domenica 2 settembre 2007

Cia Gate: David Libby e Karl Rove

Cia Gate: David Libby e Karl Rove


Sul Corsera del 3 luglio 2007, in prima pagina, é apparsa la notizia “David Lewis Libby , condannato a 2 anni e mezzo di reclusione, graziato da George Bush”. Il 14 agosto 2007, LaRepubblica scrive in un articolo di Alberto Flores D'Arcais, “Bush perde il mago delle elezioni; si dimette il guru Karl Rove”. Nel sottotitolo si legge “ molti insinuano che si tratti di una breve ritirata in vista di una candidatura nelle elezioni del 2008”. Solo alla fine dell'articolo si legge “ la sua fama ha avuto un colpo di arresto l'anno scorso , quando distaccato dai suoi compiti nello staff presidenziale per seguire da vicino le elezioni di medio termine , non riuscì ad evitare la sconfitta repubblicana da parte dei democratici di tutte e due le camere del congresso”. E finalmente si legge al termine del pezzo “ Diverse ombre si sono addensate su di lui durante il CIA Gate, quando fu ritenuta una delle gole profonde all'origine della fuga di notizie che fece saltare la copertura dell'agente CIA Valerie Plame”.


Messe così le cose, il lettore non capisce assolutamente nulla di questi due personaggi e del ruolo che essi hanno svolto alla Casa Bianca in questi ultimi anni.


L'unico giornale a riferire qualcosa di vero sulla vita di Karl Rove è stato l'Unità del 14 agosto 2007, che ha scritto “ il primo consigliere politico di George Bush ( Karl Rove), dopo essere scampato due anni fa all'inchiesta sul CIA Gate, si trova adesso sotto inchiesta del congresso americano per lo scandalo dei Procuratori licenziati e per una serie di ingerenze nell'attività di varie agenzie governative”.


Ma anche questo non basta a spiegare cosa é successo.


E dunque abbiamo il dovere di tentare di ristabilire la verità su questa storia intricata, colmando le lacune clamorose della informazione della stampa internazionale e nazionale: e lo facciamo in tutta umiltà ma anche con preoccupazione. Ricordando ciò che scrisse 70 anni fa Albert Einstein: “ I mezzi di comunicazione di massa – la stampa, la radio- ( a quel tempo non esisteva la TV) hanno portato all'asservimento di corpi ed anime ad un'autorità strategica mondiale. E in ciò sta la principale fonte di pericolo per l'umanità. le moderne democrazie, che mascherano regimi tirannici, utilizzano i mezzi di comunicazione come strumenti di disinformazione e di stravolgimento delle coscienze degli uomini per alimentare la paura di massa in funzione delle guerre preventive”.



Ritornando ai due nostri “eroi”, rievochiamo alcuni dei punti salienti di quella storia che va sotto il nome di Cia Gate, la quale riguarda anche l'Italia. Essa ci portò alla guerra all'Iraq, e a centinaia di migliaia di morti civili, tra cui molti bambini e donne, e ad una tensione e ad una diffusione del terrorismo in tutto il mondo.


Cominciamo dal primo: David Lewis Libby, fruendo della grazia di ben due anni e mezzo per un reato contro l'amministrazione della giustizia, non era un signore qualsiasi toccato dalla misericordia di Bush ( cosa mai avvenuta per i molti condannati a morte innocenti, tra cui Rocco Derek Barnabei): era l'ex capo di gabinetto di Dick Cheney, vice presidente degli Stati Uniti e dominus da 17 anni della Casa Bianca: Cheney fu anche ministro della difesa di George Bush senior.


Il secondo, Karl Rove, braccio destro di George Bush jr, e legato alla destra israeliana di Netanyahu, fu lo stratega che non solo gestì la campagna elettorale di Bush ma imbastì il grande inganno che portò alla guerra all'Iraq.


Entrambi costruirono il casus belli che fu il pretesto per scatenare la guerra illegittima ad un paese indipendente, l'Iraq. Questa storia é raccontata minutamente nel libro “la Grande menzogna”, edizione Koiné, 2006. con la prefazione di Clementina Forleo. La tesi di fondo del libro, fondata su documenti , dichiarazioni e testimonianze, atti processuali e risultanze delle inchieste del congresso americano, é semplice: la guerra all'Iraq non fu la risposta giusta ed inevitabile degli Stati Uniti e della Gran Bretagna all'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, dietro cui sarebbe stato il perfido e malvagio Saddam Hussein, reo di volersi procurare armi atomiche per distruggere la candida ed innocente America. La Guerra all'Iraq, scatenata contro la volontà della stragrande maggioranza della opinione pubblica mondiale, del Papa Giovanni Paolo II, delle Nazioni Unite, benché iniziata il 20 marzo 2003, era stata decisa molto tempo prima : gli scopi erano molteplici. la conquista delle risorse petrolifere del Medio Oriente, l'estensione del dominio imperiale degli Stati Uniti e il sostegno all' industria bellica americana, che fattura da sola 450 miliardi di dollari l'anno. La stessa cifra che il comparto bellico raggiunge in tutto il resto del mondo. Ed ha un solo cliente : il Pentagono.


Per giustificare questa guerra ingiusta e suicida, che ancora oggi miete migliaia di vittime innocenti in Iraq ed in tutto il mondo, con effetti sulla pace mondiale non facilmente prevedibili, venne ordito un gigantesco complotto, che vide la partecipazione della CIA, del Mossad , dell'M15 e del Sismi, alcuni giornalisti del Washington Post e del NYT ed i principali collaboratori della Casa Bianca e del Pentagono.


Ma da chi fu ordito precisamente il complotto? Dagli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono con l'appoggio di agenti segreti sparsi per il mondo. Costoro riuscirono a costruire dal nulla per Bush, Cheney e Rumsfeld , e contro la verità, “le prove del legame tra Saddam Hussein e l'11 settembre”; e quelle della fornitura di 500 tonnellate di uranio del Governo del Niger al dittatore iracheno. Il regista occulto dell'intera operazione fu Dick Cheney , padre padrone della Casa Bianca, da quando cioè riuscì a convincere il vecchio Bush a scatenare, nel 1990, la prima guerra del Golfo.


Ma quale fu il ruolo di Lewis Libby e Karl Rove? Esso non si può capire se non si raccontano gli antefatti. Cominciamo col dire che la guerra all'Iraq fu preceduta da due false rivelazioni preparate prima dell'11 settembre 2001. La prima fu che Saddam aveva tentato di importare uranio grezzo dal Niger: nove mesi prima dell'11 settembre, il Joint Intelligence Committee britannico ( comitato di coordinamento dei servizi segreti inglesi) scrisse in un suo rapporto : “fonti non confermate dicono che gli iracheni sono interessati ad acquistare uranio”. La seconda che Saddam Husein aveva legami con i terroristi dell'11 settembre 2001.


Cominciamo dalla prima bugia. Dove nacque questo piano? Certamente in America, tra un gruppo di neocons inseriti nella Casa Bianca e nel Pentagono; di questo gruppo facevano parte Karl Rove, il braccio destro di Bush , David Lewis Libby, il braccio destro di Cheney, e Paul Wolfowitz, l'uomo chiave del pentagono, il collaboratore principale di Rumsfeld, capo del Pentagono.


Il piano, concepito in America, fu sviluppato in Inghilterra ed in Italia, ove fu avallato dal presidente Silvio Berlusconi. Costui nel 2002, nel corso di una seduta al Senato, fece riferimento agli “elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui il Governo e le intelligence dell'Alleanza Occidentale sono a conoscenza ( una parte di questi é stata resa nota dal primo ministro inglese Tony Blair nel suo intervento ai Comuni)”. (La Grande menzogna di F Imposimato p 61) .


Due bugie, sia pure autorevoli, non fanno una verità, ma una grande menzogna, che evoca la strategia della tensione degli anni sessanta- ottanta in Italia.


Negli Stati Uniti, Rove, definito “il cervello della Casa Bianca”, si procurò documenti falsi sulla fornitura di uranio nigerino all'Iraq, tramite un suo consigliere, il prof .Michael Ledeen, che si autodefinì fascista universale, attivista della destra americana e membro occulto del comitato di crisi che decise la sorte di Aldo Moro. Il documento usato per giustificare la guerra era stato fabbricato ad arte con la notizia di inesistenti armi di distruzione di massa (WMD), documento che Bush e Cheney, e poi Tony Blair e Silvio Berlusconi, usarono per legittimare la guerra all'Iraq.


Ma chi diede questi documenti a Ledeen?


Qui la storia si fa più complicata e coinvolge anche l'Italia. Ledeen, per creare il falso dossier, utilizzò un ex agente del SID, Rocco Martino, che contribuì alla costruzione del gigantesco imbroglio sulla inesistente fornitura di 500 tonnellate di uranio del Niger a Saddam Hussein. A raccontarlo sembra un imbroglio all'amatriciana, per la sua grossolanità , che pure fece breccia in molti giornali di prestigio mondiale.


Accadde che tra il 31 dicembre 2000 e il 1 gennaio 2001- 9 mesi prima dell'11 settembre- si verificò un episodio misterioso nell'ambasciata del Niger a Roma, in via Baiamonte. Detto in poche parole, venne simulato un furto di carta intestata e timbri veri dell'ambasciata del Niger, da usare per la fabbricazione di documenti falsi : il dossier parlava della fornitura dell'uranio del Niger all'Iraq. In realtà un impiegato dell'ambasciata nigerina si sarebbe venduto il materiale cartaceo ad un agente di Sid, Rocco Martino, protagonista di questo stratagemma. Costui, scoperto ed accusato di avere ordito l'inganno, in varie interviste concesse a giornali stranieri, chiamò in causa alcuni non meglio indicati colleghi del Sismi come committenti dell'imbroglio. Per conto di questi Rocco Martino avrebbe agito. Lo scopo- disse Martino- era semplice: il dossier falso doveva essere smistato tra varie ambasciate occidentali senza che apparissero i mandanti italiani , inglesi , israeliani ed americani dell'operazione Niger-uranio.Saddam. Secondo Martino, il dossier era stato preparato dal servizio segreto militare su input del presidente del Consìglio pro tempore , Silvio Berlusconi , per servire i desiderata di Bush e di Blair. Ed adoperando lui per diffonderlo. E lui aveva cercato di strumentalizzare la giornalista di Panorama Elisabetta Berba. La quale aveva verificato con scrupolo la notizia e compreso che si trattava di una menzogna, non scrisse nulla.


Intanto Niccolò Pollari, chiamato in causa, sconfessò Rocco Martino e negò un suo coinvolgimento nelle vicenda davanti al COPACO ( comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti). Che scagionò il generale Pollari all'unanimità. Nel frattempo, la Procura della Repubblica di Roma, che aveva iniziato un procedimento penale, archiviò il caso scagionando Pollari.


Sennonché, dopo l'esplosione della guerra all'Iraq, si scoprì l'imbroglio; e venne alla luce il ruolo degli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono. Si seppe che nel dicembre 2001, probabilmente all'Hotel Parco dei Principi, ( lo stesso che ospitò nel 1966 il summit golpista della destra eversiva), si era tenuto un incontro tra il prof .Ledeen , Harold Rhode , membro dell'Office of Special Plans del Pentagono, il Ministro della Difesa italiano Antonio Martino, e il generale Niccolò Pollari, e tale larry Franlin , funzionario del Pentagono , arrestato dall'FBI quale agente di Israele. La copertura venne data da Dick Cheney, informato della riunione. Il gruppo spolverò il dossier sull'uranio nigerino che giunse alla Casa Bianca. Bush aveva il suo casus belli: la giustificazione formale di una guerra già decisa oltre un anno prima dell'11 settembre.

La conferma della bugia venne dalla Dia, la Defense Intelligence Agency, - che scrisse il 12 febbraio 2002- “Niamed , capitale del Niger, é di accordo di vendere 500 tonnellate di uranio a Baghdad”. La notizia si diffuse anche con l'avallo del governo e dei mass media italiani, la gente ci credette, si spaventò e volle la distruzione di saddam Hussein Qui la storia si fa incandescente. Entrò in campo D Cheney con il suo braccio destro L Libby. Ed entrò in scena anche Karl Rove, uomo di Bush. I due rispolverarono il dossier screditato di Rocco Martino e lo passarono a diversi giornalisti. Abboccò per primo all'amo il giornalista Clayton Hallamark che raccontò il summit di Roma, allegando un pezzo del rapporto costruito dall'intelligence sulle carte intestate rubate presso l'ambasciata del Niger, preparato da dilettanti amici di Ledeen, collaboratore di Karl Rove.


Cheney, letto il rapporto della DIA, incaricò l'ex diplomatico Joseph Wilson di compiere una inchiesta in Niger per accertare se era vera la storia dell'uranio . Wilson andò e scoprì che i documenti del Sismi erano una grossolana falsificazione. E rifiutò di avallarli, come gli era stato chiesto. Apriti cielo! Il povero Wilson pensava di meritare un encomio solenne per avere scoperto l'inganno. Ed invece la cosa non venne presa bene da Cheney e da Bush e dai loro rispettivi collaboratori Karl Rove e David Libby. Costoro scesero in campo ed alimentarono la menzogna attraverso la stampa. Ma Wilson non recedette e cercò di ristabilire la verità: il dossier del Sismi avallato da Cheney e da Bush era falso. Ma mal gliene incolse. Bisognava distruggere la reputazione di J Wilson: e per fare questo Rove, Libby ed il funzionario Larry Franklin, spia del Mossad, ( cui aveva passato dei documenti segreti ), passarono ai più autorevoli giornali americani i dossier falsi per la pubblicazione. Libby li consegnò a Judith Miller, che pubblicò una lunga inchiesta efficace ma piena di bugie.


Quelle bugie furono utilizzate e dilatate da Bush, Blair e Cheney.


Sennonché in questa vicenda torbida si distinse per onestà l' FBY che denunciò Larry Franklin con l'accusa di cospirazione. E denunciò Libby per intralcio alla giustizia. Nel frattempo il 6 luglio 2002 Wilson smentì ancora la Casa Bianca e la versione dell'uranio del Niger all'Iraq dei servizi segreti italiani guidati da Pollari. Ma Rove, Libby e Franklin proseguirono nella loro campagna a base di bugie utilizzando i loro amici giornalisti. Il giornalista Robert Novak, del Washington Post , disinformato da Rove, scrisse che Wilson era stato mandato in Niger non dalla Casa Bianca ma dalla CIA, tramite sua moglie Valerie Plame, agente della Cia: una verità e una menzogna. Era vero che la Plame era agente della CIA, ma era falso che Wilson fosse stato mandato in Niger dalla CIA. Analoga notizia falsa era stata diffusa da Judith Miller su imbeccata di David Libby. La Miller, poi arrestata, aveva mentito consapevolmente su istigazione di Libby, dietro il quale c'era Dick Cheney. A pagare sul piano penale furono solo Larry Franklin e David Libby, incriminati e processati. Si salvò ingiustamente Karl Rove, che fu costretto a dare le dimissioni, ma non fu incriminato. Sottoposto a martellanti domande di una stampa che aveva compreso l'imbroglio, scomparve per qualche tempo facendo perdere le sue tracce. Poi rientrò a fianco di Bush, dopo avere fatto trasferire i magistrati federali! Altro che “due process of Law” americano. Negli Stati Uniti c'é stata in questa vicenda una totale subalternità del Pubblico Ministero all'esecutivo, ed una dura sconfitta della giustizia. I padrini politici di Libby e Rove dovettero proteggere i loro assistiti: Bush , un santo che non aveva mai fatto miracoli , concesse la grazia a Libby, nel frattempo condannato a due anni e mezzo di carcere. Il solo Rove andò indenne, nonostante il Procuratore Robert Patrick Fitzgerald avesse accertato che alla Casa Bianca, per punire Wilson, i due collaboratori principali di Bush e Cheney avevano rivelato la vera identità e la professione di Valerie Plame; e avevano fatto credere che la versione di Wilson era inquinata dai servizi segreti, cosa non vera.


La sola cosa certa é che Libby e Rove non agirono in proprio ma come esecutori degli ordini del Presidente Bush e del vice Cheney. Si spiega solo in questo modo la generosità di Bush nella concessione della grazia a Libby e l'uscita di scena soft di Rove.


E così gli strateghi della guerra preventiva non sono stati puniti per la serie di menzogne sull'Iraq e forse si preparano a ritornare a galla per le prossime elezioni politiche e a preparare le condizioni di una nuova guerra preventiva.


Ferdinando Imposimato

01 Settembre 2007



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sabato 14 luglio 2007

Il sismi gate: il caso Pollari

Il sismi gate: il caso Pollari

Il sismi gate ha tenuto banco sulle prime pagine dei giornali per molti giorni. L'impressione che si ricava dalle dichiarazioni dei leader di maggioranza e di opposizione é che si cerchi di insabbiarlo, non essendo interesse di nessuno dei due poli di conoscere la verità. Quale é l'essenza di questa storia? Semplice. Il Sismi, servizio segreto militare italiano, é sospettato di avere indagato e schedato abusivamente su magistrati e giornalisti, tra cui anche quelli che dirigono e scrivono sulla Voce della Campania accusata di essere “collegata al fondamentalismo islamico” ( Corriere della Sera dell'8 luglio 2007): si tratta di due categorie di persone che per mestiere sono impegnate nella ricerca della verità al servizio dei cittadini. La schedatura da parte di una sede distaccata del Sismi di Niccolò Pollari di 250 magistrati di 13 paesi rappresenta un vulnus grave alla magistratura ed alla sua indipendenza: un modo per condizionarne l'azione e la tutela della legalità secondo il principio fondamentale che “la legge é uguale per tutti”, anche per i politici che governano. Secondo notizie giunte al Consiglio Superiore della Magistratura, le schedature sarebbero avvenute ad opera di Pio Pompa, uomo del Sismi, per ordine dei servizi.

La Procura ha chiesto ai servizi segreti se le informazioni raccolte illecitamente dall'Ufficio distaccato di via Nazionale, trasmesse a Niccolò Pollari, ex capo del Sismi, siano state effettivamente ricevute e catalogate. La risposta finora é mancata: il che accresce il dubbio che il Sismi fosse d'accordo sulla operazione di Pio Pompa. Intanto da un appunto del 2002 sequestrato dai pubblici Ministeri di Roma é certo che “molti dati raccolti sui giudici provenivano da ambiti qualificati di elevata affidabilità che anticipavano iniziative mediatico giudiziarie in danno del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”. Negli atti si parla di “una struttura anti Berlusconi – da disarticolare - composta da magistrati e politici”. Il principale sospettato di questa operazione é il generale Niccolò Pollari, ex capo del Sismi, che ha negato ogni responsabilità; finora egli ha sempre goduto della fiducia e della protezione non solo di Berlusconi ma anche di Massimo D'Alema, persino dopo gli attacchi a ripetizione di “La Repubblica” al generale Pollari sulla manipolazione del dossier Niger- Iraq uranio gate, contenente la falsa notizia dell'acquisto da parte di Saddam Hussein delle armi di distruzione di massa dal Niger. Dal quale scaturì la guerra all'Iraq.

Uguale fiducia viene a Pollari anche da Romano Prodi se é vero che il generale Pollari ricopre l'incarico – ma sui giornali se ne parla poco- di “consigliere speciale del Presidente del Consiglio”. Vale la pena ricordare che il Governo Prodi, di cui D'Alema e Rutelli sono autorevoli esponenti, andando oltre le decisioni del Governo Berlusconi, ha imposto illegittimamente il segreto di Stato1 e bloccato i giudici di Milano che indagano sul ruolo di Pollari e del Sismi nella vicenda del sequestro di Abu Omar. Sembra emergere evidente un venire a patti tra i vecchi ed i nuovi governanti ed il generale Pollari, probabilmente in possesso di verità scottanti che riguardano la maggioranza e l'opposizione. Sicché appare una mera finzione la proposta di istituire una Commissione di inchiesta parlamentare sulla vicenda delle schedature illecite; la inchiesta parlamentare, come dice Emanuele Macaluso, non ha mai prodotto risultati utili all'accertamento della verità ed ancora una volta non approderebbe a nulla; anzi intralcerebbe le indagini dei giudici, come é sempre avvenuto con tutte le inchieste parlamentari, le ultime delle quali riguardano Telekom Serbia e il dossier Mitrokhin. induce ad una speranza di verità e di giustizia l'eventuale inchiesta del Copaco (comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti), che ha scagionato Pollari da tutte le accuse che riguardavano la creazione di un falso dossier sull'acquisto dell'Uranio da parte dell'Iraq, che fu alla base della decisione degli Stati Uniti di scatenare una illegittima guerra sanguinosa contro l'Iraq. Oggi l'indagine é stata affidata al Copaco: non si vuole la verità che il generale Pollari si é dichiarato pronto a rivelare. Oltre tutto il Copaco ha l'obbligo della segretezza sulla propria attività: i cittadini non potranno mai sapere ciò che il generale Pollari dichiarerà al Copaco. Il Copaco non funziona e non ha poteri di indagine penetranti.

Una cosa sembra certa: nulla é cambiato dai tempi del Sifar di De Lorenzo. Con la riforma del 1977, che istituì il Sismi ed il Sisde, i primi atti del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e del Ministro dell'Interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti di Giuseppe Santovito e Giulio Grassini , due generali affiliati alla Loggia di Licio Gelli, uomo della CIA legato a Totò Riina, il capo di Cosa Nostra. Sono stati diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina. I legami di Gelli con la Cia sono documentati dalle inchieste della commissione P2 e dalle indagini della magistratura.

I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calò e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare assieme a Vittorio Occorsio: con questi istruivo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Ortolani, figlio di uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana e della Loggia Propaganda 2, tra cui un noto avvocato penalista, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva espresso parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla loggia di Gelli, alla mafia ed ai servizi segreti. Occorsio, che aveva scoperto l'intreccio stragi – eversione nera e massoneria indagando da anni sulla strage di Piazza Fontana-, venne assassinato l'11 luglio 1976. Per l'attentato venne condannato Pier Luigi Concutelli, che risultò iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Giovanni Falcone. La mia condanna a morte fu pronunciata dalla stessa associazione qualche tempo dopo. A raccontarlo fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse al giudice Lupacchini che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non era rientrato nella casa di lavoro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l'Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui partecipò assieme a Danilo Abbruciati, a Edoardo Toscano, i fratelli Pellegrinetti, Maurizio Andreucci e Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlò di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato. “Dal discorso si capiva che non si trattava di un'idea estemporanea: era evidente, cioé, che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l'attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo dove l'attentato poteva essere realizzato era in prossimità del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all'istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere”.

Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l'attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l'impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo “quel cornuto che ci ha portato al processo” . “Successivamente, - disse Antonio Mancini - parlando dell'attentato ai danni del giudice Imposimato-, Danilo Abbruciati mi spiegò che, al di là delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso “da personaggi legati alla massoneria”, dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi”. (dichiarazione di Antonio Mancini; ordinanza di rinvio a giudizio n 1154/87A GI del 13 agosto 1994 contro Abatino Maurizio p 230)

In seguito, durante le indagini per l'omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accertò che alla riunione nel corso della quale si parlò dell'attentato a me, parteciparono anche due uomini dei servizi segreti militari italiani che furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento; il processo era a carico di Giulio Andreotti per l'omicidio Pecorelli. Senonché i due funzionari dei servizi mi avvicinarono dicendomi che “loro due non c'entravano niente con quella riunione” e che “evidentemente c'era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell'incontro in cui venne annunciata la mia condanna a morte”.

Ma nessuno si preoccupò di stabilire chi dei servizi aveva partecipato al summit in cui era stato annunciato l'assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro in cui la presenza della massoneria e della mafia erano state determinanti della uccisione di Moro.

In quel periodo, io mi occupavo non solo di sequestri di persona , ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, anche lui uomo della P2, e dell'assassinio di Vittorio Bachelet, del giudice Girolamo Tartaglione, del giudice Riccordo Palma e , naturalmente, del sequestro Moro; ed avrei accertato , dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti che erano affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana: ma tutto questo io all'epoca non lo sapevo. Ciò che é certo é che Giuseppe Santovito, uomo della P2, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era verosimile .

Era dunque evidente che i servizi segreti democratici (sisde) e militari (sismi) erano tutt'uno con la mafia della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del Lago della Duchessa, eseguita per provocare una reazione contro Moro. In quel tempo ero diventato un pericolo pubblico per Cosa Nostra e la Massoneria ma confesso che lo ignoravo.

Quando, durante le indagini che io a Roma, Falcone a Palermo, Turone e Colombo a Milano, venne fuori a Castiglion Fibocchi, in possesso di Gelli, l'elenco degli iscritti alla P2 che comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del CESIS, l'organismo che coordinava i servizi, venne decisa la epurazione degli uomini di Gelli; ma non fu così. La Loggia del venerabile maestro mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di scrivere la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono con la complicità dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici con versamenti di ingenti somme di denaro da parte dei vari capi dei servizi segreti, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi segreti, senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe, in virtù della protezione da parte dei governanti. E così siamo arrivati al caso Pollari con l'ennesima sceneggiata dell'inchiesta del Copaco che non approderà a nulla. E intralcerà l'azione dei giudici. La sola soluzione é un ricambio totale della classe politica con l'innesto delle giovani generazioni, se si vuole salvare l'Italia dalla bancarotta e dall'avvento di un nuovo fascismo.


Ferdinando Imposimato

14 Luglio 2007



Dopo queste brevi note, é esplosa sulla stampa, per pochi giorni la storia legata alla morte di Paolo Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la tragica morte di Paolo Borsellino e della sua scorta a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni. L'ipotesi investigativa prospetta la possibilità che Borsellino sia rimasto schiacciato nell'ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in contatto con la mafia allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini nefandi, tra cui la strage di Capaci. Si trattava di una autentica vergogna , un'offesa a Giovanni Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo. Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell'agenda rossa sparita di Paolo Borsellino. Si ritiene che Paolo, informato di questa infame proposta, abbia reagito con sdegno e rabbia: ma egli sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.

Ricordo che in quel tragico luglio del 1992 ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la legge voluta da Falcone , da me e da molti altri magistrati antimafia: l'approvazione dell'articolo 41 bis sull'isolamento rigoroso dei mafiosi in carcere per evitare che questi continuassero a dettare legge dall'interno del carcere ordinando omicidi e stragi. Quella legge, nonostante la morte di Falcone, non aveva la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il varo di quella legge, che oggi si vorrebbe abrogare.

L'aspetto più inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio a Monte Pellegrino riconducibile ad attività sotto copertura del servizio segreto civile, il SISDE, entrato prepotentemente nelle indagini per la stage di via D'Amelio, dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera del tecnico Gioacchino Genchi. Al numero di quell'ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via' D'Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere un coinvolgimento di apparati dello Stato nella strage di via D'Amelio . Il dubbio é che uomini politici al potere abbiano fatto un uso deviato di quegli apparati: e non che si tratti di semplici servizi deviati.


Ferdinando Imposimato

25 Luglio 2007



1Segreto di stato: La legge 24/10/1977 n.801 ha introdotto la categoria unitaria del segreto di Stato. Sono coperti da segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione possa recare danno alla integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri stati, alla sua difesa militare. In nessun caso possono però essere oggetto di segreto di Stato fatti eversivi dell'ordine costituzionale. Nella realtà il segreto di stato viene eccepito per fini diversi da quelli previsti dalla legge, per coprire nefandezze di ogni genere.

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sabato 30 giugno 2007

Il nuovo attacco alla Costituzione

Il nuovo attacco alla Costituzione

Ci era stato detto da Romano Prodi, prima delle ultime elezioni politiche, che ormai sarebbe finita l'epoca della corruzione, del precariato, delle riforme eversive della Costituzione, dei conflitti di interesse irrisolti, della legge elettorale vergogna, delle guerre preventive, del precariato dei lavoratori, delle disuguaglianze sociali, dell'aumento del debito pubblico. E che la vittoria sulla CDL sarebbe stata l'inizio di una svolta politica ed istituzionale. E invece non è accaduto niente di tutto questo. Mentre si stanno preparando riforme sottobanco che intaccano la Costituzione ed i diritti sociali primari.

Dopo il referendum costituzionale, lo spettro di uno stravolgimento della seconda parte della Costituzione che intacchi i diritti inviolabili contenuti nella prima parte (lavoro, salute, casa, istruzione, libertà, ecc.) si ripropone in modo ancora più drammatico e serio che in passato nella indifferenza generale. Le riforme della legge elettorale e della Costituzione infatti vedono un accordo tra esponenti del neonato Partito Democratico e l'opposizione. Lo ha percepito subito il comitato per la difesa della Costituzione presieduto da Oscar Luigi Scalfaro che assieme a Massimo Rendina, presidente dell'Anpi nel Lazio, é andato dal Ministro delle riforme Vannino Chiti a chiedere conto delle proposte contenute in una misteriosa bozza di legge elettorale e di riforma costituzionale che dovrebbe essere presentata dal Governo. La preoccupazione é fondata. In buona sostanza si propone dal Ministro delle Riforme una legge elettorale che contiene gli stessi difetti della legge Calderoli vigente definita Porcellum. Ed intacca la Costituzione.

Converrà rinfrescarci la memoria per capire la gravità dello scandalo. Con la scusa che si vuole realizzare un risparmio al Paese, si ripropone una legge elettorale senza il voto di preferenza sulla persona all’interno del partito: i partiti ripresenteranno un elenco di nomi ciascuno con il suo numero in ordine progressivo. Se si presenteranno dei corrotti o avventurieri nelle prime posizioni delle liste, essi saranno sicuramente eletti poiché la volontà degli elettori é pari a zero. Ma non é tutto. Tre o quattro capilista potranno ancora candidarsi in molti collegi, in ogni parte del territorio nazionale, optando per quei collegi che consentiranno la eliminazione di avversari interni scomodi e non subalterni. Come é accaduto puntualmente alle ultime elezioni. La scelta dei rappresentanti del popolo avverrà prima delle elezioni ad opera di alcuni oligarchi che prepareranno le liste bloccate mentre il corpo elettorale dovrà solo ratificare ciò che é stato deciso nei partiti. Continuerà il monopolio dei dirigenti dei partiti sugli eletti. Immarcescibili burocrati decideranno quale dovrà essere la composizione del parlamento: gli eletti saranno al loro servizio senza rappresentare gli interessi dei cittadini, pena la non ricandidatura. La campagna elettorale si giocherà sul simbolo dei partiti non sulla qualità dei candidati. La democrazia si risolverà nell'arbitrio dei soliti noti che sceglieranno amici , parenti e amanti : come é avvenuto nelle ultime elezioni in entrambi gli schieramenti. Il risultato sarà ancora una volta che almeno la metà dei parlamentari verrà cooptata dall'alto.

Roberto Calderoli della Lega, in una intervista alla Padania del 13 aprile 2007, ha detto che la bozza Chiti “coincide sostanzialmente al 99% con la proposta di legge presentata dalla Lega al Senato” con l'avallo del Capo dell'opposizione Silvio Berlusconi.

La proposta Chiti contiene il federalismo fiscale e prevede di fatto una elezione diretta del Presidente del Consiglio, cui verrano attribuiti maggiori poteri a scapito del Presidente della Repubblica e del parlamento. Il Presidente del Consiglio verrà scelto dagli elettori; il capo dello Stato si limiterà a prenderne atto. Dulcis in fundo: si mutuerebbe dal tatarellum il divieto di ribaltone: se il presidente del Consiglio cade, si deve rivotare. Tutto quello che era stato cancellato dal referendum viene riproposto. Tutto ciò avverrebbe in violazione del referendum costituzionale.

La riforma elettorale e quella costituzionale non incidono solo sulla organizzazione politica dello Stato ma anche sui diritti inviolabili dell’uomo e sui principi di unità e collaborazione tra gli Stati. E’ bene ricordare che secondo la Costituzione la libertà non ha senso e non si materializza se non ha la base in un patto condiviso, a partire dal quale vi sono l’orgoglio dell’appartenenza a un grande paese unito. Ora quel patrimonio rischia di essere intaccato contro la volontà della stragrande maggioranza degli italiani .

La previsione di Aldo Moro rischia di avverarsi. Moro, con intuizione profetica, nell’aprile del 1948, denunciò il pericolo “ abbastanza grave, che gruppi o individui, modificando la seconda parte della Costituzione, fossero indotti ad avversare anche i principi consacrati nella prima parte inerenti alla natura ed alla dignità della persona umana, principi che – egli ammonì - non dovrebbero mai essere oggetto di revisione costituzionale perché alterarli significherebbe condannarsi al ridicolo, al disordine, alla tragedia”. “E perciò é necessario che tutti gli uomini di buona volontà siano concordi nella difesa di quei principi fondamentalmente umani e cerchino di trascriverli, prima che sulla carta, sulla viva pagina dei cuori”. ( A.Moro, scritti e discorsi 1940- 1947 e cinque lune).

Il vulnus maggiore della Carta fondamentale sarebbe una forma surrettizia di presidenzialismo attraverso un premierato che realizza nel presidente del consiglio una concentrazione di poteri assai superiore a quella di cui dispongono i capi di Stato e di governo dei paesi democratici, a cominciare da G. Bush e dal primo ministro inglese. In un incontro che ebbi con il professor Francesco De Martino poco prima della sua morte, egli mi disse che qualunque forma di presidenzialismo o semipresidenzialismo, in Italia, rischia di essere il preludio di un regime autoritario. In realtà la riforma introdurrebbe una forma di premierato assoluto in analogia con i poteri che un tempo erano propri del monarca. Il premier può nominare e revocare i Ministri e sciogliere il Parlamento. Mentre non risolve le questioni del sistema mediatico ed il conflitto di interessi.

Il federalismo non realizzerebbe un miglior governo del Paese, ma proteggerebbe gli interessi particolari della Lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d’Italia e d’Europa e contro gli stranieri in genere. In conclusione, la riforma sarebbe un vero e proprio mostro fondato sulla logica perversa dello scambio tra i principi costituzionali e la sopravvivenza della maggioranza. Ma laddove la Costituzione è violata, la democrazia è in pericolo. In questa situazione il Parlamento si troverebbe in una situazione di straordinaria debolezza.

La nostra Costituzione, accusata di vetustà e arretratezza, non è vecchia ed obsoleta. Essa è viva ed attuale più che mai. E’ e resta una Costituzione democratica anche a 60 anni dalla sua nascita. E deve essere attuata, soprattutto nella parte che riguarda il lavoro e la sua dignità ed il conflitto di interessi. Essa contiene i principi fondamentali di garanzia, tra i quali l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’indipendenza della magistratura, la tutela dell’istruzione pubblica, l’informazione libera, la separazione dei poteri e la centralità del Parlamento. Principi che garantiscono condizioni di armonia e di solidarietà tra unità e pluralismo territoriale. E richiede subito una legge sul conflitto di interessi : che è la situazione apparentemente “legale” in cui si trova un governante, un amministratore, un banchiere, un politico o un giudice, che anziché fare l’interesse pubblico nella sua attività istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi. Esso viola l’art.97 della Costituzione che impone alla PA di agire rispettando i principi del buon andamento e della imparzialità. E l'art.51 che prevede per tutti i cittadini una condizione di parità nella competizione elettorale. Il conflitto di interessi dilagante é fonte di corruzione e criminalità e di una gestione dissennata delle risorse pubbliche. Il conflitto di interessi è il principale strumento di corruzione diffuso in Italia. Un cancro che affligge le nostre istituzioni da decenni. E si aggrava nonostante le denunzie e le accuse che fioccano per gli scandali ricorrenti. Che interessano varie categorie di persone: governanti, amministratori, governatori, banchieri, imprenditori, consulenti, soggetti nei quali spesso si uniscono le funzioni di controllori e controllati. Con il permesso o nell’assenza della legge. Ci attendiamo che la Costituzione sia attuata e che la legge sul conflitto sia varata al più presto: prima che sia troppo tardi.

Ferdinando Imposimato

Roma, 25 aprile 2007

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Difesa collettiva della Costituzione contro i demagoghi