martedì 30 ottobre 2007

L'avocazione dell'indagine di De Magistris

L'avocazione dell'indagine di De Magistris



La pratica dell'avocazione è iniziata negli anni '60.


La sottrazione del processo al sostituto Luigi De Magistris mediante avocazione riporta alla memoria analoghe pratiche in uso negli anni sessanta settanta. A quel tempo, quando il potere politico voleva liberarsi di magistrati scomodi come Gerardo D' Ambrosio o Emilio Alessandrini, ostinati nella ricerca della verità sulle trame eversive e sulle stragi , favorite all'interno delle istituzioni e dei servizi asserviti al potere, faceva ricorso a Procuratori Generali compiacenti, quasi sempre romani; costoro sollevavano inesistenti conflitti di competenza con i magistrati milanesi per sottrarre ai titolari processi scottanti e trasferirli a Roma, ove venivano regolarmente insabbiati a scapito della giustizia e della verità e a vantaggio dei colpevoli.


Anche allora lo strumento iniziale dell'imbroglio era l'avocazione: un Procuratore Generale di un processo inventato a Roma per fatti inesistenti connessi con quelli milanesi sollevava conflitto di competenza con altri PM.

Nel conflitto, complice qualche giudice in Cassazione, aveva la prevalenza sempre la magistratura romana, che una volta ricevuto il processo, lo narcotizzava o lo affidava a mani amiche che provvedevano a condurre le indagini secondo la volontà del potere e senza disturbare il manovratore. La prassi ignobile iniziò con la rapina del processo per la strage di Piazza Fontana favorita da una infausta avocazione. Il processo da Milano venne a Roma, da qui venne dirottato a Catanzaro per poi tornare a Roma, dove Vittorio Occorsio aveva imboccato la strada giusta ma fu ucciso; e, dopo oltre vent'anni di indegni balletti, ritornò nella sua sede naturale di Milano . Dove vennero rinviati a giudizio alcuni dei presunti responsabili. Nel frattempo, erano morti assassinati alcuni magistrati che avevano capito come erano andate le cose: tra questi Emilio Alessandrini e lo stesso Occorsio, assassinati, erano morti molti testimoni importanti, ed il commissario onesto di Padova che indagava sulla pista nera venne rimosso.


L'avocazione fu usata anche per la P2


La stessa procedura venne seguita a Roma per il processo contro Licio Gelli che aveva buoni rapporti con alcuni terroristi, come Paolo Aleandri, che me lo raccontò , ma anche con il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, e con Vito Miceli, capo del SID (Servizio Informazione Difesa) , e con il Ministro Gaetano Stammati e tanti altri. Il processo venne sottratto al Pubblico Ministero milanese Gherardo Colombo e affidato a Roma nelle mani di chi lo insabbiò affermando che la P2 era una specie di associazione filantropica di nessun pericolo per la collettività. A quel tempo la Procura romana era notoriamente diretta da magistrati scelti da Giulio Andreotti e di sua totale fiducia.


Un freno alla pratica dell'avocazione:
l'indipendenza e imparzialità della magistratura.


Poi venne finalmente l'istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura e la nomina dei magistrati al vertice delle Procure fu fatta nel rispetto dei meriti e con le garanzie di indipendenza e imparzialità stabilite dalla Costituzione. Nel frattempo con il nuovo codice di procedura penale del prof Giuliano Vassalli l'avocazione venne del tutto svuotata della sua portata di strumento lesivo della indipendenza dei magistrati, compresi i PM, e mantenuta solo per casi tassativi ruotanti attorno alla inerzia del magistrato del PM; se ad esempio un PM, indagando per un delitto gravissimo di corruzione o criminalità organizzata o terrorismo, non provvedeva, nonostante le prove, a iniziare l'azione penale, come era suo dovere, il Procuratore Generale interviene per sostituirsi al magistrato inerte ed insabbiatore.


Il ritorno della pratica dell'avocazione.


L'avocazione del procedimento condotto da Luigi De Magistris da parte della Procura Generale di Catanzaro ci riporta a quel triste passato e ci preoccupa enormemente: l'influenza nefasta dell'esecutivo delle inchieste giudiziarie più delicate é pesante. Viene violato il principio costituzionale della separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario.



Il tentativo di Mastella di avocare l'indagine contro Prodi e Mastella.


Venendo al fatto di oggi, mentre era in corso un'indagine contro Romano Prodi e Clemente Mastella, per episodi di corruzione per miliardi di lire – che sarebbero avvenuti quando il Presidente del Consiglio era presidente della Commissione Europea- é stata dapprima avviata dal Guardasigilli Mastella una procedura con richiesta di trasferimento del De Magistris per illecito disciplinare, e poi una procedura di avocazione del procedimento da parte del Procuratore Generale. In altre parole, non essendo stato possibile sottrarre il processo a De Magistris con il trasferimento del magistrato ad altro ufficio, richiesta di fatto bocciata dal CSM, si é pensato di trasferire il processo in altre mani: costoro, solo per orientarsi , avranno bisogno di qualche anno di tempo, data la mole di materiale sequestrato dal sostituto di Catanzaro.

E dunque l'appello del Presidente della Repubblica a proseguire le indagini verrà vanificato nei fatti, con tutta la buona volontà di chi riceve gli atti.

Intanto al magistrato De Magistris non é stato possibile addebitare alcuna strumentalizzazione politica poiché in quell'affare che coinvolge Mastella e Prodi, sono stati indagati anche alcuni esponenti del centro destra come Lorenzo Cesa, segretario dell'UDC, e Giuseppe Galati e lo stesso Presidente della Giunta regionale calabra Agazio Loiero.


Qual'è l'oggetto della indagine di De Magistris ?


Ma , attenzione, quale é il fatto che é oggetto della inchiesta di De Magistris? L'appropriazione di miliardi da parte di un comitato di affari di cui avrebbero fatto parte i predetti personaggi. La stampa ci ha correttamente informato che contro gli indagati non c'erano solo i tabulati delle telefonate passate attraverso i cellulari di Prodi, ma anche la accuse di un testimone importante, un politico detenuto, ex consigliere regionale calabro, che assistette ad una telefonata fatta dal faccendiere Antonio Saladino a Romano Prodi. Durante il colloquio con Prodi si sarebbe concordato che una volta formalizzata la candidatura di Prodi come Presidente del Consiglio alle elezioni politiche del 1996, il Saladino si sarebbe messo a sua disposizione per procurargli voti, come effettivamente fece. In cambio il Saladino avrebbe avuto dal Presidente della Commissione Prodi un aiuto per ottenere i finanziamenti miliardari dell'Unione Europea per diverse iniziative avviate nella Regione Calabria attraverso i programmi. Saladino si sarebbe aggiudicato diversi appalti per milioni di lire e poi di euro senza partecipare a gare Domanda: ma come si può risollevare la Calabria dalla crisi che l'attanaglia se i soldi dell'Unione Europea, sempre più distratta ed assente, anziché finanziare opere pubbliche e private, affluiscono nelle tasche di politici di maggioranza ed opposizione? E se un magistrato che cerca di portare alla luce le frodi comunitarie viene crocifisso anche con la complicità di magistrati asserviti al potere?


Qual'è il grande imbroglio ?


Ma andiamo avanti cercando di spiegare almeno in parte questo grande imbroglio, senza attendere i tempi biblici dei processi che si sta cercando di insabbiare. L'avocazione, cioé la sottrazione del processo a De Magistris, é stata decisa per motivi infondati che sono stati criticati da Gerardo D'Ambrosio, vittima a suo tempo di clamorose avocazioni e sottrazioni di processi; ma l'avocazione é stata deplorata anche dal giurista Franco Cordero, titolare di Procedura penale alla Sapienza. D'Ambrosio ha ritenuto pretestuosa la motivazione di “incompatibilità del procedimento” che non spiega niente, ed anzi alimenta le inquietudini. L'intervento del Ministro con la richiesta di trasferimento e l'avocazione del processo, una volta fallita la manovra del trasferimento, sono intervenute, guarda caso, mentre l'indagine stava per essere conclusa. Osserva D' Ambrosio che “ l'errore” del Ministro- ma si tratta di errore o di qualcos'altro?- é stato proprio quello di promuovere l'azione disciplinare contro chi, dal giugno 2007, indagava sulla persona del Ministro. E costui solo in seguito ha disposto l'azione disciplinare: e dunque la realtà non é quella che qualcuno ci vuole propinare sulla stampa: la notizia che coinvolge il Ministro Mastella e l'ineffabile Romano Prodi, era comparsa sulla stampa fin dal giugno 2006, poiché il Ministro é intercettato sul telefono di Antonio Saladino, il grande mazzettiere di questa storia i cui contorni appaiono sempre più definiti. E dunque l'iscrizione del Ministro nel registro degli indagati , al quale sono seguite le interessate dichiarazioni di solidarietà di Prodi - ( e che doveva fare Prodi, se non solidarizzare, essendo coinvolto nello stesso affare?) non é stata la stizzosa e strumentale reazione all'inizio dell'azione disciplinare da parte del Ministro ma un atto doveroso maturato prima della richiesta di trasferimento con il procedere delle indagini. E si é voluto fare credere il contrario.


Ma chi dovrebbe indagare quando tra i responsabili del reato ipotetico risultino
il Presidente del Consiglio o i Ministri ?


Quanto al problema affrontato con grande obiettività da Franco Cordero su chi deve indagare quando tra i responsabili del reato ipotetico risultino il Presidente del Consiglio o Ministri, essendo i fatti commessi nell'esercizio delle funzioni di governo, la risposta é semplice : la legge costituzionale 16 gennaio 1989 stabilisce che “il procuratore della Repubblica, omessa ogni altra indagine” nei 15 giorni dalla notizia trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale del Capoluogo del distretto competente: collegio che svolge le funzioni del Pubblico Ministero o del GIP, in questo caso le indagini “Why not” di Roma. Ma il punto di fatto non esaminato da Cordero é proprio questo: i reati sarebbero stati commessi quando Prodi era Ministro, o quando invece era, come sembra accertato, Presidente della Commissione Ministeriale, e Mastella non era ancora Ministro della giustizia per il semplice fatto che non esisteva il governo Prodi?

Stando alle intercettazioni telefoniche sull'apparecchio di Saladino ed alle dichiarazioni del collaboratore, i fatti sarebbero avvenuti fuori dall'esercizio delle funzioni ministeriali; ed allora la competenza sarebbe di De Magistris e non del collegio per i reati ministeriali, cui gli atti sono stati mandati: se fosse stato diversamente, perché Prodi e Mastella non avrebbero eccepito mai l'incompetenza del sostituto De Magistris? Il quale non si é lasciato intimidire neanche dai proiettili inviatigli da inesistenti Brigate Rosse, in sintonia con analoga intimidazione fatta ai danni del giudice Clementina Forleo. Che ha avuto il coraggio di non lasciarsi blandire da promesse di prebende e di non essere intimidita dalle minacce attuate a mezzo telefonate silenziose e proiettili di improbabili brigatisti.


Intanto lo scandalo delle scalate bancarie che sono costate frodi di miliardi di euro a milioni di risparmiatori é stato insabbiato con gioia dei responsabili che restano abbarbicati alle loro poltrone come l'edera che “lecca la scorza dell'olmo tutore” ( Cirano de Bergerac).


Gravi scandali !


In ogni caso, - diciamo la verità- ce ne sarebbe abbastanza per chiedere le dimissioni di Prodi e di un paio di Ministri per i gravissimi scandali che sono già venuti alla luce. Anche se questo ci dovesse costare un ritorno di Berlusconi: poiché se la situazione dovesse restare quella che é - con gli stessi ladroni che ci fanno vergognare di essere di sinistra,- una riscossa del centro sinistra contro Berlusconi diventerebbe ancora più difficile. Ma questo lo sa Walter Veltroni o pensa solo all'ammodernamento e alle riforme della Costituzione?


Una storia dimenticata ...


Queste vicende di De Magistris e Forleo evocano alla mia memoria la drammatica e dimenticata storia di un altro coraggioso magistrato, Giuseppa Geremia, che nel 1996 indagava sullo scandalo della Cirio Bertolli DeRica e sull'alta velocità: scandalo che denunciai inutilmente a Prodi ed alla Commissione antimafia nel 1996 dopo una inchiesta magistrale svolte dalla Criminalpol e dall'Arma dei Carabinieri su mia richiesta. Per quella inchiesta io fui sottoposto ad attacchi concentrici di destra, che chiese la mia rimozione come relatore, e di sinistra, che non mi difese. E fui isolato in Commissione e la mia relazione non venne mai discussa; e guarda caso la legislatura venne interrotta bruscamente dopo due anni senza che ce ne fosse alcuna ragione seria: ciò significa che la fine della legislatura fu dovuta alla volontà di evitare che io denunziassi in commissione antimafia i responsabili istituzionali dei fatti di collusione mafiosa negli appalti. Nei rapporti della criminalpol emerse che sugli appalti per le grandi opere pubbliche avevano indagato Falcone e Borsellino e che questa poteva essere una causa della loro morte. La mia relazione non venne discussa : i vari Violante, Ayala, Bargone mi lasciarono solo e dissero che non c'erano prove di quello che affermavo. E poi venne definitivamente affossata dopo la mia sconfitta decisa dalla camorra dei casalesi interessata ai lavori dell'Alta velocità sulla tratta Napoli-Roma. Le mie residue speranze che giustizia fosse fatta dal PM Giuseppa Geremia andarono deluse. Costei aveva scoperto, dai documenti sequestrati dalla Guardia di Finanza, che “il garante dell'Alta Velocità, intrisa di imprese di mafia e camorra, era Romano Prodi, mentre Lorenzo Necci, per coinvolgere un poco tutti quelli che contavano, inventò un comitato nodi dell'Alta Velocità composto dalla senatrice Susanna Agnelli, dal prof Carlo Maria Querci dal dott Giuseppe De Rita e dall'architetto Renzo Piano: la spesa preventivata era di 9 miliardi di lire. Ma il collegio dei revisori dei conti fece osservazioni che non ebbero risposte. Il 25 novembre, al termine di una inchiesta serrata fondata anche sulla perizia contabile di ben 13.000 pagine svolta dal prof Renato Castaldo, il PM Geremia, con l'avallo del Procuratore Coiro, chiese il rinvio a giudizio per abuso di ufficio dell'ex Presidente del Giudizio Romano Prodi, quale ex Presidente dell'IRI. Anche allora si tenne conto del momento in cui erano stati ipotizzati i fatti di corruzione e non la qualifica attuale del presidente del Consiglio. ed il rinvio a giudizio di Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della FISVI che aveva acquistato la Cirio senza avere una lira. Ed infatti Lamiranda sarebbe stato in seguito incriminato e condannato per bancarotta e frode comunitaria. Nel frattempo il governo presieduto da Prodi approvò, con l'appoggio del Ministro della Giustizia suo difensore, una nuova legge che modificava in senso restrittivo l'abuso in atti di ufficio; ed il Presidente Prodi venne assolto perché il fatto non sussiste; ma la legge era ad personam. Ma non é finita qui.


Lo scandalo sulla TAV e Nomisma di Prodi.


L'inchiesta sulla Cirio era appena cominciata che la dottoressa Geremia subì - sarà lei stessa a raccontarmelo - insulti telefonici, minacce, chiamate silenziose ed intimidazioni ad opera di ignoti. Esattamente come é accaduto a Luigi De Magistris e a Clementina Forleo. Nel frattempo la Geremia ridà slancio alla inchiesta sull'Alta Velocità con dentro l'affare Nomisma che, secondo i magistrati di La Spezia, era stato insabbiato dal PM Giorgio Castellucci. Le minacce e gli insulti si intensificano: Geremia ha paura, ma non per sé ma per l'anziana madre con cui vive da sola. Gli ignoti vigliacchi intensificano le minacce e gli insulti. Il movente si cela- lei intuisce- in quella inchiesta scottante che toccava santuari intoccabili. La Geremia era ancora più preoccupata perché il suo telefono era noto solo ad alcuni delle istituzioni. Ella decide di denunziare la tortura cui é sottoposta al commissariato di Polizia di Piazzale Clodio. Informa il procuratore della Repubblica Michele Coiro che le dà solidarietà ed avallo. Ma una tempesta si addensa sulla testa di Coiro: il CSM lo accusa di avere rapporti con il giudice Squillante, come se il rapporto istituzionale tra Procuratore Capo e Capo dei giudici delle indagini preliminari fosse vietato dalla legge e non necessario. Sta di fatto che dopo avere raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro é costretto a lasciare la Procura di Roma. Da segnalare che Coiro era un esponente di magistratura democratica. E viene relegato alla direzione degli uffici di detenzione e pena. Egli é stato avvertito dal Ministro della Giustizia che se non se ne andrà , sarà sottoposto ad azione disciplinare. Poco dopo Coiro morì di crepacuore. “ La sua morte – mi confidò la Geremia - é stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato libertà di azione nella inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la Procura di Roma sette mesi prima che andasse in pensione”.

Dopo la richiesta di rinvio a giudizio, alla udienza preliminare del 15 gennaio 1997 , il Gip Eduardo Landi decide di non decidere. E invia la decisione alla udienza del 28 febbraio 1997. Perché? Semplice! La Geremia, preoccupata dalle minacce che potevano travolgere l'anziana madre sola in casa , decide di chiedere il trasferimento in Sardegna, ma vorrebbe concludere l'inchiesta sulla Cirio: ma non le sarà consentito. La motivazione della sentenza assolutoria di Prodi, anziché essere depositata nel termine di legge del 23 gennaio 1998, giunge sul tavolo della Geremia il 9 febbraio 1998, due giorni dopo che la stessa Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. E così ella non aveva potuto presentare impugnazione- così mi disse- contro l'assoluzione di Prodi.


E sullo scandalo calò un silenzio tombale, rotto solo dalla mia denunzia nel libro Corruzione ad Alta Velocità.


La storia si ripete...


Oggi si ripropongono scenari simili, e la giustizia e la verità rischiano un'ennesima sconfitta! O c'é speranza che giustizia sia fatta e che il CSM e la Procura Generale della Cassazione ristabiliscano la legalità violata?




Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0 License.

venerdì 26 ottobre 2007

Lettera aperta al Capo dello Stato

Lettera aperta al Capo dello Stato
di Luigi Ciotti, Alex Zanotelli, Ferdinando Imposimato, Emilio Lupo, Renato Monaco, Marco Rossi Doria
venerdì 12 ottobre 2007

I sottoscritti cittadini della Repubblica Italiana, sentono il dovere di rappresentare profonda preoccupazione per la tenuta dei valori costituzionali di indipendenza e autonomia della Magistratura che recenti iniziative - intraprese dall'attuale Ministro della Giustizia – pongono in concreto pericolo.
Da notizie di stampa si è infatti appreso che il Ministro della Giustizia, all'esito di una attività ispettiva svolta presso la Procura della Repubblica di Catanzaro, ha ritenuto di formulare – sulla base della recentissima legge di riforma dell'ordinamento giudiziario che gli conferisce tale potere – richiesta di trasferimento immediato ad altra sede e ad altre funzioni del sostituto procuratore della repubblica dott. Luigi De Magistris .
Per ciò che è dato sapere, tale sostituto sta svolgendo da alcuni anni delicatissime attività di indagine in tema di reati contro l'amministrazione della giustizia ed in tema di reati contro la pubblica amministrazione, con accertamenti che hanno coinvolto magistrati del distretto di Potenza, pubblici amministratori, imprenditori, faccendieri, soggetti appartenenti a gruppi politici di diverso orientamento. A fronte di tale ultimo dato – che appare altamente meritorio, specie se correlato alle note e gravi difficoltà operative che si registrano in tutti gli uffici giudiziari del mezzogiorno d'Italia – l'iniziativa ministeriale 'contrappone' delle risultanze che, per espresso dettato normativo, dovrebbero concretizzare 'gravi elementi di fondatezza' di un illecito disciplinare ed unirsi a motivi di 'particolare urgenza' che siano tali da impedire la prosecuzione delle attività in corso da parte del magistrato 'incolpato' .
E' appena il caso di ricordare che la Costituzione Repubblicana del 1948 – nel suo testo ancora vigente – pone a garanzia del legittimo dispiegarsi dell'attività giudiziaria il principio di inamovibilità dei magistrati ( art. 107 Cost.) ed affida al Consiglio Superiore della Magistratura, con le garanzie stabilite dalla legge di ordinamento giudiziario, ogni decisione in proposito.
Troppo semplice sarebbe, infatti, per il potere esecutivo porre nel nulla le attività conoscitive poste in essere anche nei confronti di esponenti politici o di soggetti a questi vicini mediante la 'rimozione' o il 'trasferimento' dell'investigatore scomodo e indipendente. Di questo i Costituenti avevano timore, memori degli attentati in passato subìti dal principio della separazione dei poteri, primo fondamento della democrazia moderna .
Di questo è lecito preoccuparsi anche adesso, visto che con estrema disinvoltura il Ministro della Giustizia ha chiesto l'applicazione di un istituto giuridico come il trasferimento immediato di un magistrato, istituto da poco introdotto nel sistema non senza vive preoccupazioni per i possibili effetti distorsivi sui principi costituzionali, che potrebbero derivare dalla sua applicazione .
A base di una simile richiesta dovrebbero porsi elementi di fatto di tale gravità da poter ribaltare una garanzia costituzionale fondamentale, posta a presidio dello stesso principio di legalità democratica. Dalle notizie di stampa diffuse sul punto non emerge alcuna particolare gravità di tali addebiti, né emergono – in verità – i motivi di 'particolare urgenza' cui la legge fa espresso riferimento.
Vi è invece particolare urgenza di offrire tutela, dignità, apprezzamento a tutti i soggetti che nelle regioni del mezzogiorno d'Italia combattono – con grande sacrificio e gravi rischi personali – l'illegalità diffusa, la criminalità organizzata, la corruzione.
Per questo esprimiamo piena solidarietà al dott. Luigi De Magistris, e ci diciamo convinti del fatto che il Consiglio Superiore della Magistratura valuterà i fatti con serenità, equilibrio e pieno rispetto dei valori costituzionali.
Primi firmatari:
Luigi Ciotti, Alex Zanotelli, Ferdinando Imposimato, Emilio Lupo, Renato Monaco, Marco Rossi Doria

domenica 2 settembre 2007

Cia Gate: David Libby e Karl Rove

Cia Gate: David Libby e Karl Rove


Sul Corsera del 3 luglio 2007, in prima pagina, é apparsa la notizia “David Lewis Libby , condannato a 2 anni e mezzo di reclusione, graziato da George Bush”. Il 14 agosto 2007, LaRepubblica scrive in un articolo di Alberto Flores D'Arcais, “Bush perde il mago delle elezioni; si dimette il guru Karl Rove”. Nel sottotitolo si legge “ molti insinuano che si tratti di una breve ritirata in vista di una candidatura nelle elezioni del 2008”. Solo alla fine dell'articolo si legge “ la sua fama ha avuto un colpo di arresto l'anno scorso , quando distaccato dai suoi compiti nello staff presidenziale per seguire da vicino le elezioni di medio termine , non riuscì ad evitare la sconfitta repubblicana da parte dei democratici di tutte e due le camere del congresso”. E finalmente si legge al termine del pezzo “ Diverse ombre si sono addensate su di lui durante il CIA Gate, quando fu ritenuta una delle gole profonde all'origine della fuga di notizie che fece saltare la copertura dell'agente CIA Valerie Plame”.


Messe così le cose, il lettore non capisce assolutamente nulla di questi due personaggi e del ruolo che essi hanno svolto alla Casa Bianca in questi ultimi anni.


L'unico giornale a riferire qualcosa di vero sulla vita di Karl Rove è stato l'Unità del 14 agosto 2007, che ha scritto “ il primo consigliere politico di George Bush ( Karl Rove), dopo essere scampato due anni fa all'inchiesta sul CIA Gate, si trova adesso sotto inchiesta del congresso americano per lo scandalo dei Procuratori licenziati e per una serie di ingerenze nell'attività di varie agenzie governative”.


Ma anche questo non basta a spiegare cosa é successo.


E dunque abbiamo il dovere di tentare di ristabilire la verità su questa storia intricata, colmando le lacune clamorose della informazione della stampa internazionale e nazionale: e lo facciamo in tutta umiltà ma anche con preoccupazione. Ricordando ciò che scrisse 70 anni fa Albert Einstein: “ I mezzi di comunicazione di massa – la stampa, la radio- ( a quel tempo non esisteva la TV) hanno portato all'asservimento di corpi ed anime ad un'autorità strategica mondiale. E in ciò sta la principale fonte di pericolo per l'umanità. le moderne democrazie, che mascherano regimi tirannici, utilizzano i mezzi di comunicazione come strumenti di disinformazione e di stravolgimento delle coscienze degli uomini per alimentare la paura di massa in funzione delle guerre preventive”.



Ritornando ai due nostri “eroi”, rievochiamo alcuni dei punti salienti di quella storia che va sotto il nome di Cia Gate, la quale riguarda anche l'Italia. Essa ci portò alla guerra all'Iraq, e a centinaia di migliaia di morti civili, tra cui molti bambini e donne, e ad una tensione e ad una diffusione del terrorismo in tutto il mondo.


Cominciamo dal primo: David Lewis Libby, fruendo della grazia di ben due anni e mezzo per un reato contro l'amministrazione della giustizia, non era un signore qualsiasi toccato dalla misericordia di Bush ( cosa mai avvenuta per i molti condannati a morte innocenti, tra cui Rocco Derek Barnabei): era l'ex capo di gabinetto di Dick Cheney, vice presidente degli Stati Uniti e dominus da 17 anni della Casa Bianca: Cheney fu anche ministro della difesa di George Bush senior.


Il secondo, Karl Rove, braccio destro di George Bush jr, e legato alla destra israeliana di Netanyahu, fu lo stratega che non solo gestì la campagna elettorale di Bush ma imbastì il grande inganno che portò alla guerra all'Iraq.


Entrambi costruirono il casus belli che fu il pretesto per scatenare la guerra illegittima ad un paese indipendente, l'Iraq. Questa storia é raccontata minutamente nel libro “la Grande menzogna”, edizione Koiné, 2006. con la prefazione di Clementina Forleo. La tesi di fondo del libro, fondata su documenti , dichiarazioni e testimonianze, atti processuali e risultanze delle inchieste del congresso americano, é semplice: la guerra all'Iraq non fu la risposta giusta ed inevitabile degli Stati Uniti e della Gran Bretagna all'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, dietro cui sarebbe stato il perfido e malvagio Saddam Hussein, reo di volersi procurare armi atomiche per distruggere la candida ed innocente America. La Guerra all'Iraq, scatenata contro la volontà della stragrande maggioranza della opinione pubblica mondiale, del Papa Giovanni Paolo II, delle Nazioni Unite, benché iniziata il 20 marzo 2003, era stata decisa molto tempo prima : gli scopi erano molteplici. la conquista delle risorse petrolifere del Medio Oriente, l'estensione del dominio imperiale degli Stati Uniti e il sostegno all' industria bellica americana, che fattura da sola 450 miliardi di dollari l'anno. La stessa cifra che il comparto bellico raggiunge in tutto il resto del mondo. Ed ha un solo cliente : il Pentagono.


Per giustificare questa guerra ingiusta e suicida, che ancora oggi miete migliaia di vittime innocenti in Iraq ed in tutto il mondo, con effetti sulla pace mondiale non facilmente prevedibili, venne ordito un gigantesco complotto, che vide la partecipazione della CIA, del Mossad , dell'M15 e del Sismi, alcuni giornalisti del Washington Post e del NYT ed i principali collaboratori della Casa Bianca e del Pentagono.


Ma da chi fu ordito precisamente il complotto? Dagli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono con l'appoggio di agenti segreti sparsi per il mondo. Costoro riuscirono a costruire dal nulla per Bush, Cheney e Rumsfeld , e contro la verità, “le prove del legame tra Saddam Hussein e l'11 settembre”; e quelle della fornitura di 500 tonnellate di uranio del Governo del Niger al dittatore iracheno. Il regista occulto dell'intera operazione fu Dick Cheney , padre padrone della Casa Bianca, da quando cioè riuscì a convincere il vecchio Bush a scatenare, nel 1990, la prima guerra del Golfo.


Ma quale fu il ruolo di Lewis Libby e Karl Rove? Esso non si può capire se non si raccontano gli antefatti. Cominciamo col dire che la guerra all'Iraq fu preceduta da due false rivelazioni preparate prima dell'11 settembre 2001. La prima fu che Saddam aveva tentato di importare uranio grezzo dal Niger: nove mesi prima dell'11 settembre, il Joint Intelligence Committee britannico ( comitato di coordinamento dei servizi segreti inglesi) scrisse in un suo rapporto : “fonti non confermate dicono che gli iracheni sono interessati ad acquistare uranio”. La seconda che Saddam Husein aveva legami con i terroristi dell'11 settembre 2001.


Cominciamo dalla prima bugia. Dove nacque questo piano? Certamente in America, tra un gruppo di neocons inseriti nella Casa Bianca e nel Pentagono; di questo gruppo facevano parte Karl Rove, il braccio destro di Bush , David Lewis Libby, il braccio destro di Cheney, e Paul Wolfowitz, l'uomo chiave del pentagono, il collaboratore principale di Rumsfeld, capo del Pentagono.


Il piano, concepito in America, fu sviluppato in Inghilterra ed in Italia, ove fu avallato dal presidente Silvio Berlusconi. Costui nel 2002, nel corso di una seduta al Senato, fece riferimento agli “elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui il Governo e le intelligence dell'Alleanza Occidentale sono a conoscenza ( una parte di questi é stata resa nota dal primo ministro inglese Tony Blair nel suo intervento ai Comuni)”. (La Grande menzogna di F Imposimato p 61) .


Due bugie, sia pure autorevoli, non fanno una verità, ma una grande menzogna, che evoca la strategia della tensione degli anni sessanta- ottanta in Italia.


Negli Stati Uniti, Rove, definito “il cervello della Casa Bianca”, si procurò documenti falsi sulla fornitura di uranio nigerino all'Iraq, tramite un suo consigliere, il prof .Michael Ledeen, che si autodefinì fascista universale, attivista della destra americana e membro occulto del comitato di crisi che decise la sorte di Aldo Moro. Il documento usato per giustificare la guerra era stato fabbricato ad arte con la notizia di inesistenti armi di distruzione di massa (WMD), documento che Bush e Cheney, e poi Tony Blair e Silvio Berlusconi, usarono per legittimare la guerra all'Iraq.


Ma chi diede questi documenti a Ledeen?


Qui la storia si fa più complicata e coinvolge anche l'Italia. Ledeen, per creare il falso dossier, utilizzò un ex agente del SID, Rocco Martino, che contribuì alla costruzione del gigantesco imbroglio sulla inesistente fornitura di 500 tonnellate di uranio del Niger a Saddam Hussein. A raccontarlo sembra un imbroglio all'amatriciana, per la sua grossolanità , che pure fece breccia in molti giornali di prestigio mondiale.


Accadde che tra il 31 dicembre 2000 e il 1 gennaio 2001- 9 mesi prima dell'11 settembre- si verificò un episodio misterioso nell'ambasciata del Niger a Roma, in via Baiamonte. Detto in poche parole, venne simulato un furto di carta intestata e timbri veri dell'ambasciata del Niger, da usare per la fabbricazione di documenti falsi : il dossier parlava della fornitura dell'uranio del Niger all'Iraq. In realtà un impiegato dell'ambasciata nigerina si sarebbe venduto il materiale cartaceo ad un agente di Sid, Rocco Martino, protagonista di questo stratagemma. Costui, scoperto ed accusato di avere ordito l'inganno, in varie interviste concesse a giornali stranieri, chiamò in causa alcuni non meglio indicati colleghi del Sismi come committenti dell'imbroglio. Per conto di questi Rocco Martino avrebbe agito. Lo scopo- disse Martino- era semplice: il dossier falso doveva essere smistato tra varie ambasciate occidentali senza che apparissero i mandanti italiani , inglesi , israeliani ed americani dell'operazione Niger-uranio.Saddam. Secondo Martino, il dossier era stato preparato dal servizio segreto militare su input del presidente del Consìglio pro tempore , Silvio Berlusconi , per servire i desiderata di Bush e di Blair. Ed adoperando lui per diffonderlo. E lui aveva cercato di strumentalizzare la giornalista di Panorama Elisabetta Berba. La quale aveva verificato con scrupolo la notizia e compreso che si trattava di una menzogna, non scrisse nulla.


Intanto Niccolò Pollari, chiamato in causa, sconfessò Rocco Martino e negò un suo coinvolgimento nelle vicenda davanti al COPACO ( comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti). Che scagionò il generale Pollari all'unanimità. Nel frattempo, la Procura della Repubblica di Roma, che aveva iniziato un procedimento penale, archiviò il caso scagionando Pollari.


Sennonché, dopo l'esplosione della guerra all'Iraq, si scoprì l'imbroglio; e venne alla luce il ruolo degli uomini ombra della Casa Bianca e del Pentagono. Si seppe che nel dicembre 2001, probabilmente all'Hotel Parco dei Principi, ( lo stesso che ospitò nel 1966 il summit golpista della destra eversiva), si era tenuto un incontro tra il prof .Ledeen , Harold Rhode , membro dell'Office of Special Plans del Pentagono, il Ministro della Difesa italiano Antonio Martino, e il generale Niccolò Pollari, e tale larry Franlin , funzionario del Pentagono , arrestato dall'FBI quale agente di Israele. La copertura venne data da Dick Cheney, informato della riunione. Il gruppo spolverò il dossier sull'uranio nigerino che giunse alla Casa Bianca. Bush aveva il suo casus belli: la giustificazione formale di una guerra già decisa oltre un anno prima dell'11 settembre.

La conferma della bugia venne dalla Dia, la Defense Intelligence Agency, - che scrisse il 12 febbraio 2002- “Niamed , capitale del Niger, é di accordo di vendere 500 tonnellate di uranio a Baghdad”. La notizia si diffuse anche con l'avallo del governo e dei mass media italiani, la gente ci credette, si spaventò e volle la distruzione di saddam Hussein Qui la storia si fa incandescente. Entrò in campo D Cheney con il suo braccio destro L Libby. Ed entrò in scena anche Karl Rove, uomo di Bush. I due rispolverarono il dossier screditato di Rocco Martino e lo passarono a diversi giornalisti. Abboccò per primo all'amo il giornalista Clayton Hallamark che raccontò il summit di Roma, allegando un pezzo del rapporto costruito dall'intelligence sulle carte intestate rubate presso l'ambasciata del Niger, preparato da dilettanti amici di Ledeen, collaboratore di Karl Rove.


Cheney, letto il rapporto della DIA, incaricò l'ex diplomatico Joseph Wilson di compiere una inchiesta in Niger per accertare se era vera la storia dell'uranio . Wilson andò e scoprì che i documenti del Sismi erano una grossolana falsificazione. E rifiutò di avallarli, come gli era stato chiesto. Apriti cielo! Il povero Wilson pensava di meritare un encomio solenne per avere scoperto l'inganno. Ed invece la cosa non venne presa bene da Cheney e da Bush e dai loro rispettivi collaboratori Karl Rove e David Libby. Costoro scesero in campo ed alimentarono la menzogna attraverso la stampa. Ma Wilson non recedette e cercò di ristabilire la verità: il dossier del Sismi avallato da Cheney e da Bush era falso. Ma mal gliene incolse. Bisognava distruggere la reputazione di J Wilson: e per fare questo Rove, Libby ed il funzionario Larry Franklin, spia del Mossad, ( cui aveva passato dei documenti segreti ), passarono ai più autorevoli giornali americani i dossier falsi per la pubblicazione. Libby li consegnò a Judith Miller, che pubblicò una lunga inchiesta efficace ma piena di bugie.


Quelle bugie furono utilizzate e dilatate da Bush, Blair e Cheney.


Sennonché in questa vicenda torbida si distinse per onestà l' FBY che denunciò Larry Franklin con l'accusa di cospirazione. E denunciò Libby per intralcio alla giustizia. Nel frattempo il 6 luglio 2002 Wilson smentì ancora la Casa Bianca e la versione dell'uranio del Niger all'Iraq dei servizi segreti italiani guidati da Pollari. Ma Rove, Libby e Franklin proseguirono nella loro campagna a base di bugie utilizzando i loro amici giornalisti. Il giornalista Robert Novak, del Washington Post , disinformato da Rove, scrisse che Wilson era stato mandato in Niger non dalla Casa Bianca ma dalla CIA, tramite sua moglie Valerie Plame, agente della Cia: una verità e una menzogna. Era vero che la Plame era agente della CIA, ma era falso che Wilson fosse stato mandato in Niger dalla CIA. Analoga notizia falsa era stata diffusa da Judith Miller su imbeccata di David Libby. La Miller, poi arrestata, aveva mentito consapevolmente su istigazione di Libby, dietro il quale c'era Dick Cheney. A pagare sul piano penale furono solo Larry Franklin e David Libby, incriminati e processati. Si salvò ingiustamente Karl Rove, che fu costretto a dare le dimissioni, ma non fu incriminato. Sottoposto a martellanti domande di una stampa che aveva compreso l'imbroglio, scomparve per qualche tempo facendo perdere le sue tracce. Poi rientrò a fianco di Bush, dopo avere fatto trasferire i magistrati federali! Altro che “due process of Law” americano. Negli Stati Uniti c'é stata in questa vicenda una totale subalternità del Pubblico Ministero all'esecutivo, ed una dura sconfitta della giustizia. I padrini politici di Libby e Rove dovettero proteggere i loro assistiti: Bush , un santo che non aveva mai fatto miracoli , concesse la grazia a Libby, nel frattempo condannato a due anni e mezzo di carcere. Il solo Rove andò indenne, nonostante il Procuratore Robert Patrick Fitzgerald avesse accertato che alla Casa Bianca, per punire Wilson, i due collaboratori principali di Bush e Cheney avevano rivelato la vera identità e la professione di Valerie Plame; e avevano fatto credere che la versione di Wilson era inquinata dai servizi segreti, cosa non vera.


La sola cosa certa é che Libby e Rove non agirono in proprio ma come esecutori degli ordini del Presidente Bush e del vice Cheney. Si spiega solo in questo modo la generosità di Bush nella concessione della grazia a Libby e l'uscita di scena soft di Rove.


E così gli strateghi della guerra preventiva non sono stati puniti per la serie di menzogne sull'Iraq e forse si preparano a ritornare a galla per le prossime elezioni politiche e a preparare le condizioni di una nuova guerra preventiva.


Ferdinando Imposimato

01 Settembre 2007



Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0 License.

Difesa collettiva della Costituzione contro i demagoghi