilizzazione di beni. Frequenti i casi di irregolarita' nell'affidamento degli appalti collegati a fatti di corruzione e concussione con condanne per danno all'immagine della Pubblica Amministrazione». Il quadro dei fenomeni di corruzione e concussione abbraccia tutto il territorio nazionale: dalla Lombardia al Piemonte, dalla Calabria alla Campania, dalla Sicilia al Veneto. dalla Toscana alla Liguria. Vittime di questo disastro sono gli ignari cittadini che forse pensano che i soldi sperperati sono patrimonio comunitario, mentre in realta' vanno a carico dello Stato e quindi dei cittadini italiani. Bisogna riconoscere che oggi il fenomeno corruttivo ha trovato forme piu' sofisticate. A partire dalla approvazione di norme aberranti come quella che prevede il condono contabile (la legge 256 del 21 dicembre 2005), cosi' come aberrante e' la norma di sostanziale sanatoria di illeciti tributari approvata alla fine del 2007 da parlamentari che avevano interessi propri, o di gruppi consociati, da tutelare. E cioe' di persone che versavano in conflitto di interessi.


IL SILENZIO DEI DUE LEADER

L'anello debole del programma di Veltroni e' proprio il silenzio su questo nodo cruciale. Il conflitto e' la situazione apparentemente “legale” in cui viene a trovarsi un governante, un amministratore, un banchiere, un politico o un giudice, che anziche' fare l'interesse pubblico nella sua attivita' istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi. Esso viola l'articolo 97 della Costituzione che impone alla Pubblica Amministrazione di rispettare i principi del buon andamento e dell'imparzialita'. Viola codici deontologici. Ma non viola il codice penale. Ed oggi e' divenuto il principale strumento di corruzione. Un cancro che affligge la politica, parte della magistratura e le istituzioni pubbliche e private da decenni. E non si riesce a debellare. Proprio perche' chi dovrebbe debellarlo - in primis il governo - versa in clamorosi conflitti di interessi e non puo' percio' risolvere il problema. Non vogliamo fare un favore a Silvio Berlusconi, contro cui siamo schierati da sempre e saremo sempre schierati, ma neppure possiamo fare finta di niente. Ci rattrista dover costatare che si siano spente malinconicamente le luci chiassose dei media sul problema della corruzione e della criminalita' organizzata. Che potrebbe andare al potere con nuovi governanti, interessati ad abrogare la legge Rognoni-La Torre del 1984 sulla confisca dei patrimoni illeciti. Sarebbe opportuno che la Sinistra Arcobaleno ponesse nel suo programma il ripristino dell'articolo di interesse privato in atti di ufficio per sanzionare la valanga di conflitti d'interesse che sono la forma piu' grave di corruzione, oggi del tutto impunita. Le consulenze sono prive di qualunque giustificazione, servendo a creare solo clientele. Esse sono una copertura legale alle tangenti e restano impunite.


Ferdinando Imposimato

07 Marzo 2008


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lunedì 28 gennaio 2008

Sistema elettorale.

Sistema elettorale, elezioni o governo tecnico ?


Il sistema maggioritario e il sistema proporzionale

Il dibattito sulla riforma della legge elettorale é, per sua stessa natura , tra i più difficili che una classe politica possa affrontare: il motivo é che dalla legge elettorale dipende la sorte stessa dei partiti. Non esiste una legge elettorale in grado di accontentare tutti i partiti, così come non esiste una riforma elettorale in senso maggioritario che non peggiori la posizione di qualche partito. Sicché la difficoltà di giungere ad una riforma in Parlamento é nel puntuale dissenso, spesso decisivo, di chi non ha interesse ad attuarla. Come é avvenuto nella recente crisi di governo, dovuta alla defezione di due pseudopartiti, l'Udeur con due senatori, e i liberaldemocratici, con un senatore. Che hanno messo in crisi il governo solo per sopravvivere.

L'essenza delle legge elettorale é nel metodo: un criterio di trasformazione di voti in seggi. Il sistema proporzionale trasforma i voti in seggi in proporzione: a tanti voti corrispondono altrettanti seggi. Il sistema maggioritario attribuisce il seggio, in ogni collegio (l'ambito territoriale in cui si vota per eleggere una o più candidati), al più votato, secondo il principio che il primo piglia tutto e il secondo niente. Si vede subito l'enorme differenza tra i due sistemi ed i loro rispettivi limiti . I sistemi proporzionali soddisfano l'esigenza della rappresentatività dei cittadini, e producono parlamenti che rispecchiano la distribuzione dei partiti e delle opinioni. I sistemi maggioritari mirano alla governabilità: eliminano i piccoli partiti per avere governi efficienti.

Con il sistema maggioritario puro, la maggioranza del 51 % può prendere tutti i seggi, lasciando senza rappresentanza l'opposizione. Il che sarebbe assurdo. La opposizione che dissente é l'essenza stessa della democrazia, é parte integrante della volontà popolare e non può essere sacrificata sull'altare della governabilità. Una maggioranza senza opposizione si trasforma in regime, che é la dittatura della maggioranza.

D'altra parte un sistema proporzionale in cui la frammentazione produce ingovernabilità deve preoccupare, rischiando di portare alla paralisi ed alla impossibilità di fare le scelte necessarie.


E dunque il dilemma sistema maggioritario o proporzionale resta e deve essere risolto con una precisa scelta di campo, rispondendo a questa domanda cruciale. Si vuole un paese in cui si contendono il campo due soli partiti, come in Inghilterra ed in America? o un sistema in cui siano rappresentati più partiti e fino a che punto i singoli partiti devono essere ammessi?

A questa domanda non é facile dare una risposta senza avere dato qualche dato storico.


Quale sistema per l'Italia?

Bisogna dire subito che la realtà italiana é ben diversa da quella anglosassone; e che la legge elettorale è pregiudiziale a tutte le altre riforme: una cattiva legge elettorale può fare saltare un intero sistema istituzionale. Il sistema elettorale da scegliere non é un fatto astratto: dipende da ciò che esiste nel mondo dei partiti e dai problemi che ogni paese deve affrontare. In Inghilterra, che da sempre funziona con un sistema bipartitico, con una legge elettorale uninominale ad un turno, molti chiedono la proporzionale per aumentare la rappresentatività dei diversi interessi esistenti nel Paese nel Parlamento. In Italia il problema si rovescia. Come nella Francia della Quarta Repubblica, noi abbiamo troppi partiti: ma alcuni di essi , in realtà, sono partiti solo di nome: in effetti sono oligarchie che perseguono l'auto riproduzione di pochi individui, amici, parenti e talvolta amanti. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Questi pseudopartiti a carattere familiare tengono sotto ricatto il governo in permanenza, con richieste di seggi sicuri in numero superiore a quelli spettanti in base agli elettori di ciascun partito. Questi piccoli partiti si alimentano prevalentemente con il sistema delle clientele, degli appoggi delinquenziali e dei finanziamenti non trasparenti. Sicché una legge proporzionale pura, in cui siano rappresentati tutti i partiti, anche quelli dell'1 per cento o dello 0, 50 %, sarebbe una legge devastante. Infatti la scelta della proporzionale pura fu nefasta per la Repubblica di Weimar (1919-1939), e fu il preludio della frammentazione partitica tedesca che sfociò nella tragedia del nazismo. Ciò impone di trovare un sistema in cui sia ridotta la frammentazione e sia favorita l'aggregazione dei partiti, in modo da garantire una maggiore governabilità: per affrontare, decidere e risolvere i problemi ispirandosi all'interesse generale del Paese.

L'ideale é una legge proporzionale che lasci in vita i partiti medi . Ci sarebbe dunque una sorta di struttura bipolare fondata non su due partiti ma su quattro o cinque partiti che abbiano una certa consistenza numerica minima. A questo scopo risponde la bozza Bianco che ha ricevuto in commissione affari costituzionali il voto della maggioranza di centrosinistra e l'astensione della opposizione di centro destra. Cancellare un partito come Rifondazione o come i Verdi sarebbe impossibile oltre che ingiusto e lascerebbe senza rappresentanza milioni di lavoratori e ambientalisti. Essi rappresentano vaste aree di elettori che non si sentirebbero rappresentanti dal Partito Democratico. Per l'Italia andrebbe bene una legge proporzionale, come la bozza Bianco, che introduca il voto di preferenza, una quota di sbarramento del 5% e il divieto di alleanze elettorali tattiche destinate a scomparire dopo le elezioni. Ma questa bozza é stata bocciata da Silvio Berlusconi , che deve riconoscere a Mastella ed al suo nanopartito, il prezzo del tradimento . Il rischio concreto é che si andrà al voto con la legge vigente, voluta da Berlusconi, che fa comodo anche ad altri partiti perché consente la scelta arbitraria dei candidati per l'abolizione del voto di preferenza. Intanto, tramontata la bozza Bianco , le nuove elezioni vanificherebbero anche il Referendum a causa del possibile scioglimento anticipato della Camere.


L'impossibilità del bipartitismo coatto

Una cosa é certa: l'esperienza italiana insegna che il corpo elettorale rifiuta il “bipolarismo coatto”, fondato sulla alternativa tra due partiti, tanto per usare la efficace definizione di Gianni Ferrara sul Ponte del marzo 2007. E non accetterà mai manipolazioni della rappresentanza politica per trasformare la rappresentanza popolare in due soli soggetti politici, che siano espressione della volontà di tutti gli elettori. Una legge elettorale non può andare contro gli schieramenti e gli interessi esistenti nella realtà . Il bipartitismo sarebbe una mistificazione della democrazia moderna. Che é un ideale , una teoria, una pratica politica , un patrimonio istituzionale dalle molte varianti. Una democrazia che ha sempre più bisogno di forme rappresentative convincenti perché espressioni della pluralità, della varietà, della complessità e della autenticità dei bisogni e delle aspirazioni delle associazioni umane da rappresentare e non riassumibile in un solo partito ed in una sola persona. Occorre dunque una legge elettorale che invece di irrigidire la forma di governo parlamentare, ne confermi il carattere fondamentale della fluidità. E non comprima la forza variegata della rappresentanza costringendola in due partiti secondo una paratia stagna. In aderenza ad una democrazia che , se legittima l'emergere di un partito che aggrega la parte più consistente della popolazione , non può, sulla base della ragion d'essere del pluralismo , permettere che tale partito assuma ed esaurisca il ruolo sociale e politico di tutti gli interessi. Insomma il popolo non accetterebbe un bipolarismo che esclude la vasta gamma della sovranità popolare, in nome di una governabilità che sarebbe contraria alla democrazia perché lascerebbe vaste aree del popolo senza rappresentanza parlamentare. Insomma il pluralismo é una ricchezza da preservare e richiede un sistema proporzionale. Ma il pluralismo non significa frammentazione per fini di potere di gruppi o individui, come é nel caso dell'Udeur e del partito liberaldemocratico di Dini.



Il bipolarismo non scompare

La classe politica italiana ha davanti a sé due strade.


Una é la legge vigente, varata dal centro destra per provocare l'ingovernabilità del paese . Essa , sotto sotto, é desiderata da molti partiti, poiché l'assenza del voto di preferenza conferisce alle oligarchie che controllano i partiti il potere assoluto nella scelta dei candidati. A scapito degli elettori che non contano più nulla.


L'altra é la bozza Bianco ed il ritorno al sistema proporzionale. Che la bozza Bianco segni un parziale ritorno al passato risulta non solo dalle sue regole ma anche dal preambolo della proposta di legge quando si fa riferimento al sistema elettorale del Senato ove si richiama il sistema elettorale esistente fino al 1993 modificato da un voto referendario. Tuttavia ci sono differenze migliorative da quel sistema elettorale. Ci sono i collegi uninominali. C'é una soglia di sbarramento a livello nazionale alla Camera al 5%, che é la più alta mai vista in Italia: un fattore di riduzione della frammentazione.

E' bene ricordare che il sistema proporzionale non comporterebbe la scomparsa del sistema bipolare della competizione politica. Infatti, come nota Giovanni Sartori, il bipolarismo non si uccide per effetto di una legge proporzionale. Il bipolarismo a livello elettorale lo abbiamo da sempre, dal 1948 in poi, e resta radicatissimo. Per tutto il corso della Prima Repubblica, in cui vigeva il sistema proporzionale, gli italiani si sono divisi elettoralmente tra comunisti ed anticomunisti. Era un bipolarismo senza alternanza, non per via della legge proporzionale, ma perché non esisteva la possibilità di un governo con i comunisti . La distribuzione dualistica dei voti si é trasferita anche nella Seconda Repubblica, con limitati passaggi di voti tra destra e sinistra. I tentativi di coinvolgere i comunisti in governi alternativi a quelli DC portarono alla reazione degli Stati Uniti , che non volevano a nessun costo il partito comunista al governo del paese: di qui la lunga stagione delle stragi.

La bozza Bianco, assicurando ad ogni partito una rappresentanza parlamentare tendenzialmente proporzionale ai voti ottenuti, non solo scoraggerebbe bipolarismi forzosi, ma incentiverebbe la naturale formazione di un bipolarismo “virtuoso”, basato sulla distinzione tra programmi omogenei, capace di dare vita a maggioranze organiche di appoggio al Governo. Questa legge risponderebbe anche ad una esigenza di armonia con la nostra Costituzione , che non tollera la elezione diretta del premier e del governo. Il nostro sistema é nato parlamentare ed il Governo deve essere “emanazione” del Parlamento, fulcro del sistema.

La verità é che il bipolarismo é fisiologico in tutti le democrazie europee , e non dipende dalla legge elettorale. Quasi tutti i Paesi europei sono contemporaneamente proporzionalisti e bipolari. Ciò dimostra che non occorre un sistema maggioritario per salvare una struttura di voto bipolare. Per cui se cade il maggioritario, come noi speriamo, non cade il bipolarismo.

Altra cosa é il bipolarismo a livello di Governo, che significa l'alternanza tra governi di centro destra e governi di centro sinistra. Con il sistema proporzionale si possono verificare distribuzioni di voto tali da provocare il perfetto equilibrio tra le forze antagoniste in campo; ciò spinge a ricorrere alle grandi alleanze tra forze antagoniste , o a governi istituzionali per fare fronte alle emergenze economiche e sociali e di difesa della democrazia.




La situazione oggi

Venendo all'Italia di oggi, ciò che colpisce , dopo una sconfitta drammatica, preludio di scenari cupi per la nostra democrazia, é l'assenza di una analisi politica incentrata sull'autocritica per i molti errori commessi. Il governo Prodi ha trascurato di fare una legge sul conflitto di interessi e non risolto i problemi dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, delle famiglie senza reddito, dei giovani alla ricerca di spazi. Oggi Veltroni e D'Alema sembrano non volere prendere atto del fatto che la crisi non é dovuta alla presenza della sinistra cd radicale ma alle forze conservatrici come quelle di Mastella e Dini e di una parte del PD. Mentre lo spettacolo tragicomico della Campania , addebitabile al centrosinistra, ci ha ridicolizzato in tutto il mondo. Scrive Giorgio Bocca sull'Espresso del 31 gennaio 2008: “il disastro dei rifiuti napoletani é prima di tutto un disastro della corruzione dei dirigenti della pubblica amministrazione e della criminalità. In questi anni hanno ricevuto dal governo centrale decine di miliardi di euro per risolvere la raccolta e la collocazione della spazzatura, e se li sono spartiti e mangiati. I soldi sono finiti nelle tasche dei funzionari e dei politici ” . Ma c'é stata anche una politica di potere per il potere: il primo messaggio é stato quello della moltiplicazione del numero dei posti di governo, ministri e sottosegretari. Ed infine un programma pletorico che trascurava quattro obiettivi prioritari: il lavoro dignitoso, la difesa dei senza reddito, il conflitto di interessi, le legge elettorale .

Siamo stati quotidianamente sbertucciati in più lingue. Il New York Times titolava: “nessuna sorpresa . In Italia cade il Governo” La rivista Times racconta; “come cade un governo italiano tra urla, sputi, citazioni poetiche sbagliate”. Le Monde dedica poche righe ad un Paese immobile e diviso mentre tutto il resto del mondo é cambiato. I giornali britannici aspettano con ansia il ritorno a Palazzo Chigi del Cavaliere, che stimola il loro umorismo.

Al di là della sconfitta, all'orizzonte c'é lo spettro delle elezioni politiche anticipate. E di un regime berlusconiano a tempo indeterminato. L'esperienza drammatica di oggi é figlia della insipienza di coloro che, nel centro sinistra, hanno stipulato patti scellerati con il leader di Forza Italia, per ragioni personali e non nell'interesse del Paese.

La strategia, coltivata da Massimo D'Alema e Walter Veltroni, é quella di un partito democratico onnicomprensivo e isolato dalle forze della sinistra. Ma non si vede nessun segnale di rinnovamento nel ceto politico: si prospetta un fronte elettorale con candidati, simboli e coalizioni tutti già visti. Ancora una volta prevale la scelta di sopravvivenza politica, in contrasto con la regola generale, comune ad ogni democrazia, secondo cui chi perde se ne va a casa e non ha la faccia tosta di riproporsi come salvatore della patria. Ricordando Gaetano Salvemini che scrisse, dopo l'avvento del fascismo, ai responsabili della sconfitta: “ Chi fallisce , perde fiducia, Voi siete dei falliti. Certo il successo non deve essere l'unica norma di giudizio. Ma se il successo non deve essere norma di giudizio morale, l'insuccesso, specialmente se é troppo grave, non può non essere norma di giudizio politico. E' ridicolo , dopo quel po' po' di botte, di cui abbiamo fatto la ricevuta, trovarci tra i piedi ancora della brava gente che non ha imparato nulla, che non ha mutato nulla e che ci ricanta che non c'é nulla da imparare, non c'é nulla da mutare e c'é solamente da ricominciare da capo a biascicare le vecchie giaculatorie e a riprendere le vecchie lotte”.


Ferdinando Imposimato

28 Gennaio 2008


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domenica 13 gennaio 2008

All'indomani del caso Forleo - Inciucio Massimo

ALL'INDOMANI DEL CASO FORLEO - INCIUCIO MASSIMO

di Ferdinando Imposimato

(Articolo pubblicato su La Voce delle Voci - Dicembre 2007 Anno XXIV n.12 )

Il distacco tra la gente e il ceto politico di maggioranza ed opposizione é reale e si é accentuato in questi ultimi tempi; esso é dovuto a ragioni serie e non ai capricci o alla immaturità dei cittadini. L’antipolitica é il frutto della malapolitica della classe dirigente di maggioranza ed opposizione, che imperversa nel nostro paese da due decenni senza ricambi e senza prospettive di rinnovamento. Sono falliti alcuni degli obiettivi principali del Governo Prodi, decisivi per la difesa della democrazia: la legge sul conflitto di interessi e la modifica della legge elettorale con l’introduzione del voto di preferenza. Così come é fallito l’obiettivo di moralizzare la politica riducendone il costo ed eliminando i privilegi di una casta immarcescibile che grava molto sul bilancio dello stato, troppo per un paese in crisi come l’Italia, con diseguaglianze e ingiustizie sociali aumentate, a dispetto delle promesse ripetute e mai onorate. La nuova irruzione di Berlusconi sulla scena politica, con il partito del popolo delle libertà, mette in crisi il progetto veltroniano di realizzare il primo partito del paese e di vincere le elezioni in vista dellinevitabile referendum che, fallite le riforme, premierebbe il partito di maggioranza relativa. Se, come é prevedibile, il nuovo partito dovesse superare il PD, la conseguenza sarebbe disastrosa: l’avvento di Silvio Berlusconi alla guida del paese per un tempo indefinito, favorito da un controllo monopolistico dell’informazione che non ha pari in nessun paese del mondo democratico.

IL REGIME TRASVERSALE

Tutto questo accade per i patti scellerati sottobanco tra Forza Italia e Democratici di Sinistra. La legge finanziaria appena approvata ha concesso una proroga di altri quattro anni a Rete 4. Questo significa due cose: la prima é che Berlusconi disporrà ancora una volta, per la campagna elettorale che già é iniziata, di tre reti private e di gran parte delle tv pubbliche che si stanno riposizionando in vista dell’avvento del Cavaliere. La seconda é che il Governo Prodi ha definitivamente rinunciato alla legge sul conflitto di interessi, essenziale per la difesa della democrazia. Ed é questo il punto chiave della nostra riflessione, che nasce da alcuni episodi risalenti nel tempo. I quali crearono le premesse di una democrazia anomala, o, meglio, di un vero e proprio regime trasversale, in cui due oligarchie immarcescibili, facenti capo a Silvio Berlusconi e a Massimo D’Alema, hanno malgovernato il paese per due decenni, senza mai prendere atto delle loro rispettive sconfitte: una falsa democrazia dell’alternanza, con due personaggi di cui l’Italia non riesce a liberarsi.

FURBETTI ANTE LITTERAM

L’inizio del declino della democrazia italiana si verificò con l’elezione al parlamento italiano di Silvio Berlusconi. Fu l’uso insipiente di una furbizia gravemente censurabile del centrosinistra a compiere il primo di una serie di errori che hanno portato il paese sull’orlo del baratro, oltre il quale sta la fine della nostra democrazia. La furbizia consistette nel volere ignorare, a dispetto dei richiami di talune delle coscienze più sensibili- come Paolo Sylos Labini, Giorgio Bocca e Vito Laterza - l’esistenza di un decreto presidenziale (quello del 30 marzo 1957 numero 361) che all’articolo 10 contempla esattamente il caso Berlusconi: «Non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica...». Quando Berlusconi fu eletto la giunta delle elezioni, dovendo decidere sulla sua eleggibilità, concluse - errando - in senso positivo, in base ad un’assurda interpretazione della legge. Giovanni Sartori ammonì: «io mi rifiuto di giocare a scacchi contro qualcuno che ha due regine, perché così lui vince sempre ed io perdo sempre». E questo é vero: si tratta di un non risolto problema di fondo della nostra democrazia, perché democrazia vuol dire competizione alla pari tra i partecipanti alla contesa elettorale, come stabilisce l’articolo 51 della Costituzione. Se questa regola cardine non é rispettata, si prospetta una minaccia per la nostra democrazia. Questa “furbizia” suicida fu il risultato di una serie di accordi basati sul compromesso illusorio della Bicamerale. L’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, bisognoso del sostegno parlamentare anche dell’opposizione, disse che Mediaset non si toccava perché era un patrimonio nazionale. Il problema non era toccare Mediaset, ma applicare la legge. Invece il governo di centro sinistra si pronunciò per l’eleggibilità di Berlusconi solo per una cieca ambizione di D’Alema, che si illuse di avere i voti di Berlusconi per stravolgere la Costituzione.

ACCORDI OCCULTI

Oggi la storia si ripete: la crisi della nostra democrazia e della politica del Governo é il risultato di una serie di intese occulte tra maggioranza e opposizione su questioni fondamentali venute alla ribalta della cronaca in questi ultimi tempi. Proviamo ad enumerarle. Nelle vergognosa vicenda delle scalate, sulla quale é calato un silenzio plumbeo, l’opinione pubblica ha ben compreso tre cose. La prima é che nelle tre grandi scalate alla Bnl, alla Banca Antonveneta e a Rcs-Corriere della Sera gli stessi finanzieri, poi incriminati per bancarotta, aggiotaggio ed insider trading in danno di milioni di ignari risparmiatori ridotti sul lastrico, facevano affari sporchi ora con la sinistra e ora con la destra, e spesso contemporaneamente con la partecipazione incrociata e concordata delle due parti politiche antagoniste del quadro politico nazionale. La seconda é che i due maggiori partiti delle due alleanze in competizione, mentre fingono di affrontarsi duramente in pubblico, continuano ad accordarsi sottobanco perdonandosi le loro rispettive colpe e i loro comportamenti delittuosi e facendo sporchi affari in privato. Il terzo punto é che la politica italiana é ispirata da un machiavellismo deteriore, anziché da una intransigenza morale contro ogni compromesso. Quando tutti si attendevano - ma non chi scrive - l’autorizzazione della Camera all’uso delle intercettazioni telefoniche con i politici dei due poli coinvolti nelle telefonate con gli scalatori, e quando gli stessi interessati fingevano di volere chiarezza su quelle conversazioni, ecco che la Camera dei deputati affermava la sua non competenza, e la competenza del parlamento europeo, a decidere sull’uso giudiziario delle intercettazioni di D’Alema sul caso Unipol, sul presupposto che il ministro degli esteri era parlamentare europeo. Su questa decisione si é lanciato come un fulmine l’avvocato Guido Calvi denunciando la gravità del comportamento del gip Glementina Forleo e sostenendo di non avere eccepito la incompetenza per rispetto della magistratura; rispetto che, dopo la serie di denunzie di inesistenti abnormità nelle ordinanze della Forleo, non sembra esserci stato. La decisione sulla competenza di Strasburgo é stata presa con il voto favorevole di Forza Italia in sintonia con i Ds. Ma, a ben riflettere, le cose non stanno nel senso deciso dai seguaci di Berlusconi e di D’Alema. Secondo il presidente emerito della Consulta Piero Alberto Capotosti, sul ministro degli esteri ci sarebbe stata «una decisione sbagliata: la legge Boato non riguarda il Parlamento UE». Infatti, secondo l’illustre costituzionalista, «la competenza a decidere sull’autorizzazione all’uso delle intercettazioni nel caso Bnl-Unipol nei confronti di D’Alema spetta alla Giunta delle autorizzazioni a procedere e alla Camera dei Deputati del Parlamento italiano». Il professor Capotosti conclude sostenendo che «alla base di questa decisione ci sia un grosso equivoco: la legge Boato parla chiaro, riguarda solo ed esclusivamente i parlamentari italiani, non si applica dunque ad altre assemblee che a quella di Montecitorio e di Palazzo Madama. Del resto, non potrebbe essere altrimenti, visto che l’articolo 68, cui fa riferimento la legge Boato, é un articolo della Costituzione italiana». In realtà non si tratta di un equivoco, ma di un accordo scellerato in violazione della Costituzione e della legge Boato che anche Boato finge di non capire. Perfino il senatore Boemi, della Rosa nel Pugno, ha compreso che la legge Boato, quando parla della “Camera di appartenenza”, si riferisce a quella attuale, cioé alla Camera dei Deputati. Dello stesso parere é il leghista Matteo Brigandì, difensore di Bossi; Brigandì ha spiegato che i magistrati, per i parlamentari UE, possono andare avanti anche senza l’autorizzazione, come é avvenuto per Bossi in ben due casi. Dello stesso avviso é anche il parlamentare Elias Vacca (Pdci), per il quale «l’uso delle telefonate tra D’Alema e Consorte non richiede alcuna autorizzazione». In realtà tutti hanno compreso che vi é stato un accordo alla base di questa decisione sbagliata, l’ennesimo segnale di un inciucio tra il vice premier e il Cavaliere che risale a molti anni fa e che sta mettendo a repentaglio la democrazia italiana.

GARGANI SALVATUTTI

L’obiettivo di salvare D’Alema verrà facilmente raggiunto grazie alla disponibilità di Giuseppe Gargani di Forza Italia, presidente della Commissione affari giuridici dell’Europarlamento; sarà Gargani a gestire il dossier su D’Alema. L’ex delfino di Ciriaco De Mita vive la vicenda come una nemesi storica. E anticipa già il finale: «si salverà, si salverà». (Corriere della Sera, 20 settembre). La verità é che la corruzione in Italia ha dimensioni epidemiche e che non esiste una maggioranza che governa con una opposizione che controlla e critica. Purtroppo appare in tutta la sua attualità l’ammonimento di Gaeteno Salvemini: «l’ufficio della minoranza non é quello di partecipare al governo, ma quello di sorvegliare l’opera della maggioranza che governa». Oggi c’é una maggioranza che governa in sintonia con la minoranza, ed entrambe sono proiettate non a risolvere i problemi del paese ma a conquistare il potere per le loro private ambizioni. E se il paese non si ridesta dal sonno, ci sarà un futuro denso di incognite.

RAI CHIAMA MEDIASET

Avevo appena inviato il pezzo, quando una clamorosa conferma sull’esistenza di un regime trasversale é venuta dallo scandalo Rai Mediaset: i due monopolisti dell’informazione tv avevano raggiunto un accordo, alla vigilia delle elezioni, per «aggiustare notizie e programmazione al fine di favorire Silvio Berlusconi». In verità non c’era bisogno delle intercettazioni telefoniche per venire a capo dell’imbroglio bipartisan, tanto é vero che l’avevamo già scritto a proposito delle collusioni di D’Alema e Prodi negli anni passati. Sullo scandalo Rai é calato un imbarazzante ed eloquente silenzio del centro sinistra, dopo un generico atto di accusa del segretario del PD. L’unico a dire qualcosa di critico sulla vicenda é stato Gianfranco Fini, che vuole vederci chiaro: ridicolo! Più chiaro di così si muore. Walter Veltroni, preso dal delirio delle riforme istituzionali, per non urtare la suscettibilità del Cavaliere, incontrato dopo lo scandalo - e questo é uno scandalo nello scandalo - tace e pensa alla legge elettorale tedesco-spagnola; mentre D’Alema gira inutilmente il mondo e finge di non essersi accorto di nulla. Egli é forte della omertà dei media sullo scandalo delle scalate. E degli osanna su Repubblica di Giuseppe D’Avanzo, che trova il modo di dire, dopo avere consigliato a D’Alema di chiedere chiarezza sulle scalate (ma tacendo sulla decisione sbagliata della Giunta sull’invio a Strasburgo), che il vicepremier é un leader “necessario”: ma necessario a chi? Forse a lui; certamente non agli italiani. Allarmante é la presa di posizione del Presidente Giorgio Napolitano sulla necessità della segretezza delle intercettazioni Rai Mediaset, che fa il paio con il richiamo alla Forleo, “colpevole” di avere depositato le telefonate come per legge. Non é così: vogliamo e dobbiamo sapere la verità! E continueremo a invocarla con ogni mezzo. L’appello alla segretezza da parte del capo dello Stato ha dato fiato alle trombe di Berlusconi che, dalla difensiva, é passato all’offensiva, parlando di “sciacallaggio” e di “macchinazione vergognosa”. Mentre appare patetica l’iniziativa di Claudio Petruccioli, promotore di un’inutile inchiesta interna alla Rai, che sarà condotta da coloro che hanno voluto o tollerato lo scandalo. Avrei visto volentieri un richiamo del presidente Napolitano al rispetto di alcuni principi fondamentali della nostra Costituzione come quello della libertà di stampa e del pluralismo della informazione, oltre che al varo di una legge seria sul conflitto di interessi, che non può essere la legge Gentiloni, vale a dire quella del ministro che assieme a Prodi, D’Alema, Mussi e soci ha votato la proroga di Rete 4. La ciliegina sulla torta di questo scandalo é venuta dal Guardasigilli Clemente Mastella che, non essendo interessato a nessuna intercettazione compromettente, ha solidarizzato con Berlusconi. Ed é grottesco sostenere che Prodi sarebbe il solo avversario di Berlusconi, come fa il Corriere della Sera, poiché é stato proprio lui che ha varato nella finanziaria la legge a favore di Rete 4. La verità é che bisogna riconoscere che il Cavaliere ha saputo corrompere politicamente tutti i suoi avversari più pericolosi, come sta facendo oggi con Veltroni.


Ferdinando Imposimato

Dicembre 2007


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martedì 30 ottobre 2007

L'avocazione dell'indagine di De Magistris

L'avocazione dell'indagine di De Magistris



La pratica dell'avocazione è iniziata negli anni '60.


La sottrazione del processo al sostituto Luigi De Magistris mediante avocazione riporta alla memoria analoghe pratiche in uso negli anni sessanta settanta. A quel tempo, quando il potere politico voleva liberarsi di magistrati scomodi come Gerardo D' Ambrosio o Emilio Alessandrini, ostinati nella ricerca della verità sulle trame eversive e sulle stragi , favorite all'interno delle istituzioni e dei servizi asserviti al potere, faceva ricorso a Procuratori Generali compiacenti, quasi sempre romani; costoro sollevavano inesistenti conflitti di competenza con i magistrati milanesi per sottrarre ai titolari processi scottanti e trasferirli a Roma, ove venivano regolarmente insabbiati a scapito della giustizia e della verità e a vantaggio dei colpevoli.


Anche allora lo strumento iniziale dell'imbroglio era l'avocazione: un Procuratore Generale di un processo inventato a Roma per fatti inesistenti connessi con quelli milanesi sollevava conflitto di competenza con altri PM.

Nel conflitto, complice qualche giudice in Cassazione, aveva la prevalenza sempre la magistratura romana, che una volta ricevuto il processo, lo narcotizzava o lo affidava a mani amiche che provvedevano a condurre le indagini secondo la volontà del potere e senza disturbare il manovratore. La prassi ignobile iniziò con la rapina del processo per la strage di Piazza Fontana favorita da una infausta avocazione. Il processo da Milano venne a Roma, da qui venne dirottato a Catanzaro per poi tornare a Roma, dove Vittorio Occorsio aveva imboccato la strada giusta ma fu ucciso; e, dopo oltre vent'anni di indegni balletti, ritornò nella sua sede naturale di Milano . Dove vennero rinviati a giudizio alcuni dei presunti responsabili. Nel frattempo, erano morti assassinati alcuni magistrati che avevano capito come erano andate le cose: tra questi Emilio Alessandrini e lo stesso Occorsio, assassinati, erano morti molti testimoni importanti, ed il commissario onesto di Padova che indagava sulla pista nera venne rimosso.


L'avocazione fu usata anche per la P2


La stessa procedura venne seguita a Roma per il processo contro Licio Gelli che aveva buoni rapporti con alcuni terroristi, come Paolo Aleandri, che me lo raccontò , ma anche con il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, e con Vito Miceli, capo del SID (Servizio Informazione Difesa) , e con il Ministro Gaetano Stammati e tanti altri. Il processo venne sottratto al Pubblico Ministero milanese Gherardo Colombo e affidato a Roma nelle mani di chi lo insabbiò affermando che la P2 era una specie di associazione filantropica di nessun pericolo per la collettività. A quel tempo la Procura romana era notoriamente diretta da magistrati scelti da Giulio Andreotti e di sua totale fiducia.


Un freno alla pratica dell'avocazione:
l'indipendenza e imparzialità della magistratura.


Poi venne finalmente l'istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura e la nomina dei magistrati al vertice delle Procure fu fatta nel rispetto dei meriti e con le garanzie di indipendenza e imparzialità stabilite dalla Costituzione. Nel frattempo con il nuovo codice di procedura penale del prof Giuliano Vassalli l'avocazione venne del tutto svuotata della sua portata di strumento lesivo della indipendenza dei magistrati, compresi i PM, e mantenuta solo per casi tassativi ruotanti attorno alla inerzia del magistrato del PM; se ad esempio un PM, indagando per un delitto gravissimo di corruzione o criminalità organizzata o terrorismo, non provvedeva, nonostante le prove, a iniziare l'azione penale, come era suo dovere, il Procuratore Generale interviene per sostituirsi al magistrato inerte ed insabbiatore.


Il ritorno della pratica dell'avocazione.


L'avocazione del procedimento condotto da Luigi De Magistris da parte della Procura Generale di Catanzaro ci riporta a quel triste passato e ci preoccupa enormemente: l'influenza nefasta dell'esecutivo delle inchieste giudiziarie più delicate é pesante. Viene violato il principio costituzionale della separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario.



Il tentativo di Mastella di avocare l'indagine contro Prodi e Mastella.


Venendo al fatto di oggi, mentre era in corso un'indagine contro Romano Prodi e Clemente Mastella, per episodi di corruzione per miliardi di lire – che sarebbero avvenuti quando il Presidente del Consiglio era presidente della Commissione Europea- é stata dapprima avviata dal Guardasigilli Mastella una procedura con richiesta di trasferimento del De Magistris per illecito disciplinare, e poi una procedura di avocazione del procedimento da parte del Procuratore Generale. In altre parole, non essendo stato possibile sottrarre il processo a De Magistris con il trasferimento del magistrato ad altro ufficio, richiesta di fatto bocciata dal CSM, si é pensato di trasferire il processo in altre mani: costoro, solo per orientarsi , avranno bisogno di qualche anno di tempo, data la mole di materiale sequestrato dal sostituto di Catanzaro.

E dunque l'appello del Presidente della Repubblica a proseguire le indagini verrà vanificato nei fatti, con tutta la buona volontà di chi riceve gli atti.

Intanto al magistrato De Magistris non é stato possibile addebitare alcuna strumentalizzazione politica poiché in quell'affare che coinvolge Mastella e Prodi, sono stati indagati anche alcuni esponenti del centro destra come Lorenzo Cesa, segretario dell'UDC, e Giuseppe Galati e lo stesso Presidente della Giunta regionale calabra Agazio Loiero.


Qual'è l'oggetto della indagine di De Magistris ?


Ma , attenzione, quale é il fatto che é oggetto della inchiesta di De Magistris? L'appropriazione di miliardi da parte di un comitato di affari di cui avrebbero fatto parte i predetti personaggi. La stampa ci ha correttamente informato che contro gli indagati non c'erano solo i tabulati delle telefonate passate attraverso i cellulari di Prodi, ma anche la accuse di un testimone importante, un politico detenuto, ex consigliere regionale calabro, che assistette ad una telefonata fatta dal faccendiere Antonio Saladino a Romano Prodi. Durante il colloquio con Prodi si sarebbe concordato che una volta formalizzata la candidatura di Prodi come Presidente del Consiglio alle elezioni politiche del 1996, il Saladino si sarebbe messo a sua disposizione per procurargli voti, come effettivamente fece. In cambio il Saladino avrebbe avuto dal Presidente della Commissione Prodi un aiuto per ottenere i finanziamenti miliardari dell'Unione Europea per diverse iniziative avviate nella Regione Calabria attraverso i programmi. Saladino si sarebbe aggiudicato diversi appalti per milioni di lire e poi di euro senza partecipare a gare Domanda: ma come si può risollevare la Calabria dalla crisi che l'attanaglia se i soldi dell'Unione Europea, sempre più distratta ed assente, anziché finanziare opere pubbliche e private, affluiscono nelle tasche di politici di maggioranza ed opposizione? E se un magistrato che cerca di portare alla luce le frodi comunitarie viene crocifisso anche con la complicità di magistrati asserviti al potere?


Qual'è il grande imbroglio ?


Ma andiamo avanti cercando di spiegare almeno in parte questo grande imbroglio, senza attendere i tempi biblici dei processi che si sta cercando di insabbiare. L'avocazione, cioé la sottrazione del processo a De Magistris, é stata decisa per motivi infondati che sono stati criticati da Gerardo D'Ambrosio, vittima a suo tempo di clamorose avocazioni e sottrazioni di processi; ma l'avocazione é stata deplorata anche dal giurista Franco Cordero, titolare di Procedura penale alla Sapienza. D'Ambrosio ha ritenuto pretestuosa la motivazione di “incompatibilità del procedimento” che non spiega niente, ed anzi alimenta le inquietudini. L'intervento del Ministro con la richiesta di trasferimento e l'avocazione del processo, una volta fallita la manovra del trasferimento, sono intervenute, guarda caso, mentre l'indagine stava per essere conclusa. Osserva D' Ambrosio che “ l'errore” del Ministro- ma si tratta di errore o di qualcos'altro?- é stato proprio quello di promuovere l'azione disciplinare contro chi, dal giugno 2007, indagava sulla persona del Ministro. E costui solo in seguito ha disposto l'azione disciplinare: e dunque la realtà non é quella che qualcuno ci vuole propinare sulla stampa: la notizia che coinvolge il Ministro Mastella e l'ineffabile Romano Prodi, era comparsa sulla stampa fin dal giugno 2006, poiché il Ministro é intercettato sul telefono di Antonio Saladino, il grande mazzettiere di questa storia i cui contorni appaiono sempre più definiti. E dunque l'iscrizione del Ministro nel registro degli indagati , al quale sono seguite le interessate dichiarazioni di solidarietà di Prodi - ( e che doveva fare Prodi, se non solidarizzare, essendo coinvolto nello stesso affare?) non é stata la stizzosa e strumentale reazione all'inizio dell'azione disciplinare da parte del Ministro ma un atto doveroso maturato prima della richiesta di trasferimento con il procedere delle indagini. E si é voluto fare credere il contrario.


Ma chi dovrebbe indagare quando tra i responsabili del reato ipotetico risultino
il Presidente del Consiglio o i Ministri ?


Quanto al problema affrontato con grande obiettività da Franco Cordero su chi deve indagare quando tra i responsabili del reato ipotetico risultino il Presidente del Consiglio o Ministri, essendo i fatti commessi nell'esercizio delle funzioni di governo, la risposta é semplice : la legge costituzionale 16 gennaio 1989 stabilisce che “il procuratore della Repubblica, omessa ogni altra indagine” nei 15 giorni dalla notizia trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale del Capoluogo del distretto competente: collegio che svolge le funzioni del Pubblico Ministero o del GIP, in questo caso le indagini “Why not” di Roma. Ma il punto di fatto non esaminato da Cordero é proprio questo: i reati sarebbero stati commessi quando Prodi era Ministro, o quando invece era, come sembra accertato, Presidente della Commissione Ministeriale, e Mastella non era ancora Ministro della giustizia per il semplice fatto che non esisteva il governo Prodi?

Stando alle intercettazioni telefoniche sull'apparecchio di Saladino ed alle dichiarazioni del collaboratore, i fatti sarebbero avvenuti fuori dall'esercizio delle funzioni ministeriali; ed allora la competenza sarebbe di De Magistris e non del collegio per i reati ministeriali, cui gli atti sono stati mandati: se fosse stato diversamente, perché Prodi e Mastella non avrebbero eccepito mai l'incompetenza del sostituto De Magistris? Il quale non si é lasciato intimidire neanche dai proiettili inviatigli da inesistenti Brigate Rosse, in sintonia con analoga intimidazione fatta ai danni del giudice Clementina Forleo. Che ha avuto il coraggio di non lasciarsi blandire da promesse di prebende e di non essere intimidita dalle minacce attuate a mezzo telefonate silenziose e proiettili di improbabili brigatisti.


Intanto lo scandalo delle scalate bancarie che sono costate frodi di miliardi di euro a milioni di risparmiatori é stato insabbiato con gioia dei responsabili che restano abbarbicati alle loro poltrone come l'edera che “lecca la scorza dell'olmo tutore” ( Cirano de Bergerac).


Gravi scandali !


In ogni caso, - diciamo la verità- ce ne sarebbe abbastanza per chiedere le dimissioni di Prodi e di un paio di Ministri per i gravissimi scandali che sono già venuti alla luce. Anche se questo ci dovesse costare un ritorno di Berlusconi: poiché se la situazione dovesse restare quella che é - con gli stessi ladroni che ci fanno vergognare di essere di sinistra,- una riscossa del centro sinistra contro Berlusconi diventerebbe ancora più difficile. Ma questo lo sa Walter Veltroni o pensa solo all'ammodernamento e alle riforme della Costituzione?


Una storia dimenticata ...


Queste vicende di De Magistris e Forleo evocano alla mia memoria la drammatica e dimenticata storia di un altro coraggioso magistrato, Giuseppa Geremia, che nel 1996 indagava sullo scandalo della Cirio Bertolli DeRica e sull'alta velocità: scandalo che denunciai inutilmente a Prodi ed alla Commissione antimafia nel 1996 dopo una inchiesta magistrale svolte dalla Criminalpol e dall'Arma dei Carabinieri su mia richiesta. Per quella inchiesta io fui sottoposto ad attacchi concentrici di destra, che chiese la mia rimozione come relatore, e di sinistra, che non mi difese. E fui isolato in Commissione e la mia relazione non venne mai discussa; e guarda caso la legislatura venne interrotta bruscamente dopo due anni senza che ce ne fosse alcuna ragione seria: ciò significa che la fine della legislatura fu dovuta alla volontà di evitare che io denunziassi in commissione antimafia i responsabili istituzionali dei fatti di collusione mafiosa negli appalti. Nei rapporti della criminalpol emerse che sugli appalti per le grandi opere pubbliche avevano indagato Falcone e Borsellino e che questa poteva essere una causa della loro morte. La mia relazione non venne discussa : i vari Violante, Ayala, Bargone mi lasciarono solo e dissero che non c'erano prove di quello che affermavo. E poi venne definitivamente affossata dopo la mia sconfitta decisa dalla camorra dei casalesi interessata ai lavori dell'Alta velocità sulla tratta Napoli-Roma. Le mie residue speranze che giustizia fosse fatta dal PM Giuseppa Geremia andarono deluse. Costei aveva scoperto, dai documenti sequestrati dalla Guardia di Finanza, che “il garante dell'Alta Velocità, intrisa di imprese di mafia e camorra, era Romano Prodi, mentre Lorenzo Necci, per coinvolgere un poco tutti quelli che contavano, inventò un comitato nodi dell'Alta Velocità composto dalla senatrice Susanna Agnelli, dal prof Carlo Maria Querci dal dott Giuseppe De Rita e dall'architetto Renzo Piano: la spesa preventivata era di 9 miliardi di lire. Ma il collegio dei revisori dei conti fece osservazioni che non ebbero risposte. Il 25 novembre, al termine di una inchiesta serrata fondata anche sulla perizia contabile di ben 13.000 pagine svolta dal prof Renato Castaldo, il PM Geremia, con l'avallo del Procuratore Coiro, chiese il rinvio a giudizio per abuso di ufficio dell'ex Presidente del Giudizio Romano Prodi, quale ex Presidente dell'IRI. Anche allora si tenne conto del momento in cui erano stati ipotizzati i fatti di corruzione e non la qualifica attuale del presidente del Consiglio. ed il rinvio a giudizio di Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della FISVI che aveva acquistato la Cirio senza avere una lira. Ed infatti Lamiranda sarebbe stato in seguito incriminato e condannato per bancarotta e frode comunitaria. Nel frattempo il governo presieduto da Prodi approvò, con l'appoggio del Ministro della Giustizia suo difensore, una nuova legge che modificava in senso restrittivo l'abuso in atti di ufficio; ed il Presidente Prodi venne assolto perché il fatto non sussiste; ma la legge era ad personam. Ma non é finita qui.


Lo scandalo sulla TAV e Nomisma di Prodi.


L'inchiesta sulla Cirio era appena cominciata che la dottoressa Geremia subì - sarà lei stessa a raccontarmelo - insulti telefonici, minacce, chiamate silenziose ed intimidazioni ad opera di ignoti. Esattamente come é accaduto a Luigi De Magistris e a Clementina Forleo. Nel frattempo la Geremia ridà slancio alla inchiesta sull'Alta Velocità con dentro l'affare Nomisma che, secondo i magistrati di La Spezia, era stato insabbiato dal PM Giorgio Castellucci. Le minacce e gli insulti si intensificano: Geremia ha paura, ma non per sé ma per l'anziana madre con cui vive da sola. Gli ignoti vigliacchi intensificano le minacce e gli insulti. Il movente si cela- lei intuisce- in quella inchiesta scottante che toccava santuari intoccabili. La Geremia era ancora più preoccupata perché il suo telefono era noto solo ad alcuni delle istituzioni. Ella decide di denunziare la tortura cui é sottoposta al commissariato di Polizia di Piazzale Clodio. Informa il procuratore della Repubblica Michele Coiro che le dà solidarietà ed avallo. Ma una tempesta si addensa sulla testa di Coiro: il CSM lo accusa di avere rapporti con il giudice Squillante, come se il rapporto istituzionale tra Procuratore Capo e Capo dei giudici delle indagini preliminari fosse vietato dalla legge e non necessario. Sta di fatto che dopo avere raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro é costretto a lasciare la Procura di Roma. Da segnalare che Coiro era un esponente di magistratura democratica. E viene relegato alla direzione degli uffici di detenzione e pena. Egli é stato avvertito dal Ministro della Giustizia che se non se ne andrà , sarà sottoposto ad azione disciplinare. Poco dopo Coiro morì di crepacuore. “ La sua morte – mi confidò la Geremia - é stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato libertà di azione nella inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la Procura di Roma sette mesi prima che andasse in pensione”.

Dopo la richiesta di rinvio a giudizio, alla udienza preliminare del 15 gennaio 1997 , il Gip Eduardo Landi decide di non decidere. E invia la decisione alla udienza del 28 febbraio 1997. Perché? Semplice! La Geremia, preoccupata dalle minacce che potevano travolgere l'anziana madre sola in casa , decide di chiedere il trasferimento in Sardegna, ma vorrebbe concludere l'inchiesta sulla Cirio: ma non le sarà consentito. La motivazione della sentenza assolutoria di Prodi, anziché essere depositata nel termine di legge del 23 gennaio 1998, giunge sul tavolo della Geremia il 9 febbraio 1998, due giorni dopo che la stessa Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. E così ella non aveva potuto presentare impugnazione- così mi disse- contro l'assoluzione di Prodi.


E sullo scandalo calò un silenzio tombale, rotto solo dalla mia denunzia nel libro Corruzione ad Alta Velocità.


La storia si ripete...


Oggi si ripropongono scenari simili, e la giustizia e la verità rischiano un'ennesima sconfitta! O c'é speranza che giustizia sia fatta e che il CSM e la Procura Generale della Cassazione ristabiliscano la legalità violata?




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venerdì 26 ottobre 2007

Lettera aperta al Capo dello Stato

Lettera aperta al Capo dello Stato
di Luigi Ciotti, Alex Zanotelli, Ferdinando Imposimato, Emilio Lupo, Renato Monaco, Marco Rossi Doria
venerdì 12 ottobre 2007

I sottoscritti cittadini della Repubblica Italiana, sentono il dovere di rappresentare profonda preoccupazione per la tenuta dei valori costituzionali di indipendenza e autonomia della Magistratura che recenti iniziative - intraprese dall'attuale Ministro della Giustizia – pongono in concreto pericolo.
Da notizie di stampa si è infatti appreso che il Ministro della Giustizia, all'esito di una attività ispettiva svolta presso la Procura della Repubblica di Catanzaro, ha ritenuto di formulare – sulla base della recentissima legge di riforma dell'ordinamento giudiziario che gli conferisce tale potere – richiesta di trasferimento immediato ad altra sede e ad altre funzioni del sostituto procuratore della repubblica dott. Luigi De Magistris .
Per ciò che è dato sapere, tale sostituto sta svolgendo da alcuni anni delicatissime attività di indagine in tema di reati contro l'amministrazione della giustizia ed in tema di reati contro la pubblica amministrazione, con accertamenti che hanno coinvolto magistrati del distretto di Potenza, pubblici amministratori, imprenditori, faccendieri, soggetti appartenenti a gruppi politici di diverso orientamento. A fronte di tale ultimo dato – che appare altamente meritorio, specie se correlato alle note e gravi difficoltà operative che si registrano in tutti gli uffici giudiziari del mezzogiorno d'Italia – l'iniziativa ministeriale 'contrappone' delle risultanze che, per espresso dettato normativo, dovrebbero concretizzare 'gravi elementi di fondatezza' di un illecito disciplinare ed unirsi a motivi di 'particolare urgenza' che siano tali da impedire la prosecuzione delle attività in corso da parte del magistrato 'incolpato' .
E' appena il caso di ricordare che la Costituzione Repubblicana del 1948 – nel suo testo ancora vigente – pone a garanzia del legittimo dispiegarsi dell'attività giudiziaria il principio di inamovibilità dei magistrati ( art. 107 Cost.) ed affida al Consiglio Superiore della Magistratura, con le garanzie stabilite dalla legge di ordinamento giudiziario, ogni decisione in proposito.
Troppo semplice sarebbe, infatti, per il potere esecutivo porre nel nulla le attività conoscitive poste in essere anche nei confronti di esponenti politici o di soggetti a questi vicini mediante la 'rimozione' o il 'trasferimento' dell'investigatore scomodo e indipendente. Di questo i Costituenti avevano timore, memori degli attentati in passato subìti dal principio della separazione dei poteri, primo fondamento della democrazia moderna .
Di questo è lecito preoccuparsi anche adesso, visto che con estrema disinvoltura il Ministro della Giustizia ha chiesto l'applicazione di un istituto giuridico come il trasferimento immediato di un magistrato, istituto da poco introdotto nel sistema non senza vive preoccupazioni per i possibili effetti distorsivi sui principi costituzionali, che potrebbero derivare dalla sua applicazione .
A base di una simile richiesta dovrebbero porsi elementi di fatto di tale gravità da poter ribaltare una garanzia costituzionale fondamentale, posta a presidio dello stesso principio di legalità democratica. Dalle notizie di stampa diffuse sul punto non emerge alcuna particolare gravità di tali addebiti, né emergono – in verità – i motivi di 'particolare urgenza' cui la legge fa espresso riferimento.
Vi è invece particolare urgenza di offrire tutela, dignità, apprezzamento a tutti i soggetti che nelle regioni del mezzogiorno d'Italia combattono – con grande sacrificio e gravi rischi personali – l'illegalità diffusa, la criminalità organizzata, la corruzione.
Per questo esprimiamo piena solidarietà al dott. Luigi De Magistris, e ci diciamo convinti del fatto che il Consiglio Superiore della Magistratura valuterà i fatti con serenità, equilibrio e pieno rispetto dei valori costituzionali.
Primi firmatari:
Luigi Ciotti, Alex Zanotelli, Ferdinando Imposimato, Emilio Lupo, Renato Monaco, Marco Rossi Doria

domenica 2 settembre 2007

Cia Gate: David Libby e Karl Rove

Cia Gate: David Libby e Karl Rove


Sul Corsera del 3 luglio 2007, in prima pagina, é apparsa la notizia “David Lewis Libby , condannato a 2 anni e mezzo di reclusione, graziato da George Bush”. Il 14 agosto 2007, LaRepubblica scrive in un articolo di Alberto Flores D'Arcais, “Bush perde il mago delle elezioni; si dimette il guru Karl Rove”. Nel sottotitolo si legge “ molti insinuano che si tratti di una breve ritirata in vista di una candidatura nelle elezioni del 2008”. Solo alla fine dell'articolo si legge “ la sua fama ha avuto un colpo di arresto l'anno scorso , quando distaccato dai suoi compiti nello staff presidenziale per seguire da vicino le elezioni di medio termine , non riuscì ad evitare la sconfitta repubblicana da parte dei democratici di tutte e due le camere del congresso”. E finalmente si legge al termine del pezzo “ Diverse ombre si sono addensate su di lui durante il CIA Gate, quando fu ritenuta una delle gole profonde all'origine della fuga di notizie che fece saltare la copertura dell'agente CIA Valerie Plame”.


Messe così le cose, il lettore non capisce assolutamente nulla di questi due personaggi e del ruolo che essi hanno svolto alla Casa Bianca in questi ultimi anni.


L'unico giornale a riferire qualcosa di vero sulla vita di Karl Rove è stato l'Unità del 14 agosto 2007, che ha scritto “ il primo consigliere politico di George Bush ( Karl Rove), dopo essere scampato due anni fa all'inchiesta sul CIA Gate, si trova adesso sotto inchiesta del congresso americano per lo scandalo dei Procuratori licenziati e per una serie di ingerenze nell'attività di varie agenzie governative”.


Ma anche questo non basta a spiegare cosa é successo.


E dunque abbiamo il dovere di tentare di ristabilire la verità su questa storia intricata, colmando le lacune clamorose della informazione della stampa internazionale e nazionale: e lo facciamo in tutta umiltà ma anche con preoccupazione. Ricordando ciò che scrisse 70 anni fa Albert Einstein: “ I mezzi di comunicazione di massa – la stampa, la radio- ( a quel tempo non esisteva la TV) hanno portato all'asservimento di corpi ed anime ad un'autorità strategica mondiale. E in ciò sta la principale fonte di pericolo per l'umanità. le moderne democrazie, che mascherano regimi tirannici, utilizzano i mezzi di comunicazione come strumenti di disinformazione e di stravolgimento delle coscienze degli uomini per alimentare la paura di massa in funzione delle guerre preventive”.



Ritornando ai due nostri “eroi”, rievochiamo alcuni dei punti salienti di quella storia che va sotto il nome di Cia Gate, la quale riguarda anche l'Italia. Essa ci portò alla guerra all'Iraq, e a centinaia di migliaia di morti civili, tra cui molti bambini e donne, e ad una tensione e ad una diffusione del terrorismo in tutto il mondo.


Cominciamo dal primo: David Lewis Libby, fruendo della grazia di ben due anni e mezzo per un reato contro l'amministrazione della giustizia, non era un signore qualsiasi toccato dalla misericordia di Bush ( cosa mai avvenuta per i molti condannati a morte innocenti, tra cui Rocco Derek Barnabei): era l'ex capo di gabinetto di Dick Cheney, vice presidente degli Stati Uniti e dominus da 17 anni della Casa Bianca: Cheney fu anche ministro della difesa di George Bush senior.


Il secondo, Karl Rove, braccio destro di George Bush jr, e legato alla destra israeliana di Netanyahu, fu lo stratega che non solo gestì la campagna elettorale di Bush ma imbastì il grande inganno che portò alla guerra all'Iraq.


Entrambi costruirono il casus belli che fu il pretesto per scatenare la guerra illegittima ad un paese indipendente, l'Iraq. Questa storia é raccontata minutamente nel libro “la Grande menzogna”, edizione Koiné, 2006. con la prefazione di Clementina Forleo. La tesi di fondo del libro, fondata su documenti , dichiarazioni e testimonianze, atti processuali e risultanze delle inchieste del congresso americano, é semplice: la guerra all'Iraq non fu la risposta giusta ed inevitabile degli Stati Uniti e della Gran Bretagna all'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, dietro cui sarebbe stato il perfido e malvagio Saddam Hussein, reo di volersi procurare armi atomiche per distruggere la candida ed innocente America. La Guerra all'Iraq, scatenata contro la volontà della stragrande maggioranza della opinione pubblica mondiale, del Papa Giovanni Paolo II, delle Nazioni Unite, benché iniziata il 20 marzo 2003, era stata decisa molto tempo prima : gli scopi erano molteplici. la conquista delle risorse petrolifere del Medio Oriente, l'estensione del dominio imperiale degli Stati Uniti e il sostegno all' industria bellica americana, che fattura da sola 450 miliardi di dollari l'anno. La stessa cifra che il comparto bellico raggiunge in tutto il resto del mondo. Ed ha un solo cliente : il Pentagono.


Per giustificare questa guerra ingiusta e suicida, che ancora oggi miete migliaia di vittime innocenti in Iraq ed in tutto il mondo, con effetti sulla pace mondiale non facilmente prevedibili, venne ordito un gigantesco complotto, che vide la partecipazione della CIA, del Mossad , dell'M15 e del Sismi, alcuni giornalisti del Washington Post e del NYT ed i principali collaboratori della Casa Bianca e del Pentagono.


Ma da chi fu ordito precisamente il complotto? Dagli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono con l'appoggio di agenti segreti sparsi per il mondo. Costoro riuscirono a costruire dal nulla per Bush, Cheney e Rumsfeld , e contro la verità, “le prove del legame tra Saddam Hussein e l'11 settembre”; e quelle della fornitura di 500 tonnellate di uranio del Governo del Niger al dittatore iracheno. Il regista occulto dell'intera operazione fu Dick Cheney , padre padrone della Casa Bianca, da quando cioè riuscì a convincere il vecchio Bush a scatenare, nel 1990, la prima guerra del Golfo.


Ma quale fu il ruolo di Lewis Libby e Karl Rove? Esso non si può capire se non si raccontano gli antefatti. Cominciamo col dire che la guerra all'Iraq fu preceduta da due false rivelazioni preparate prima dell'11 settembre 2001. La prima fu che Saddam aveva tentato di importare uranio grezzo dal Niger: nove mesi prima dell'11 settembre, il Joint Intelligence Committee britannico ( comitato di coordinamento dei servizi segreti inglesi) scrisse in un suo rapporto : “fonti non confermate dicono che gli iracheni sono interessati ad acquistare uranio”. La seconda che Saddam Husein aveva legami con i terroristi dell'11 settembre 2001.


Cominciamo dalla prima bugia. Dove nacque questo piano? Certamente in America, tra un gruppo di neocons inseriti nella Casa Bianca e nel Pentagono; di questo gruppo facevano parte Karl Rove, il braccio destro di Bush , David Lewis Libby, il braccio destro di Cheney, e Paul Wolfowitz, l'uomo chiave del pentagono, il collaboratore principale di Rumsfeld, capo del Pentagono.


Il piano, concepito in America, fu sviluppato in Inghilterra ed in Italia, ove fu avallato dal presidente Silvio Berlusconi. Costui nel 2002, nel corso di una seduta al Senato, fece riferimento agli “elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui il Governo e le intelligence dell'Alleanza Occidentale sono a conoscenza ( una parte di questi é stata resa nota dal primo ministro inglese Tony Blair nel suo intervento ai Comuni)”. (La Grande menzogna di F Imposimato p 61) .


Due bugie, sia pure autorevoli, non fanno una verità, ma una grande menzogna, che evoca la strategia della tensione degli anni sessanta- ottanta in Italia.


Negli Stati Uniti, Rove, definito “il cervello della Casa Bianca”, si procurò documenti falsi sulla fornitura di uranio nigerino all'Iraq, tramite un suo consigliere, il prof .Michael Ledeen, che si autodefinì fascista universale, attivista della destra americana e membro occulto del comitato di crisi che decise la sorte di Aldo Moro. Il documento usato per giustificare la guerra era stato fabbricato ad arte con la notizia di inesistenti armi di distruzione di massa (WMD), documento che Bush e Cheney, e poi Tony Blair e Silvio Berlusconi, usarono per legittimare la guerra all'Iraq.


Ma chi diede questi documenti a Ledeen?


Qui la storia si fa più complicata e coinvolge anche l'Italia. Ledeen, per creare il falso dossier, utilizzò un ex agente del SID, Rocco Martino, che contribuì alla costruzione del gigantesco imbroglio sulla inesistente fornitura di 500 tonnellate di uranio del Niger a Saddam Hussein. A raccontarlo sembra un imbroglio all'amatriciana, per la sua grossolanità , che pure fece breccia in molti giornali di prestigio mondiale.


Accadde che tra il 31 dicembre 2000 e il 1 gennaio 2001- 9 mesi prima dell'11 settembre- si verificò un episodio misterioso nell'ambasciata del Niger a Roma, in via Baiamonte. Detto in poche parole, venne simulato un furto di carta intestata e timbri veri dell'ambasciata del Niger, da usare per la fabbricazione di documenti falsi : il dossier parlava della fornitura dell'uranio del Niger all'Iraq. In realtà un impiegato dell'ambasciata nigerina si sarebbe venduto il materiale cartaceo ad un agente di Sid, Rocco Martino, protagonista di questo stratagemma. Costui, scoperto ed accusato di avere ordito l'inganno, in varie interviste concesse a giornali stranieri, chiamò in causa alcuni non meglio indicati colleghi del Sismi come committenti dell'imbroglio. Per conto di questi Rocco Martino avrebbe agito. Lo scopo- disse Martino- era semplice: il dossier falso doveva essere smistato tra varie ambasciate occidentali senza che apparissero i mandanti italiani , inglesi , israeliani ed americani dell'operazione Niger-uranio.Saddam. Secondo Martino, il dossier era stato preparato dal servizio segreto militare su input del presidente del Consìglio pro tempore , Silvio Berlusconi , per servire i desiderata di Bush e di Blair. Ed adoperando lui per diffonderlo. E lui aveva cercato di strumentalizzare la giornalista di Panorama Elisabetta Berba. La quale aveva verificato con scrupolo la notizia e compreso che si trattava di una menzogna, non scrisse nulla.


Intanto Niccolò Pollari, chiamato in causa, sconfessò Rocco Martino e negò un suo coinvolgimento nelle vicenda davanti al COPACO ( comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti). Che scagionò il generale Pollari all'unanimità. Nel frattempo, la Procura della Repubblica di Roma, che aveva iniziato un procedimento penale, archiviò il caso scagionando Pollari.


Sennonché, dopo l'esplosione della guerra all'Iraq, si scoprì l'imbroglio; e venne alla luce il ruolo degli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono. Si seppe che nel dicembre 2001, probabilmente all'Hotel Parco dei Principi, ( lo stesso che ospitò nel 1966 il summit golpista della destra eversiva), si era tenuto un incontro tra il prof .Ledeen , Harold Rhode , membro dell'Office of Special Plans del Pentagono, il Ministro della Difesa italiano Antonio Martino, e il generale Niccolò Pollari, e tale larry Franlin , funzionario del Pentagono , arrestato dall'FBI quale agente di Israele. La copertura venne data da Dick Cheney, informato della riunione. Il gruppo spolverò il dossier sull'uranio nigerino che giunse alla Casa Bianca. Bush aveva il suo casus belli: la giustificazione formale di una guerra già decisa oltre un anno prima dell'11 settembre.

La conferma della bugia venne dalla Dia, la Defense Intelligence Agency, - che scrisse il 12 febbraio 2002- “Niamed , capitale del Niger, é di accordo di vendere 500 tonnellate di uranio a Baghdad”. La notizia si diffuse anche con l'avallo del governo e dei mass media italiani, la gente ci credette, si spaventò e volle la distruzione di saddam Hussein Qui la storia si fa incandescente. Entrò in campo D Cheney con il suo braccio destro L Libby. Ed entrò in scena anche Karl Rove, uomo di Bush. I due rispolverarono il dossier screditato di Rocco Martino e lo passarono a diversi giornalisti. Abboccò per primo all'amo il giornalista Clayton Hallamark che raccontò il summit di Roma, allegando un pezzo del rapporto costruito dall'intelligence sulle carte intestate rubate presso l'ambasciata del Niger, preparato da dilettanti amici di Ledeen, collaboratore di Karl Rove.


Cheney, letto il rapporto della DIA, incaricò l'ex diplomatico Joseph Wilson di compiere una inchiesta in Niger per accertare se era vera la storia dell'uranio . Wilson andò e scoprì che i documenti del Sismi erano una grossolana falsificazione. E rifiutò di avallarli, come gli era stato chiesto. Apriti cielo! Il povero Wilson pensava di meritare un encomio solenne per avere scoperto l'inganno. Ed invece la cosa non venne presa bene da Cheney e da Bush e dai loro rispettivi collaboratori Karl Rove e David Libby. Costoro scesero in campo ed alimentarono la menzogna attraverso la stampa. Ma Wilson non recedette e cercò di ristabilire la verità: il dossier del Sismi avallato da Cheney e da Bush era falso. Ma mal gliene incolse. Bisognava distruggere la reputazione di J Wilson: e per fare questo Rove, Libby ed il funzionario Larry Franklin, spia del Mossad, ( cui aveva passato dei documenti segreti ), passarono ai più autorevoli giornali americani i dossier falsi per la pubblicazione. Libby li consegnò a Judith Miller, che pubblicò una lunga inchiesta efficace ma piena di bugie.


Quelle bugie furono utilizzate e dilatate da Bush, Blair e Cheney.


Sennonché in questa vicenda torbida si distinse per onestà l' FBY che denunciò Larry Franklin con l'accusa di cospirazione. E denunciò Libby per intralcio alla giustizia. Nel frattempo il 6 luglio 2002 Wilson smentì ancora la Casa Bianca e la versione dell'uranio del Niger all'Iraq dei servizi segreti italiani guidati da Pollari. Ma Rove, Libby e Franklin proseguirono nella loro campagna a base di bugie utilizzando i loro amici giornalisti. Il giornalista Robert Novak, del Washington Post , disinformato da Rove, scrisse che Wilson era stato mandato in Niger non dalla Casa Bianca ma dalla CIA, tramite sua moglie Valerie Plame, agente della Cia: una verità e una menzogna. Era vero che la Plame era agente della CIA, ma era falso che Wilson fosse stato mandato in Niger dalla CIA. Analoga notizia falsa era stata diffusa da Judith Miller su imbeccata di David Libby. La Miller, poi arrestata, aveva mentito consapevolmente su istigazione di Libby, dietro il quale c'era Dick Cheney. A pagare sul piano penale furono solo Larry Franklin e David Libby, incriminati e processati. Si salvò ingiustamente Karl Rove, che fu costretto a dare le dimissioni, ma non fu incriminato. Sottoposto a martellanti domande di una stampa che aveva compreso l'imbroglio, scomparve per qualche tempo facendo perdere le sue tracce. Poi rientrò a fianco di Bush, dopo avere fatto trasferire i magistrati federali! Altro che “due process of Law” americano. Negli Stati Uniti c'é stata in questa vicenda una totale subalternità del Pubblico Ministero all'esecutivo, ed una dura sconfitta della giustizia. I padrini politici di Libby e Rove dovettero proteggere i loro assistiti: Bush , un santo che non aveva mai fatto miracoli , concesse la grazia a Libby, nel frattempo condannato a due anni e mezzo di carcere. Il solo Rove andò indenne, nonostante il Procuratore Robert Patrick Fitzgerald avesse accertato che alla Casa Bianca, per punire Wilson, i due collaboratori principali di Bush e Cheney avevano rivelato la vera identità e la professione di Valerie Plame; e avevano fatto credere che la versione di Wilson era inquinata dai servizi segreti, cosa non vera.


La sola cosa certa é che Libby e Rove non agirono in proprio ma come esecutori degli ordini del Presidente Bush e del vice Cheney. Si spiega solo in questo modo la generosità di Bush nella concessione della grazia a Libby e l'uscita di scena soft di Rove.


E così gli strateghi della guerra preventiva non sono stati puniti per la serie di menzogne sull'Iraq e forse si preparano a ritornare a galla per le prossime elezioni politiche e a preparare le condizioni di una nuova guerra preventiva.


Ferdinando Imposimato

01 Settembre 2007



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sabato 14 luglio 2007

Il sismi gate: il caso Pollari

Il sismi gate: il caso Pollari

Il sismi gate ha tenuto banco sulle prime pagine dei giornali per molti giorni. L'impressione che si ricava dalle dichiarazioni dei leader di maggioranza e di opposizione é che si cerchi di insabbiarlo, non essendo interesse di nessuno dei due poli di conoscere la verità. Quale é l'essenza di questa storia? Semplice. Il Sismi, servizio segreto militare italiano, é sospettato di avere indagato e schedato abusivamente su magistrati e giornalisti, tra cui anche quelli che dirigono e scrivono sulla Voce della Campania accusata di essere “collegata al fondamentalismo islamico” ( Corriere della Sera dell'8 luglio 2007): si tratta di due categorie di persone che per mestiere sono impegnate nella ricerca della verità al servizio dei cittadini. La schedatura da parte di una sede distaccata del Sismi di Niccolò Pollari di 250 magistrati di 13 paesi rappresenta un vulnus grave alla magistratura ed alla sua indipendenza: un modo per condizionarne l'azione e la tutela della legalità secondo il principio fondamentale che “la legge é uguale per tutti”, anche per i politici che governano. Secondo notizie giunte al Consiglio Superiore della Magistratura, le schedature sarebbero avvenute ad opera di Pio Pompa, uomo del Sismi, per ordine dei servizi.

La Procura ha chiesto ai servizi segreti se le informazioni raccolte illecitamente dall'Ufficio distaccato di via Nazionale, trasmesse a Niccolò Pollari, ex capo del Sismi, siano state effettivamente ricevute e catalogate. La risposta finora é mancata: il che accresce il dubbio che il Sismi fosse d'accordo sulla operazione di Pio Pompa. Intanto da un appunto del 2002 sequestrato dai pubblici Ministeri di Roma é certo che “molti dati raccolti sui giudici provenivano da ambiti qualificati di elevata affidabilità che anticipavano iniziative mediatico giudiziarie in danno del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”. Negli atti si parla di “una struttura anti Berlusconi – da disarticolare - composta da magistrati e politici”. Il principale sospettato di questa operazione é il generale Niccolò Pollari, ex capo del Sismi, che ha negato ogni responsabilità; finora egli ha sempre goduto della fiducia e della protezione non solo di Berlusconi ma anche di Massimo D'Alema, persino dopo gli attacchi a ripetizione di “La Repubblica” al generale Pollari sulla manipolazione del dossier Niger- Iraq uranio gate, contenente la falsa notizia dell'acquisto da parte di Saddam Hussein delle armi di distruzione di massa dal Niger. Dal quale scaturì la guerra all'Iraq.

Uguale fiducia viene a Pollari anche da Romano Prodi se é vero che il generale Pollari ricopre l'incarico – ma sui giornali se ne parla poco- di “consigliere speciale del Presidente del Consiglio”. Vale la pena ricordare che il Governo Prodi, di cui D'Alema e Rutelli sono autorevoli esponenti, andando oltre le decisioni del Governo Berlusconi, ha imposto illegittimamente il segreto di Stato1 e bloccato i giudici di Milano che indagano sul ruolo di Pollari e del Sismi nella vicenda del sequestro di Abu Omar. Sembra emergere evidente un venire a patti tra i vecchi ed i nuovi governanti ed il generale Pollari, probabilmente in possesso di verità scottanti che riguardano la maggioranza e l'opposizione. Sicché appare una mera finzione la proposta di istituire una Commissione di inchiesta parlamentare sulla vicenda delle schedature illecite; la inchiesta parlamentare, come dice Emanuele Macaluso, non ha mai prodotto risultati utili all'accertamento della verità ed ancora una volta non approderebbe a nulla; anzi intralcerebbe le indagini dei giudici, come é sempre avvenuto con tutte le inchieste parlamentari, le ultime delle quali riguardano Telekom Serbia e il dossier Mitrokhin. induce ad una speranza di verità e di giustizia l'eventuale inchiesta del Copaco (comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti), che ha scagionato Pollari da tutte le accuse che riguardavano la creazione di un falso dossier sull'acquisto dell'Uranio da parte dell'Iraq, che fu alla base della decisione degli Stati Uniti di scatenare una illegittima guerra sanguinosa contro l'Iraq. Oggi l'indagine é stata affidata al Copaco: non si vuole la verità che il generale Pollari si é dichiarato pronto a rivelare. Oltre tutto il Copaco ha l'obbligo della segretezza sulla propria attività: i cittadini non potranno mai sapere ciò che il generale Pollari dichiarerà al Copaco. Il Copaco non funziona e non ha poteri di indagine penetranti.

Una cosa sembra certa: nulla é cambiato dai tempi del Sifar di De Lorenzo. Con la riforma del 1977, che istituì il Sismi ed il Sisde, i primi atti del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e del Ministro dell'Interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti di Giuseppe Santovito e Giulio Grassini , due generali affiliati alla Loggia di Licio Gelli, uomo della CIA legato a Totò Riina, il capo di Cosa Nostra. Sono stati diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina. I legami di Gelli con la Cia sono documentati dalle inchieste della commissione P2 e dalle indagini della magistratura.

I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calò e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare assieme a Vittorio Occorsio: con questi istruivo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Ortolani, figlio di uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana e della Loggia Propaganda 2, tra cui un noto avvocato penalista, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva espresso parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla loggia di Gelli, alla mafia ed ai servizi segreti. Occorsio, che aveva scoperto l'intreccio stragi – eversione nera e massoneria indagando da anni sulla strage di Piazza Fontana-, venne assassinato l'11 luglio 1976. Per l'attentato venne condannato Pier Luigi Concutelli, che risultò iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Giovanni Falcone. La mia condanna a morte fu pronunciata dalla stessa associazione qualche tempo dopo. A raccontarlo fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse al giudice Lupacchini che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non era rientrato nella casa di lavoro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l'Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui partecipò assieme a Danilo Abbruciati, a Edoardo Toscano, i fratelli Pellegrinetti, Maurizio Andreucci e Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlò di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato. “Dal discorso si capiva che non si trattava di un'idea estemporanea: era evidente, cioé, che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l'attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo dove l'attentato poteva essere realizzato era in prossimità del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all'istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere”.

Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l'attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l'impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo “quel cornuto che ci ha portato al processo” . “Successivamente, - disse Antonio Mancini - parlando dell'attentato ai danni del giudice Imposimato-, Danilo Abbruciati mi spiegò che, al di là delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso “da personaggi legati alla massoneria”, dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi”. (dichiarazione di Antonio Mancini; ordinanza di rinvio a giudizio n 1154/87A GI del 13 agosto 1994 contro Abatino Maurizio p 230)

In seguito, durante le indagini per l'omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accertò che alla riunione nel corso della quale si parlò dell'attentato a me, parteciparono anche due uomini dei servizi segreti militari italiani che furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento; il processo era a carico di Giulio Andreotti per l'omicidio Pecorelli. Senonché i due funzionari dei servizi mi avvicinarono dicendomi che “loro due non c'entravano niente con quella riunione” e che “evidentemente c'era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell'incontro in cui venne annunciata la mia condanna a morte”.

Ma nessuno si preoccupò di stabilire chi dei servizi aveva partecipato al summit in cui era stato annunciato l'assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro in cui la presenza della massoneria e della mafia erano state determinanti della uccisione di Moro.

In quel periodo, io mi occupavo non solo di sequestri di persona , ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, anche lui uomo della P2, e dell'assassinio di Vittorio Bachelet, del giudice Girolamo Tartaglione, del giudice Riccordo Palma e , naturalmente, del sequestro Moro; ed avrei accertato , dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti che erano affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana: ma tutto questo io all'epoca non lo sapevo. Ciò che é certo é che Giuseppe Santovito, uomo della P2, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era verosimile .

Era dunque evidente che i servizi segreti democratici (sisde) e militari (sismi) erano tutt'uno con la mafia della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del Lago della Duchessa, eseguita per provocare una reazione contro Moro. In quel tempo ero diventato un pericolo pubblico per Cosa Nostra e la Massoneria ma confesso che lo ignoravo.

Quando, durante le indagini che io a Roma, Falcone a Palermo, Turone e Colombo a Milano, venne fuori a Castiglion Fibocchi, in possesso di Gelli, l'elenco degli iscritti alla P2 che comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del CESIS, l'organismo che coordinava i servizi, venne decisa la epurazione degli uomini di Gelli; ma non fu così. La Loggia del venerabile maestro mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di scrivere la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono con la complicità dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici con versamenti di ingenti somme di denaro da parte dei vari capi dei servizi segreti, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi segreti, senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe, in virtù della protezione da parte dei governanti. E così siamo arrivati al caso Pollari con l'ennesima sceneggiata dell'inchiesta del Copaco che non approderà a nulla. E intralcerà l'azione dei giudici. La sola soluzione é un ricambio totale della classe politica con l'innesto delle giovani generazioni, se si vuole salvare l'Italia dalla bancarotta e dall'avvento di un nuovo fascismo.


Ferdinando Imposimato

14 Luglio 2007



Dopo queste brevi note, é esplosa sulla stampa, per pochi giorni la storia legata alla morte di Paolo Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la tragica morte di Paolo Borsellino e della sua scorta a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni. L'ipotesi investigativa prospetta la possibilità che Borsellino sia rimasto schiacciato nell'ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in contatto con la mafia allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini nefandi, tra cui la strage di Capaci. Si trattava di una autentica vergogna , un'offesa a Giovanni Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo. Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell'agenda rossa sparita di Paolo Borsellino. Si ritiene che Paolo, informato di questa infame proposta, abbia reagito con sdegno e rabbia: ma egli sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.

Ricordo che in quel tragico luglio del 1992 ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la legge voluta da Falcone , da me e da molti altri magistrati antimafia: l'approvazione dell'articolo 41 bis sull'isolamento rigoroso dei mafiosi in carcere per evitare che questi continuassero a dettare legge dall'interno del carcere ordinando omicidi e stragi. Quella legge, nonostante la morte di Falcone, non aveva la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il varo di quella legge, che oggi si vorrebbe abrogare.

L'aspetto più inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio a Monte Pellegrino riconducibile ad attività sotto copertura del servizio segreto civile, il SISDE, entrato prepotentemente nelle indagini per la stage di via D'Amelio, dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera del tecnico Gioacchino Genchi. Al numero di quell'ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via' D'Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere un coinvolgimento di apparati dello Stato nella strage di via D'Amelio . Il dubbio é che uomini politici al potere abbiano fatto un uso deviato di quegli apparati: e non che si tratti di semplici servizi deviati.


Ferdinando Imposimato

25 Luglio 2007



1Segreto di stato: La legge 24/10/1977 n.801 ha introdotto la categoria unitaria del segreto di Stato. Sono coperti da segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione possa recare danno alla integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri stati, alla sua difesa militare. In nessun caso possono però essere oggetto di segreto di Stato fatti eversivi dell'ordine costituzionale. Nella realtà il segreto di stato viene eccepito per fini diversi da quelli previsti dalla legge, per coprire nefandezze di ogni genere.

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sabato 30 giugno 2007

Il nuovo attacco alla Costituzione

Il nuovo attacco alla Costituzione

Ci era stato detto da Romano Prodi, prima delle ultime elezioni politiche, che ormai sarebbe finita l'epoca della corruzione, del precariato, delle riforme eversive della Costituzione, dei conflitti di interesse irrisolti, della legge elettorale vergogna, delle guerre preventive, del precariato dei lavoratori, delle disuguaglianze sociali, dell'aumento del debito pubblico. E che la vittoria sulla CDL sarebbe stata l'inizio di una svolta politica ed istituzionale. E invece non è accaduto niente di tutto questo. Mentre si stanno preparando riforme sottobanco che intaccano la Costituzione ed i diritti sociali primari.

Dopo il referendum costituzionale, lo spettro di uno stravolgimento della seconda parte della Costituzione che intacchi i diritti inviolabili contenuti nella prima parte (lavoro, salute, casa, istruzione, libertà, ecc.) si ripropone in modo ancora più drammatico e serio che in passato nella indifferenza generale. Le riforme della legge elettorale e della Costituzione infatti vedono un accordo tra esponenti del neonato Partito Democratico e l'opposizione. Lo ha percepito subito il comitato per la difesa della Costituzione presieduto da Oscar Luigi Scalfaro che assieme a Massimo Rendina, presidente dell'Anpi nel Lazio, é andato dal Ministro delle riforme Vannino Chiti a chiedere conto delle proposte contenute in una misteriosa bozza di legge elettorale e di riforma costituzionale che dovrebbe essere presentata dal Governo. La preoccupazione é fondata. In buona sostanza si propone dal Ministro delle Riforme una legge elettorale che contiene gli stessi difetti della legge Calderoli vigente definita Porcellum. Ed intacca la Costituzione.

Converrà rinfrescarci la memoria per capire la gravità dello scandalo. Con la scusa che si vuole realizzare un risparmio al Paese, si ripropone una legge elettorale senza il voto di preferenza sulla persona all’interno del partito: i partiti ripresenteranno un elenco di nomi ciascuno con il suo numero in ordine progressivo. Se si presenteranno dei corrotti o avventurieri nelle prime posizioni delle liste, essi saranno sicuramente eletti poiché la volontà degli elettori é pari a zero. Ma non é tutto. Tre o quattro capilista potranno ancora candidarsi in molti collegi, in ogni parte del territorio nazionale, optando per quei collegi che consentiranno la eliminazione di avversari interni scomodi e non subalterni. Come é accaduto puntualmente alle ultime elezioni. La scelta dei rappresentanti del popolo avverrà prima delle elezioni ad opera di alcuni oligarchi che prepareranno le liste bloccate mentre il corpo elettorale dovrà solo ratificare ciò che é stato deciso nei partiti. Continuerà il monopolio dei dirigenti dei partiti sugli eletti. Immarcescibili burocrati decideranno quale dovrà essere la composizione del parlamento: gli eletti saranno al loro servizio senza rappresentare gli interessi dei cittadini, pena la non ricandidatura. La campagna elettorale si giocherà sul simbolo dei partiti non sulla qualità dei candidati. La democrazia si risolverà nell'arbitrio dei soliti noti che sceglieranno amici , parenti e amanti : come é avvenuto nelle ultime elezioni in entrambi gli schieramenti. Il risultato sarà ancora una volta che almeno la metà dei parlamentari verrà cooptata dall'alto.

Roberto Calderoli della Lega, in una intervista alla Padania del 13 aprile 2007, ha detto che la bozza Chiti “coincide sostanzialmente al 99% con la proposta di legge presentata dalla Lega al Senato” con l'avallo del Capo dell'opposizione Silvio Berlusconi.

La proposta Chiti contiene il federalismo fiscale e prevede di fatto una elezione diretta del Presidente del Consiglio, cui verrano attribuiti maggiori poteri a scapito del Presidente della Repubblica e del parlamento. Il Presidente del Consiglio verrà scelto dagli elettori; il capo dello Stato si limiterà a prenderne atto. Dulcis in fundo: si mutuerebbe dal tatarellum il divieto di ribaltone: se il presidente del Consiglio cade, si deve rivotare. Tutto quello che era stato cancellato dal referendum viene riproposto. Tutto ciò avverrebbe in violazione del referendum costituzionale.

La riforma elettorale e quella costituzionale non incidono solo sulla organizzazione politica dello Stato ma anche sui diritti inviolabili dell’uomo e sui principi di unità e collaborazione tra gli Stati. E’ bene ricordare che secondo la Costituzione la libertà non ha senso e non si materializza se non ha la base in un patto condiviso, a partire dal quale vi sono l’orgoglio dell’appartenenza a un grande paese unito. Ora quel patrimonio rischia di essere intaccato contro la volontà della stragrande maggioranza degli italiani .

La previsione di Aldo Moro rischia di avverarsi. Moro, con intuizione profetica, nell’aprile del 1948, denunciò il pericolo “ abbastanza grave, che gruppi o individui, modificando la seconda parte della Costituzione, fossero indotti ad avversare anche i principi consacrati nella prima parte inerenti alla natura ed alla dignità della persona umana, principi che – egli ammonì - non dovrebbero mai essere oggetto di revisione costituzionale perché alterarli significherebbe condannarsi al ridicolo, al disordine, alla tragedia”. “E perciò é necessario che tutti gli uomini di buona volontà siano concordi nella difesa di quei principi fondamentalmente umani e cerchino di trascriverli, prima che sulla carta, sulla viva pagina dei cuori”. ( A.Moro, scritti e discorsi 1940- 1947 e cinque lune).

Il vulnus maggiore della Carta fondamentale sarebbe una forma surrettizia di presidenzialismo attraverso un premierato che realizza nel presidente del consiglio una concentrazione di poteri assai superiore a quella di cui dispongono i capi di Stato e di governo dei paesi democratici, a cominciare da G. Bush e dal primo ministro inglese. In un incontro che ebbi con il professor Francesco De Martino poco prima della sua morte, egli mi disse che qualunque forma di presidenzialismo o semipresidenzialismo, in Italia, rischia di essere il preludio di un regime autoritario. In realtà la riforma introdurrebbe una forma di premierato assoluto in analogia con i poteri che un tempo erano propri del monarca. Il premier può nominare e revocare i Ministri e sciogliere il Parlamento. Mentre non risolve le questioni del sistema mediatico ed il conflitto di interessi.

Il federalismo non realizzerebbe un miglior governo del Paese, ma proteggerebbe gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d’Italia e d’Europa e contro gli stranieri in genere. In conclusione, la riforma sarebbe un vero e proprio mostro fondato sulla logica perversa dello scambio tra i principi costituzionali e la sopravvivenza della maggioranza. Ma laddove la Costituzione è violata, la democrazia è in pericolo. In questa situazione il Parlamento si troverebbe in una situazione di straordinaria debolezza.

La nostra Costituzione, accusata di vetustà e arretratezza, non è vecchia ed obsoleta. Essa è viva ed attuale più che mai. E’ e resta una Costituzione democratica anche a 60 anni dalla sua nascita. E deve essere attuata, soprattutto nella parte che riguarda il lavoro e la sua dignità ed il conflitto di interessi. Essa contiene i principi fondamentali di garanzia, tra i quali l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’indipendenza della magistratura, la tutela dell’istruzione pubblica, l’informazione libera, la separazione dei poteri e la centralità del Parlamento. Principi che garantiscono condizioni di armonia e di solidarietà tra unità e pluralismo territoriale. E richiede subito una legge sul conflitto di interessi : che è la situazione apparentemente “legale” in cui si trova un governante, un amministratore, un banchiere, un politico o un giudice, che anziché fare l’interesse pubblico nella sua attività istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi. Esso viola l’art.97 della Costituzione che impone alla PA di agire rispettando i principi del buon andamento e della imparzialità. E l'art.51 che prevede per tutti i cittadini una condizione di parità nella competizione elettorale. Il conflitto di interessi dilagante é fonte di corruzione e criminalità e di una gestione dissennata delle risorse pubbliche. Il conflitto di interessi è il principale strumento di corruzione diffuso in Italia. Un cancro che affligge le nostre istituzioni da decenni. E si aggrava nonostante le denunzie e le accuse che fioccano per gli scandali ricorrenti. Che interessano varie categorie di persone: governanti, amministratori, governatori, banchieri, imprenditori, consulenti, soggetti nei quali spesso si uniscono le funzioni di controllori e controllati. Con il permesso o nell’assenza della legge. Ci attendiamo che la Costituzione sia attuata e che la legge sul conflitto sia varata al più presto: prima che sia troppo tardi.

Ferdinando Imposimato

Roma, 25 aprile 2007

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lunedì 9 aprile 2007

La democrazia e i partiti.


I partiti sono essenziali.

Sarebbe possibile una democrazia dove i leader con il loro carisma si sostituiscono ai partiti?


La risposta non può che essere: no !


Un altro problema relativo ai partiti è la carenza di programmi e progetti politici, per cui i partiti non si distinguono fra di loro in maniera chiara.


In Italia la cosiddetta “democrazia” non è altro che un sistema di partiti, i quali non propongono un quadro di riferimento programmatico e di opzioni, e quindi gli elettori si esprimono a vuoto e la politica produce il vuoto.


Dice Kelsen1Solo l'illusione o l'ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza partiti politici”. Ovvero i partiti sono necessari, ma se i partiti non funzionano come dovrebbero, la spiegazione risiede nel fatto che in Italia i partiti, benché ridotti ai minimi termini, sono centri di potere con correnti e gruppi che non sono espressione di ideali politici e di pensiero, ma portatori di interessi dei burocrati, di lobbies e di capitalisti pubblici e privati.

Da questi attingono finanziamenti e sostegni nelle competizioni elettorali. La campagna elettorale di alcuni leader, costata decine di miliardi senza che nessuno li ostacoli, non può essere finanziata da società e gruppi finanziari esterni ai partiti, al di fuori di qualsiasi controllo.

Poche famiglie di industriali e finanzieri detengono il potere economico e controllano in modo diretto o indiretto le principali fonti di informazione attraverso le quali canalizzano il consenso delle masse. Il conflitto di interessi dilaga e inquina i partiti.


I partiti hanno perso la loro centralità (ovvero non sono più credibili e i cittadini sono scettici) e sono privi di capacità di selezione e formazione del personale politico.


La degenerazione dei partiti ha comportato l'esplosione di fenomeni di personalismo con l'irruzione sulla scena politica di soggetti ad alto reddito personale, capaci di condizionare pesantemente lo sviluppo della vita democratica.

Ma questo grazie alle carenze di una politica asfittica e troppo spesso consociativa2.


E' bene dire le cose come stanno: i conflitti di interesse che investono diverse persone e settori, il sistema degli appalti a trattativa privata, la moralizzazione dei partiti non sono risolti perché non si vuole risolverli, e non per una semplice distrazione. Così come appare ridicolo erigere barricate e gridare contro il sistema delle concessioni nelle grandi opere pubbliche, che sono state inventate dalla Democrazia Cristiana (1942-1994) ma tenute in vita dai vari Governi di centro destra e di centro sinistra.


La degenerazione dei partiti è stata possibile grazie all'assenza di regole e controlli sul loro funzionamento. La vita dei partiti si è così spenta fino ad isterilirsi. Intanto è riesploso il fenomeno dei falsi tesserati e dell'aumento del numero degli iscritti in fasi delicate come il rinnovo di cariche interne, fenomeno che non ha riguardato solo Forza Italia (destra) ma anche i DS (sinistra) nella battaglia politica tra le varie correnti. Il fenomeno del tesseramento selvaggio, che aveva caratterizzato in tempo la Democrazia Cristiana dei Gava, sarebbe stato impensabile ai tempi di Enrico Berlinguer ed Alessandro Natta, per i quali anche nella competizione politica più aspra esisteva un argine morale non superabile.

Quale è la ragione di tutto questo? I pacchetti di tessere servono a mantenere e a consolidare l'influenza interna delle nomenclature immarcescibili e dei gruppi organizzati e a regolare i rapporti nella spartizione del potere nelle opere pubbliche, nella RAI, nella scelta dei candidati al parlamento e dei vertici dei grandi enti pubblici privatizzati.


Ma il problema non è più solo dei programmi che non esistono. E' degli uomini che non rappresentano più gli interessi e i valori. Nessuno ha interesse a bloccare un processo che coinvolge un po' tutti. Il ricorso alla riforma degli Statuti per moralizzare la vita dei partiti non inganna più nessuno. L'idea portante è quella di creare un partito aperto e garantista. Tra le novità assolute c'è quella dell'anagrafe degli iscritti, che deve servire a contrastare il fenomeno del falso tesseramento. Altra novità di rilievo sono le sanzioni disciplinari, la valorizzazione delle donne e la previsione della procedura di sostituzione del segretario generale del partito in caso di dimissioni o di impedimento. Nulla di fatto accade per l'anagrafe degli iscritti. Anche l'impegno di portare le donne al 40% negli incarichi di direzione nel partito si è disciolto come neve al sole.


Cosa fare? Rassegnarsi a questo stato di cose?


La strada da percorrere non è quella delle fondazioni, che pure sono utili e stimolanti, ma la gestione democratica e trasparente dei partiti, con regole sul loro funzionamento.

Che non siano affidate a Statuti interni, inesistenti o violati. A ben riflettere, la crisi dei partiti è stata voluta da coloro che costituiscono la loro leadership. E vediamo perché. Sul piano giuridico i partiti, pur essendo previsti dalla Costituzione (art.49) come soggetti politici essenziali alla democrazia, sono semplici associazioni di fatto non riconosciute (sic) – sembra incredibile ma è così – disciplinate dagli articoli 36 e seguenti del codice civile. Come tali esse non sono soggetti ad alcun controllo né di rango Costituzionale, né di altro genere. La ragione di tutto questo è nella insufficienza della legislazione costituzionale e nella mancanza di una legge ordinaria in grado di fissare delle regole sulla democrazia interna, sull'accesso ai partiti e sulla tutela degli iscritti. Ma non solo su questo. Essendo divenuti centri di potere, ad essi si accede di regola solo con un processo di cooptazione, quasi sempre dall'alto. E questo urta contro il diritto di qualunque cittadino che professi le stesse idee a iscriversi per esercitare un proprio diritto pubblico analogo al diritti di voto. La Costituzione prevede il diritto dei cittadini di associarsi nei partiti per concorrere con metodo democratico a formare la politica nazionale. Ma a parte ciò,è evidente che i partiti, pure rappresentando interessi necessariamente particolare della realtà sociale, svolgono una funzione pubblica che non può essere abbandonata a sé stessa, come è adesso. Sicché quando i partiti sono, come oggi, senza statuto pubblico, si lascia scoperto uno dei settori più delicati della vita politica e si lasciano senza garanzia i cittadini. Una situazione del genere può andare bene quando i partiti sono semplici macchine elettorali, che entrano in catalessi una volta terminata la battaglia delle elezioni. Oggi che essi sono organi permanenti e capaci di incidere costantemente sulle scelte politiche del Governo e sulla politica sociale, una battaglia al loro interno può avere conseguenze sulla direzione della cosa pubblica, e dunque sui cittadini, anche su quelli che non militano nel partito in questione. Da qui la conseguenza che non è più tollerabile la gestione autoritaria e arbitraria dei partiti da parte della leadership, non solo nell'area della maggioranza ma anche in quella della opposizione.


Ma qual' è la situazione dei partiti in altri paesi di avanzata democrazia?


Sicuramente meno drammatica che in Italia.

Tratto comune ai partiti operanti negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito e in Germania è stato il progressivo affermarsi di un modello nuovo di partito, sintesi dei due modelli definiti da Maurice Duverger del partito dei “notabili” e di “quadri” e del partito di massa. Si tratta di una forma partito – definita “catch all party” da O.Kirkeiner in “The transformation of the European Party System”, che privilegia il momento elettorale, proprio perché il potere dei leader è fondato sul successo elettorale. Chi vince guida il partito, chi perde se ne va a casa. La tattica politica e la scelta dei canditati sono condizionate dall'opinione dell'elettorato, al quale, prima ancora che ai militanti, i leader si rivolgono. E' l'esatto contrario di ciò che avviene in Italia in cui le sconfitte elettorali, azinchè segnare la fine politica dei leader, ne vedono accrescere il potere e l'arroganza che tavolta superano la protervia degli stessi vincitori, come ha acutamente osservato Emanuele Macaluso.


In molte costituzioni europee i partiti hanno ottenuto un riconoscimento formale: è il caso dell'Italia, ma anche della Germania (art.21), della Francia della V Repubblica e della Spagna.

Ma l'anomalia italiana è l'unica nell'avere lasciato i partiti a livello di associazioni di fatto prive di controlli. Questo ha significato assenza assoluta di regole e quindi arbitri che si risolvono nella fine della democrazia.

E' utile ricordare che la Costituzione tedesca dichiara espressamente l'incostituzionalità dei partiti che “per i loro fini o per il comportamento dei loro aderenti, mirano ad intaccare o a rovesciare il libero ordinamento democratico”. Il Bundestag (parlamento tedesco), nel gennaio 1994, approvò la legge di riforma della legge sui partiti, sulla sua struttura nonché sul funzionamento.

L'art.10 di quella legge prevede che lo Statuto dei partiti deve contenere indicazioni riguardanti:

  1. l'ammissione degli iscritti

  2. le misure disciplinari previste nei confronti degli iscritti

  3. i motivi che legittimano le misure disciplinari

  4. gli organi abilitati ad erogarle


Di notevole interesse è il fatto che l'art.21 della Costituzione tedesca che disciplina i partiti è stato considerato rilevante non solo quanto alla incostituzionalità dei partiti antidemocratici, ma anche con riferimento al funzionamento della democrazia interna.


In Italia, ove nei partiti la democrazia interna è sistematicamente violata, la mancanza di un riferimento costituzionale espresso e di una legge ordinaria adeguata, rende i burocrati dei partiti praticamente inattaccabili e immutabili. Un autentico vulnus che ha impedito la nascita di partiti mediatori sociali e ha consentito il proliferare di partiti-associazioni a carattere famigliare senza regole. Gruppi di autocrati auto referenti, immarcescibili a qualunque sconfitta, attaccati alle poltrone. E si comprende perché quando i leader varano riforme che la maggioranza dei cittadini non condivide, si levano nei partiti sterili e flebili voci di protesta, ed alle grandi manifestazioni popolari si cerca di supplire con qualche intervista che cade nel vuoto.


Negli USA, il partito non ha forti connotazioni ideologiche né uno stabile apparato burocratico, poiché gli organizzatori si mobilitano al momento delle scadenze elettorali. Le caratteristiche dei partiti statunitensi possono riassumersi nel decentramento dei poteri al suo interno, nell'esistenza di una dettagliata regolamentazione interna dei militanti e nella non interferenza dei partiti nella scelta dei candidati alle cariche della Pubblica Amministrazione. Dopo le elezioni, il partito soccombente perde il suo capo e la leadership tende a diluirsi tra diverse personalità politiche.


In Inghilterra, ove pure la leadership nei partiti è molto forte, vigono le regole rigorose comuni a tutti i partiti: tra queste, la sostituzione immediata del leader in caso di sconfitta elettorale, l'organizzazione di un congresso annuale o ogni due anni, la selezione dei candidati collegata alla scelta della base nell'ambito di una rosa di nomi predisposta dall'ufficio centrale del partito. In Italia invece i congressi sono rari e ciò rende impossibile alcun ricambio. I programmi e gli statuti vengono presentati già confezionati.


In Germania l'organizzazione dei partiti è molto complessa.

Il congresso del partito socialdemocratico si riunisce ogni due anni3. I candidati politici sono designati nell'ambito dei collegi elettorali, sulla base delle proposte provenienti dalle organizzazioni partitiche locali. Riguardo agli apparati, lo Statuto prevede che tutti i mandati e le funzioni di partito donne ed uomini siano rappresentati rispettivamente con il 40% dei posti.


In Francia vige l'incompatibilità tra mandato ministeriale e quello parlamentare ed il reclutamento non partitico del personale di Governo. E le controversie interne ai partiti sono normalmente pubbliche. Le donazione delle persone fisiche a favore di uno stesso partito non possono eccedere la cifra di undici milioni di lire. A partire dal 1995, sono stati invece vietati i contributi da parte delle persone giuridiche ai partiti e ai candidati.


Cosa occorre in Italia per una reale democrazia.


In Italia la sola strada da percorrere è una legge ordinaria che introduca una serie di regole inderogabili che prevedano la nascita e la registrazione di un nuovo partito alla presentazione di un programma politico nazionale, cioè di un progetto che concerna l'indirizzo politico generale del paese, anche se impostato sulla visione ideologica particolare propria di ciascun partito, alla stregua di ciò che avviene in Germania. Il controllo non può ovviamente estendersi al merito del programma perché ciò inciderebbe sulla autonomia politica dei partiti. Questo al fine di evitare il proliferare di partiti dello stesso stampo che finiscono per favorire il personalismo e il clientelismo.


Occorre prevedere – ed è questo un aspetto fondamentale sulla moralizzazione dei partiti – il controllo della gestione economica finanziaria dei partiti ponendo ad essi l'obbligo della rendicontazione delle loro entrate ed uscite e dei loro patrimoni, per rendere pubblici e trasparenti i loro finanziamenti.


Occorre inoltre:

  • assicurare per legge la par condicio dei partiti4, che abbiano un congruo numero di iscritti veri, nell'accesso ai mezzi di informazione nella politica ed elettorale;

  • vietare una pubblicità dei partiti assimilata a quella di tipo commerciale5.



La legge dovrebbe regolare a monte i conflitti d'interesse al fine di prevenirli, come accade in Germania, in Francia e negli Stati Uniti.


Ferdinando Imposimato,
in collaborazione con Niccolò Disperati


9 Aprile 2007




1Hans Kelsen: Giurista ceco, teorico del “normativismo” o dottrina pura del diritto.

2Consociativo: perseguimento di interessi particolari comuni a maggioranza e opposizione.

3Per consentire un ricambio frequente di persone e programmi. Per evitare che i congressi si tengano solo ogni 5 o addirittura 10 anni lasciando al vertice le stesse persone e mantenendo gli stessi programmi.

4La par condicio non esiste in Italia: alcuni partiti o gruppi di poteri detengono il monopolio dell'informazione TV. C'è una specie di video-crazia. Non esiste la parità di condizioni per l'accesso ai mezzi d'informazione.

5La politica deve spiegare le ragioni.

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domenica 11 marzo 2007

La legalità e le nuove forme di corruzione. Il conflitto d’interesse.

La legalità e le nuove forme di corruzione. Il conflitto d’interesse.

Nelle ultime  inchieste  giudiziarie di Milano e Roma mancano i classici reati di corruzione e di concussione che caratterizzarono la tangentopoli degli anni novanta.  Oggi  il fenomeno corruttivo ha trovato forme più sofisticate. E spesso coperte da leggi e provvedimenti amministrativi 1. A dominare la scena sono  l’insider trading e l’aggiotaggio. Il primo consiste nel fatto di chi abusa di informazioni privilegiate di cui è in possesso quale  azionista di una società o quale controllore per compiere operazioni speculative di acquisto o vendita.  Il secondo consiste nel comunicare notizie false, esagerate o tendenziose  o simulate per determinare una alterazione del prezzo di azioni o obbligazioni.  Vittime di questo mercato illecito sono gli ignari azionisti che vedono dissipati i loro sudati risparmi nello spazio  di un mattino.  In questi due fenomeni delittuosi si inserisce quasi sempre  la mancanza di controlli da parte degli organismi che tale funzione dovrebbero svolgere. E nei quali operano personaggi che dovrebbero essere arbitri imparziali ed invece si trovano in una posizione di  conflitto di interessi 2. Ed è proprio questo l’anello debole della nuova tangentopoli degli anni 2000: la mancata disciplina del conflitto come delitto autonomo, dopo la grave depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art 324 cp) avvenuta improvvisamente nel 1990 3. La quale ha consentito il prosperare di vecchie e nuove  forme di  criminalità che vanno sotto il nome di “colletti bianchi4 . Ed è proprio da questo che bisogna partire per capire ciò che di molto complesso sta accadendo.

Il conflitto d’interesse è  la situazione  apparentemente “legale” in cui viene a trovarsi un governante, un amministratore, un banchiere, un politico  o  un giudice, che anziché fare l’interesse pubblico nella sua attività istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi.

Esso viola anzitutto l’articolo 97 della Costituzione che impone alla PA di rispettare i principi del buon andamento e  dell’imparzialità. Viola codici deontologici. Ma non viola il codice penale.  Ed oggi è divenuto   il principale  strumento di  corruzione. Un cancro che affligge la politica, parte della magistratura e le istituzioni pubbliche e private da decenni. E che non si riesce a debellare. Proprio perché chi dovrebbe debellarlo – in primis il governo – versa in clamorosi conflitti di interessi e non ha interesse a risolvere il problema.  Anzi la legislazione varata va nella direzione opposta, che è quella di favorire operazioni societarie sottocopertura, che nascondono spesso il riciclaggio di capitali sporchi di provenienza delittuosa.  Quasi  sotto silenzio è passata una notizia del Corriere del  31 dicembre 2005,  sul  probabile  riciclaggio di capitali mafiosi nelle  varie scalate  bancarie  di questi anni.   La Guardia di Finanza avrebbe scoperto nel 2005 che  uno degli immobiliaristi 5  che controlla una ragnatela di società in tutto il mondo,  coinvolto come “concertista” nell’operazione Antonveneta e  come  titolare di azioni della BNL  poi cedute ad Unipol in vista della scalata alla Banca romana avrebbe  utilizzato come consulente uno dei personaggi  responsabili di riciclaggio del denaro illecito proveniente dal clan Piromalli. A questi l’immobiliarista avrebbe lasciato il compito di  gestire il contatto con gli istituti di credito per le scalate.  Un altro “consulente” dell’immobiliarista - parola magica che nasconde  spesso fenomeni di riciclaggio e di corruzione - , stando alle notizie sul Corriere e sul Sole 24 ore,  avrebbe compiuto un’altra operazione “in concerto” con   un prestanome del  cassiere della Banda della Magliana.  Che altro non è che Cosa Nostra.

Il caso più clamoroso riguarda certamente l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che ha approvato leggi che favoriscono  i suoi interessi patrimoniali – vedi leggi sul falso in bilancio, sulla esportazione di capitali 6 e sul condono agli evasori;  gli interessi giudiziari propri  e di amici, come  la legge ex Cirielli 7,  una forma di indulto ad personas; ma anche gli interessi politici, come le leggi che alterano la par condicio nell’uso dei mezzi di informazione, condizione indispensabile per una corretta competizione democratica, senza che intervenga alcuna sanzione. A ricordarci questa  anomalia non sono state le toghe rosse, ma la stampa europea di ogni colore. Dal Times, simbolo dei conservatori inglesi. Gli stessi toni critici ispirano Le Monde, l’Herald Tribune, El Pais,  Der Spiegel non sospettabili di filocomunismo.

Il Financial Times parlava delle grandi infrastrutture. A tutto questo occorre aggiungere un dato inquietante. Riguarda il record che detiene l’Italia nelle violazioni di direttive europee in materia di appalti per le grandi opere pubbliche. Violazioni che chiamano in causa principalmente l’ex-Ministro Pietro Lunardi, responsabile delle grandi infrastrutture. Esistono, infatti, -lo ha ricordato l'ex Ministro Buttiglione- ben 266 procedure europee contro l’Italia, delle quali 46 riguardano le norme in materia di grandi opere pubbliche. Un bilancio anormalmente alto a causa di una certa “renitenza da parte dell’Italia a svolgere  appalti europei”. In realtà l’ex Ministro Lunardi  decise di disapplicare  le leggi europee per favorire a proprio arbitrio  le imprese di parenti, amici e consociati. Senza andare incontro a sanzioni ! Uno dei casi più clamorosi di conflitto di interessi riguarda il conflitto di interessi dell’ex Ministro Lunardi nell’Alta velocità  nella  Lione-Torino. Nominato Ministro nel 2001 Lunardi annunciò la vendita della sua società, la Rocksoil, poiché molti contratti ricadevano sotto la sua competenza di Ministro. Poi disse che avrebbe concentrato il  lavoro della Rocksoil all’estero per evitare conflitti di interessi. In realtà l’unico cambiamento si verificò nel 2005 quando la moglie, amministratrice della Rocksoil, cedette le sue quote ai figli. L’ex Ministro ottenne una commessa francese per la progettazione di un tunnel sulla linea ad Alta Velocità Lione Torino. Ed oggi dice che l’Alta Velocità è indispensabile. Ma quale credibilità aveva un  Ministro parte in causa nelle opere  infrastrutturali?  Lo stesso Ministro  ha preso l’appalto per la linea  ferroviaria Milano Malpensa, il corridoio Torino Brennero, il passante di Mestre, l’autostrada Aosta Monte Bianco, l’autostrada Valtrompia Brescia Lumezzane, l’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, il terzo traforo del Gran Sasso. Molti di questi lavori si pongono in contrasto con i principi di  deontologia  professionale del decreto del Ministro Frattini. Che però non ha sanzioni!

Il ministro del secondo governo Prodi, Antonio Di Pietro ha tempestivamente eliminato molti degli appalti inquinati dal conflitto d’interesse.

Un altro fenomeno grave ha riguardato per anni i conflitti di interesse della Banca di Italia.  La mancata  soluzione dei problemi emersi in materia di risparmio ( i casi dei bond Argentini, Parmalat, Cirio e l’Antonveneta), derivò da situazioni confliggenti della Banca d’Italia. Che da un lato svolgeva compiti  di vigilanza e di controllo sugli istituti di credito; dall’altro era di proprietà degli istituti di credito che avrebbe dovuto controllare (ex banche pubbliche divenute private); e dall’altro ancora era organo di tutela dei risparmiatori  cui la Costituzione  assegna una speciale protezione. A questo si aggiunge un altro paradosso: la confusione tra controllori e controllati.

Che il CICR (il comitato  per il credito e il risparmio), organo che doveva controllare  la  regolarità della condotta del  Governatore della Banca d’Italia, era composto non solo dallo stesso  Governatore che dovrebbe essere controllato dal CICR, ma anche dai rappresentanti delle banche controllate, comproprietarie della Banca d’Italia, e di Ministri che  avevano  interesse a favorire finanziamenti localistici, aperture di sportelli, prestiti a gruppi di clientes,  e roba del genere. Un guazzabuglio reso possibile da leggi non leggi e carenze di leggi.

Il dissesto

Parmalat giunse dopo altre due truffe colossali dei risparmiatori, i bond Cirio e i titoli argentini, con 23 miliardi di euro bruciati. Con l’amara sensazione per gli investitori di non potersi difendere. La SEC (Security and Exchange Commission) descrisse  il caso Parmalat come “una delle più grandi e spudorate frodi finanziarie della storia”. L’organo che tutela i risparmiatori americani vittime della truffa parla con la voce dell’esperienza, avendo gestito gli effetti degli scandali Enron e Tycon. E’ stata necessaria l’inchiesta della magistratura milanese per  costringere il Governo a varare una legge sul risparmio che elimina  in parte questi conflitti. Le operazioni truffaldine sono state compiute con  l’avallo formidabile  di una politica criminogena fondata sulla depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio, sulla legittimazione dei fondi neri, sui condoni con il rientro dei capitali illeciti, sulle evasioni fiscali. Ma le operazioni sono state anche il risultato di controlli pressoché inesistenti di Banca d’Italia, in primis. Ma anche dell’autorità della borsa CONSOB, borsa, sindaci, revisori dei conti e agenzie di rating che non hanno funzionato e non hanno garantito, come dovevano, un reticolo di trasparenza e affidabilità.

Gli organi di controllo sono stati un costosissimo apparato di supporto per una miriade di delitti (aggiotaggio, insider trading, truffa, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, riciclaggio) al confronto dei quali i reati del crimine organizzato appaiono ben poca cosa. La gravità dell’imbroglio è nel fatto che esso è stato reso possibile dalla complicità o dalla connivenza  di soggetti istituzionali e di banche. Ancora una volta, prima della politica, sono arrivati i magistrati che hanno fatto il loro dovere, senza guardare in faccia nessuno. Vi è stato l’intervento rapido, esemplare e competente della magistratura inquirente. Quella stessa magistratura che, sottoposta da anni agli attacchi forsennati del ex-Governo Berlusconi, è oggi l’unica funzione pubblica italiana che, in questo momento, tiene alto il prestigio del Paese. Allo stato attuale delle indagini il dubbio se le banche abbiano dato prova “solo” di incompetenza e di negligenza, o se vi siano state anche malafede, disonestà e complicità si sta lentamente sciogliendo.  Emerge sempre più netta la responsabilità di alcune banche nel grande imbroglio.

I nostri banchieri per i rapporti con Parmalat avevano tutti i mezzi e gli elementi per scoprire la frode in danno ai risparmiatori. Sennonché anche quando cominciavano ad addensarsi nubi di sospetto su Parmalat,  una grande banca italiana ha comprato i bond Parmalat e li ha offerti agli ignari risparmiatori.

La Procura di Milano  chiese  il rinvio a giudizio  di 32 persone con l’accusa di aggiotaggio e ostacolo alla Consob avviando il procedimento contro Calisto Tanzi, suo figlio Stefano, suo fratello Giovanni, la nipote Paola Visconti, i direttori finanziari Fausto Tonna, Luciano Del Soldato e Alberto Ferrarsi, 22 tra amministratori, revisori e sindaci, più le persone giuridiche – ed è questa la novità- delle società di revisione Italaudit ex-grant Thornton e Deloitte & Touche e di Bank of America.  

Su quest’ultima i PM hanno precisato l’accusa  che richiama la comunicazione al mercato del 18 dicembre 1999, concordata tra Tonna e Sala  (Parmalat  e Boaf). Nella quale si affermava falsamente che i nuovi asseriti azionisti della brasiliana Parmalat fossero investitori nordamericani coordinati dalla Boaf e si occultava che erano due società anonime delle isole Cayman”.  

Una menzogna che  da un lato ha  sostenuto il titolo Parmalat in borsa a Milano, dall’altro ha causato agli investitori  e alla Boaf un danno di 400 milioni di dollari, proprio mentre tre manager della Boaf e l’ex direttore della Banca cantonale dei grigioni (svizzeri) guadagnavano in nero 21 milioni di dollari erogati da Parmalat a titolo di commissione per la chiusura dell’operazione. La magistratura dimostra ancora una volta di andare avanti senza strumentalizzazioni e senza guardare in faccia a nessuno.  L’uscita dei verbali è senz’altro da attribuire a persone che  non fanno parte della magistratura inquirente. Di pari passo con Milano procedono spedite anche le due inchieste a Parma e a Berna  sul fallimento della multinazionale di Collegno. Ancora una volta a muovere la macchina della corruzione è stato un ceto politico arrembante,  con l’appoggio di  potentissimi banchieri.

Al  confronto dei quali  i vari Michele Sindona e Roberto Calvi, finanziatori   dei politici  ed  antesignani del sistema di corruzione degli anni settanta, appaiono degli innocenti agnellini. E come in passato,  i finanziatori rischiano di essere i soli capri espiatori, mentre i politici resteranno indenni.

Questa volta anche i banchieri sono fuori dallo scandalo.  Il loro potere  di ricatto sui politici  è enorme.  A dovere rispondere ai giudici  delle accuse di aggiotaggio, truffa  e falso sono per il momento funzionari  e  dirigenti bancari. Viene fuori che  molti politici  ottennero da Calisto Tanzi degli aerei non solo per i loro pubblici impegni ma anche per i loro comodi e le loro vacanze. I finanziamenti sono avvenuti con diversi sistemi: attraverso intermediari di fiducia dei destinatari finali, le consulenze fittizie a società amiche esperte nel nulla, l’acquisto di imprese decotte con l’appoggio di banchieri amici,  l’appoggio politico  a banche per fusioni  e salvataggi. E poi vi è stato il classico sistema del pagamento dei partiti e dei politici. Il Wall street Journal  afferma, citando l’avvocato di Tanzi, che Parmalat ha versato mediamente 1,9 milioni di euro l’anno per una spesa finale di 200 milioni di dollari. Una cifra enorme pari a 250 miliardi delle vecchie lire.  Fausto Tonna  e  Tanzi hanno parlato  di finanziamenti   a partiti  e a singoli politici non per il classico scambio di  tangentopoli, ma  per un rapporto più complesso. I soldi servivano ad ottenere l’intervento dei politici sulle banche  per  ottenerne i finanziamenti e per  operazioni di  compravendita di società dissestate. Tanzi e Tonna hanno detto  che Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, avrebbe fatto pesanti  pressioni su Tanzi  per costringerlo ad acquistare  la dissestata  Eurolat dalla  Cirio di Cagnotti. Ma questa operazione sarebbe avvenuta per interessamento di uomini politici.  Chi sono questi uomini politici? Mistero.

Altre  operazioni  sospette  riguardano  il Ministero dell’agricoltura. Ad incassare  soldi sarebbero stati due ministri . Uno  della maggioranza e l’altro, oggi,  dell’opposizione. Ma tutti e due erano ministri in carica al momento dell’esazione.  Proprio  in relazione ad  uno dei due finanziamenti, la Parmalat  ebbe  un aiuto di 68 miliardi  di vecchie  lire a fondo perduto, anche se- come dice  Paolo De Castro, ex ministro dell’agricoltura-  il finanziamento era stato “pensato e deciso per le piccole e medie imprese”. De Castro ammette:”è vero, commettemmo un errore”. Domanda: ma fu un errore? O fu la contropartita data  a  Parmalat per finanziamenti che Tanzi aveva fatto in precedenza? L’omertà.

Si dice che nei finanziamenti dei politici così come sono avvenuti  non si ravvisano responsabilità  penali.   Ed è così, anche perché il finanziamento illecito dei partiti è stato depenalizzato. Così come fu improvvisamente abrogato il delitto di interesse privato  in atti di ufficio, che  era stato un baluardo nella lotta ai conflitti di interesse. E il falso in bilancio è divenuto un reato contravvenzionale.

Ma  la  mancanza di reati   non è  una ragione  per tacere. La questione morale e politica si pone in modo anche più  rilevante che in passato. Qui sono stati truffati centinaia  di migliaia di risparmiatori  sia per i finanziamenti ai politici ed ai partiti sia  per  le operazioni sbagliate imposte a Calisto Tanzi  da politici e banchieri senza scrupoli.

La vicenda dell’arresto di Danilo Coppola –a parte la coraggiosa inchiesta dell’Espresso-, è stata relegata dai maggiori quotidiani italiani nelle notizie di cronaca. E’ un segnale allarmante rispetto ad un fenomeno molto grave che riguarda corruzione e criminalità organizzata.

Il governo Prodi deve risolvere il problema dei conflitti d’interesse che sono la maggiore minaccia per la nostra democrazia e deve farlo al più presto. Ripristino del reato penale dell’interesse privato negli atti d’ufficio ed eliminazione della confusione tra controllori e controllati in tutti i campi: banche, politica, pubblica amministrazione, industria, commercio, authority, ecc.


Ferdinando Imposimato


11 Marzo 2007




1 Si tratta di leggi – non leggi – emanate non nell’interesse generale ma di persone o gruppi di potere.

2 Ad esempio, l’industriale Calisto Tanzi era membro del consiglio di amministrazione di alcune banche alle cui chiedeva finanziamenti per sé stesso. Il conflitto d’interesse sussiste evidentemente.

3 La depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (ex art 324 cp) avvenne ad opera del VI governo Andreotti-Martelli.

4Colletti-bianchi” ovvero criminali insospettabili nel mondo della politica o della pubblica amministrazione o dell’industria.

5 Danilo Coppola è un immobiliarista arrestato nel marzo 2007 per bancarotta fraudolenta e riciclaggio di denaro proveniente da delitti. La speculazione selvaggia incide sul costo della casa facendolo aumentare.

6 L’esportazione di capitali serve a coprire operazioni di riciclaggio di denaro sporco fatto all’estero al di fuori dei controlli.

7 La legge ex-Cirielli prevede, tra l’altro, la prescrizione breve di molti reati gravi.

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