sabato 21 marzo 2009

L'assalto alla democrazia - Final cut

L'ASSALTO ALLA DEMOCRAZIA - FINAL CUT

Il taglio drastico alle intercettazioni. L'attacco portato a magistrati e investigatori da quegli stessi personaggi oggetti delle loro indagini, e che oggi siedono su alte poltrone istituzionali. Infine l'assalto a Costituzione e democrazia.

di Ferdinando Imposimato
(Articolo pubblicato su La Voce delle Voci - Marzo 2009)

Il disegno neofascista della maggioranza di governo sta andando avanti a pieno ritmo senza ostacoli: nessuno si accorge che le nuove leggi su giustizia e stampa sono incostituzionali e rappresentano un duro colpo alla democrazia. Il loro scopo recondito e' quello di ridurre i controlli di legalita' e la capacita' investigativa della magistratura. E quello di evitare il controllo delle indagini su questioni scottanti da parte della pubblica opinione. La gente - distratta dalla vicenda Englaro, che ci distoglie dalla gravissima crisi in atto - non deve sapere nulla dei rapporti tra mafia e politica, ne' della corruzione che coinvolge il presidente del Consiglio nel processo che ha visto la condanna dell'avvocato britannico David Mills.
L'attacco alla residua liberta' di stampa e' in pieno sviluppo con la connivenza dei maggiori organi d'informazione, i quali fingono che tutto sia normale. Eppure persino il Sole 24 ore, quotidiano di Confindustria, parla di «censura della informazione», dopo la previsione della reclusione dei giornalisti per la pubblicazione di notizie non pertinenti alle indagini.


COLPO SU COLPO

Il primo passo dell'offensiva fu la legge sulle Pay Tv, che tendeva a penalizzare Sky. Silvio Berlusconi, in palese conflitto di interessi, essendo presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset, tutelo' se stesso e non il diritto collettivo ad una informazione libera e senza costi eccessivi. E diede il primo colpo alla liberta' d'informazione di milioni di cittadini, oggi garantita praticamente solo da Sky, imponendo una tassa a carico dei piu' poveri, che non potranno essere piu' informati sui loro diritti e sul malaffare dilagante.
Il secondo colpo lo ha inflitto con la legge sulle intercettazioni, prevedendo limiti temporali anche per delitti gravi come omicidi e sequestri, con un serio pericolo per la sicurezza e la civile convivenza. Eppure l'esperienza dovrebbe insegnare qualcosa. Negli anni settanta riuscimmo a debellare i sequestri di persona proprio grazie alle intercettazioni telefoniche, mediante le quali fu possibile colpire gruppi criminali internazionali affluiti a Roma da ogni parte del mondo; e riuscimmo a liberare ben dieci ostaggi neutralizzando delinquenti pericolosi che avevano diramazioni in ogni parte d'Italia. Prevenimmo inoltre alcuni sequestri di persona gia' sul punto di essere eseguiti: tra le vittime designate c'erano la figlia di Maria Sole Agnelli, che era pedinata da mesi, ed il figlio dell'allora presidente della Lazio Lenzini. Individuammo alcune prigioni in cui erano detenuti da mesi bambini di 10 anni. Mai saremmo stati in grado di scoprire gli autori dei sequestri e le prigioni, per via dell'omerta' e del terrore che impedisce di trovare testimoni in grado di dare notizie. Lo stesso accadde per il traffico internazionale di eroina, debellato grazie ad intercettazioni protrattesi per mesi e anni. Nessuna indagine tradizionale avrebbe portato alla scoperta di associazioni transnazionali impegnate nei traffici di esseri umani che spesso hanno avuto risvolti corruttivi nelle ambasciate e nel ceto politico.
Ancora. La pubblica opinione non sa che e' stata varata una legge di riforma del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, che viene privato dei poteri di governo dei magistrati contabili in favore del presidente, passato al servizio del premier, in vista della imminente pensione. E di questo colpo di mano che anticipa l'attacco al Csm nessuno, tranne Antonio Di Pietro, si e' accorto. E dove sono tutti i soloni al servizio di D'Alema, Veltroni e compagnia cantando? Una volta ottenuta la poltrona in parlamento, sono scomparsi!
In questi scenari devastanti, la pubblica opinione e' assente poiche' non correttamente informata del pericolo per la propria sicurezza e della minaccia per la democrazia. I cittadini sono ignari di cio' che accadra' per il deficit di informazione e di giustizia. D'ora in poi sara' ben difficile, per non dire impossibile, che i singoli cittadini riescano ad avvalersi in modo consapevole dei propri diritti politici.


TUTTI I TRUCCHI

Per complicare le cose e' stato escogitato un altro espediente. Che riguarda la vanificazione delle intercettazioni con diversi sotterfugi. Prima della nuova legge il pubblico ministero chiedeva al giudice per le indagini preliminari (il gip) l'autorizzazione ad intercettare su determinate persone tutte le utenze (casa, cellulari), quindi il gip valutava ed autorizzava l'intercettazione, che poteva durare quindici o venti giorni al massimo; se necessario, poi, lo stesso gip vagliava ulteriori circostanze e, sussistendo gli elementi, concedeva la proroga. Poteva concederne di diverso tipo: se un'indagine dura sei mesi era assurdo che le intercettazioni non potessero durare altrettanto, anche perche' molto spesso i reati si protraggono nel tempo. Non c'e' nessun criminale che si dia un termine ultimo per un reato. Puo' essere che la progettazione di una strage vada avanti per mesi, che un sequestro di persona continui anche per anni. Si puo' mettere per iscritto la durata di una intercettazione? No, perche' i criminali non mettono per iscritto la durata del loro reato.
L'intercettazione, insomma, deve durare almeno quanto dura il reato e magari di piu', visto che ci sono persone che parlano del reato molto tempo dopo averlo commesso.
Da oggi non bastera' un gip: per poter disporre intercettazioni ed eventuale proroga ci vorra' un collegio di tre giudici. Certo, se avessimo cinquantamila giudici, si potrebbe fare. Ma ne abbiamo diecimila, e ci sono molti tribunali - ottanta, quelli piccoli - con meno di venti magistrati. E qui sorgono altri gravi problemi: se un magistrato e' giudice per le indagini preliminari, non puo' contemporaneamente fare anche il gup, cioe' il giudice per l'udienza preliminare, per il rinvio a giudizio o per i riti abbreviati. Poi ci sono i giudici del riesame, che sono tre e decidono su arresti, sequestri, perquisizioni. E ancora, ci sono i giudici che portano avanti i processi in composizione collegiale. Se esistono trenta magistrati in tutto un tribunale, e' evidente che cresceranno fino alla paralisi le catene delle incompatibilita'. «Non puo' decidere sulle intercettazioni di Tizio chi lo ha gia' arrestato». «Non si puo' pronunciare sul sequestro delle carte chi ha gia' deciso sulle intercettazioni». «Non puo' giudicare in aula se era il gip».
Ma il ministro della Giustizia anziche' occuparsi del funzionamento dei tribunali, vara riforme per ostacolare le indagini e cambiare le carriere dei giudici, attaccare i magistrati e lasciare le cose come stanno sulle circoscrizioni giudiziarie, risalenti a 180 anni fa. Con la vergogna di una citta' come Caserta senza tribunale. E di piccoli centri come Sant'Angelo dei Lombardi e Barcellona Pozzo di Gotto sedi di tribunale.
Il ministro Angelino Alfano dovrebbe far funzionare la giustizia: dare le stampanti, la carta, le fotocopiatrici, le volanti alla polizia giudiziaria, gli uffici, le sedie, mettere i puntelli dove crolla il tribunale. E dovrebbe dare i soldi per le intercettazioni. Il bilancio del ministero e' positivo, sia per spese di giustizia che gravano sui cittadini e sia per le grandi quantita' di beni confiscati alla criminalita' organizzata: si tratta di miliardi di euro provenienti dalla mafia e dalla camorra.
Un ministro indipendente, autenticamente impegnato nel risanamento, rivoluzionerebbe la geografia dei tribunali italiani, prenderebbe quelli piccoli, li cancellerebbe e li accorperebbe almeno nei capoluoghi di provincia, per evitare di avere microtribunali dove i giudici dovrebbero fare tutto e invece non possono fare niente perche' risultano incompatibili. Speriamo che nessuno faccia emendamenti migliorativi, perche' peggio e' questa legge, piu' abbiamo speranze che venga incenerita dalla Corte Costituzionale.
spie e microspie
Altra anomalia. Le intercettazioni ambientali d'ora in poi potranno essere disposte solo se si ha il fondato sospetto che si stiano commettendo dei reati. Una pura assurdita': come fai a sapere prima se in un certo luogo si commettono reati? L'importante e' invece poter seguire un individuo sospetto che frequenta certi luoghi dove parla al telefono o con degli amici. Un capo mafia a casa sua non strangola la gente, a casa sua magari riceve qualcuno e insieme a lui parla di appalti da truccare o negozi da taglieggiare. Pensate a quante volte viene messa la microspia dentro l'auto di un tizio: mica quello commette delitti dentro la macchina! C'e' la speranza che parli con qualcuno. E riveli notizie utili alle indagini.
In un'autoscuola di Palermo furono scoperti uomini di Bernardo Provenzano che facevano gli istruttori di guida e si chiudevano dentro le auto per parlare di cose riservate, senza sapere che dentro c'erano le “cimici”. In auto non commettevano reati, ma parlavano di come dovevano sostenere alle elezioni Marcello Dell'Utri, candidato alle europee nel 1999. Bene, d'ora in poi se non si ha un elemento concreto che in un certo posto sta per svolgersi un crimine, non si potra' piu' piazzare una microspia.
Ma la cosa piu' grave di questa legge riguarda le condizioni per disporre le intercettazioni. Quali sono i requisiti, quali sono i limiti? Oggi il gip le dispone su richiesta del pubblico ministero soltanto se ci sono elementi che fanno ritenere quella misura indispensabile per il proseguimento delle indagini. Da domani occorreranno fin da subito “gravi indizi di colpevolezza” a carico della persona da intercettare. Vuol dire che devi gia' avere prove contro di lui. In un'indagine di omicidio o sequestro di persona, devi insomma gia' conoscere il colpevole; e puoi intercettare soltanto lui. Ma l'intercettazione e' sempre servita per scoprire il colpevole! Ora non piu': prima devi scoprire il colpevole, poi puoi fare l'intercettazione. E se hai scoperto il colpevole lo arresti, non lo intercetti!


RUTELLI IN CONFLITTO

La demonizzazione di Gioacchino Genchi, consulente di Luigi De Magistris, non ha senso. Genchi e' stato convocato dal Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti guidato da Francesco Rutelli, uno che avrebbe almeno due motivi per non presiedere - o almeno per astenersi in questo periodo dal presiedere - il Copasir: era in contatto telefonico con Antonio Saladino, principale indagato di Why Not, e a Napoli risultano suoi contatti attraverso il rutelliano Renzo Lusetti con Alfredo Romeo, l'imprenditore che sta in carcere per gli appalti della Global Service.
Placidamente Rutelli, invece, giorni fa ha interrogato come capo del Copasir De Magistris e Genchi. De Magistris ha indagato su Saladino scoprendo fra l'altro i rapporti telefonici con Rutelli. Ma De Magistris e' anche lo stesso giudice oggi in forze al tribunale del riesame di Napoli che ha confermato gli arresti per Romeo, scrivendo quello che risulta nell'indagine: Romeo aveva rapporti, ancora tutti da chiarire, con Francesco Rutelli.
Tutti i giornali avevano raccontato di questi rapporti fra Romeo, la Margherita, Lusetti e anche un incontro con Rutelli. Non dimentichiamo che Romeo, pur essendo gia' stato arrestato e condannato in primo e secondo grado per corruzione negli anni Novanta, finanziava la Margherita ed Europa, il giornale della Margherita. Rutelli aveva accettato, o forse non l'avevano informato, il che sarebbe molto grave, che il suo partito prendesse soldi da uno che era noto come un corruttore di politici, gia' nella Prima Repubblica. Dopo che Rutelli e gli altri del Copasir hanno torchiato De Magistris e Genchi a proposito dell'archivio dei tabulati telefonici, i giornali invece di segnalare il grave conflitto di interessi hanno scritto che erano emersi fatti gravissimi...
Il vero problema e' che se non si puo' piu' intercettare nessuno (a meno non si sia gia' scoperto che e' colpevole), noi cittadini saremo molto piu' esposti ai crimini. Ed alla corruzione. Anzi, quando i criminali sapranno che la nuova legge e' questa, commetteranno molti piu' delitti perche' non avranno piu' nemmeno quel po' di paura che hanno oggi di essere presi.


STUPRI, SEMAFORO VERDE

Questo e' quello che succedera'. Pensate al caso degli stupri nel Lazio negli ultimi giorni: hanno scoperto molti dei violentatori intercettando le comunicazioni telefoniche e incrociando i tabulati, esattamente quello che fa Genchi. Se il gip, per intercettare i presunti stupratori, avesse dovuto aspettare che il pm gli desse la prova o il grave indizio di colpevolezza a carico di quei soggetti, non sarebbero stati sotto intercettazioni e sorpresi. In piena liberta', avrebbero gia' colpito altre ragazze.
Come non sospettare che decine di parlamentari della maggioranza, essendo stati condannati, siano diventati nemici acerrimi dei magistrati e rifiutino il controllo di legalita', seguiti a ruota da quelli della fasulla opposizione, anche essi accusati di gravi crimini? Il problema e' che esiste un accordo trasversale per neutralizzare le intercettazioni. E delegittimare i magistrati.


LE LEGGI CRIMONOGENE

L'attacco alla legalita' va avanti anche in materia finanziaria. Dopo che le banche ne hanno combinato di tutti i colori truffando impunemente milioni di ignari cittadini, in violazione della legge penale e della Costituzione, che impone alla Repubblica di tutelare il risparmio; dopo la vergogna delle scalate bancarie che ha visto coinvolti centro destra e centro sinistra in un assalto banditesco ai risparmiatori, la risposta di questo Governo e' una legge che permette di depredare i cittadini. E come sempre l'opposizione tace. Parliamo di un provvedimento destinato a provocare migliaia di esecuzioni forzate contro i piu' deboli ed indifesi, che saranno privati delle loro case.
Il 28 gennaio scorso e' stato infatti ridotto per legge a soli 5.000 euro il limite (precedentemente fissato a 8.000) per l'attivazione delle procedure di esproprio immobiliare a carico di coloro che sono in debito col fisco. La norma, denominata “Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”, porta un titolo menzognero e demagogico: si da' in pratica la possibilita' agli agenti riscossori di espropriare gli immobili per un importo piu' basso di prima. Bastera' un debito di 5000 euro per esseri privati di un bene primario come la casa. E si dimentica che il diritto alla casa e' inviolabile e come tale va tutelato assai piu' delle banche usuraie e truffatrici.
E che dicono i giornali e le tv, impegnati a narcotizzare la pubblica opinione con i reality e i festival, su questa ennesima vergogna? Nulla. Tacciono e, cosi' facendo, assentono.


martedì 10 marzo 2009

Dario Franceschini e la Costituzione

Salutiamo con  rinnovata  speranza l'avvento di  Dario Franceschini al vertice del PD per il suo convinto richiamo alla Costituzione repubblicana che egli ha dimostrato di conoscere e di amare , a differenza dei suoi predecessori.  A noi piace che egli abbia, come  primo atto di neo segretario del PD, giurato sulla Costituzione, mettendo in evidenza il pericolo per la democrazia  a causa della  concentrazione  del potere nelle mani del capo del Governo. Costui sta  realizzando  di fatto  quel regime presidenziale  vanamente perseguito dalla riforma costituzionale bocciata dal referendum. Il premier, colpito nel segno dalle parole di Franceschini, ha affermato di essere un difensore della Costituzione. Che aveva tentato di cambiare nella bicamerale presieduta da Massimo D'Alema ma non da solo. Solo pochi giorni fa  l'ineffabile  bugiardo disse che la nostra Carta risentiva della influenza del comunismo sovietico e che cambiarla non era  disdicevole.

Ma è bene ricordare a quelli che sono di memoria corta quali sono stati   gli atti e i provvedimenti liberticidi del  premier  nel corso di questi anni.  Il primo vulnus  della Carta  fu  il tentativo di realizzare   nel presidente del consiglio, definito “Primo Ministro”, una concentrazione di poteri assai superiore a quella di cui dispongono tutti i capi di Stato e di governo dei paesi democratici, a cominciare dal Presidente degli Stati Uniti. Sarebbe stata  quella riforma che Franceschini  teme come violatrice della Costituzione.   Oggi, il Presidente del Consiglio fa un continuo ricorso alla decretazione di urgenza su questioni fondamentali come la giustizia, la libertà di stampa e l'economia,  senza che si sappia, da parte dei parlamentari di maggioranza e opposizione, cosa votano.

Giuliano Vassalli,   denunciò  l’eccesso “sbalorditivo” dei poteri  che venivano attribuiti al Presidente del Consiglio, fornito di un potere di ricatto nei confronti della Camera dei deputati, i cui membri  sarebbero stati sottoposti alla minaccia di scioglimento anticipato. 

  In realtà  secondo  la riforma fallita, ma sempre perseguita,  il premier  nominava e revocava i Ministri e scioglieva il Parlamento. Mentre  tendeva a modificare la composizione   della   Corte Costituzionale aumentando i membri di nomina delle regioni. Con la conseguenza che la Corte Costituzionale sarebbe divenuta un organo della maggioranza di governo.   Oggi l’iniziativa legislativa del Parlamento è stata  drasticamente ridimensionata, sia per ciò che concerne la funzione  legislativa che per quanto riguarda  il controllo politico,  funzione indispensabile  per evitare le degenerazioni autoritarie.

Il federalismo fiscale, che si vuole oggi,  violerebbe il principio di solidarietà stabilito dall'art 2 Cost. .    Già la improvvida  riforma del titolo V della Costituzione  voluta del centrosinistra  diede  luogo ad un sovraccarico di conflittualità fra i diversi livelli istituzionali. L'accusa del Presidente del Consiglio al  centro sinistra  di avere operato  una riforma federale sciagurata è purtroppo fondata.   Ricordava  Giorgio Napolitano  in un convegno di qualche anno fa che il varo  della Commissione che giunse alla riforma del titolo V avvenne su impulso “solenne dell’appena eletto Presidente  della Repubblica” Oscar Luigi Scalfaro. Che rivolse “un  rispettoso  ma fermo  invito al   Parlamento  perché procedesse alla nomina di una Commissione bicamerale con il compito di una globale e organica revisione della Carta Costituzionale nell’articolazione delle diverse istituzioni” ( G Napolitano  Convegno del 25 Novembre 2004). Con il federalismo voluto da Bassanini   si  stravolse  l’equilibrio dei poteri  indebolendo il nostro Paese nella realtà europea e  internazionale.

Un altro colpo alla democrazia è  stato inflitto dalla legge elettorale che ha eliminato il voto di preferenza , il principale diritto politico dei cittadini (art 48 Cost.), privati della libertà di scegliere i loro rappresentanti in parlamento. Questo  sconcio è avvenuto ad opera del centro destra, ma  con  l'accordo della sinistra e del PD,  tutti preoccupati di garantire la sopravvivenza dei  loro  logori esponenti.

   Ma gli errori del centro sinistra non  giustificano altri  stravolgimenti della Costituzione, quali quelli perseguiti in passato che è bene ricordare agli italiani dalla memoria corta. Oggi  Berlusconi finge rispetto per Napolitano. In realtà un  duro attacco venne portato da Berlusconi al Presidente della Repubblica nel recente passato. Nei disegni del Presidente del Consiglio, il Capo dello Stato doveva essere  privato della  funzione di garanzia perdendo   il potere di filtro delle leggi  e di scioglimento delle camere  essendo  ridotto a una mera funzione  notarile di ratifica delle scelte del Premier cui quei poteri dovevano passare.

Il  parlamento nazionale, che  legifera  su diritti e libertà fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse,  doveva perdere la sua centralità e la sua  libertà perché    condizionato dal perverso congegno che univa voto bloccato e questione di fiducia posta dal primo ministro.   Ed è ciò che di fatto sta accadendo oggi  con una violazione sostanziale della Carta.  Il Parlamento non esiste.

L’indipendenza della magistratura sarebbe stata compromessa dallo svuotamento del potere del CSM  poiché  la selezione,  nomina e carriera dei magistrati,   sarebbero state esercitate  dal Ministro della Giustizia attraverso speciali  commissioni   controllate dall’esecutivo con organi esterni alla magistratura.  Il Governo poteva nominare capi di uffici giudiziari a sua scelta, ed avere giudici  subalterni al potere politico, come avveniva una volta, ai tempi delle stragi di piazza Fontana e  di Portella delle Ginestre.   Oggi  questo obiettivo è stato raggiunto con la riforma silente della Corte dei Conti,  trasformando  la composizione del Consiglio di Presidenza in cui i membri di nomina politica diventeranno  la maggioranza. Mentre in capo  al Presidente della Corte, di nomina governativa, con decreto legge 112 del 2008 sono stati trasferiti   funzioni di controllo dell'attività del Governo.

Il colpo finale alla informazione è venuto dalla nomina di Sergio Zavoli, amico di Gianni Letta, che ha varato - ha perfettamente ragione  Antonio Di Pietro -  una commissione di vigilanza su misura per gli interessi di Berlusconi. La Rai sarà al servizio esclusivo  del Governo. E coloro che, nel PD,  hanno voluto Zavoli sono serviti. Le possibilità di una riscossa del centro sinistra sono pari a zero.

In conclusione, le riforme   del Governo bocciate dal referendum ci vengono  di fatto  imposte con la decretazione di urgenza di cui tutti ignorano la portata devastante, il lodo Alfano che assicura la impunità del Presidente del Consiglio per i delitti di corruzione, la legge sulle intercettazioni telefoniche per limitare la libertà di stampa,  decreti  di sostegno alle famiglie che invece le danneggiano gravemente, la liquidazione del potere di controllo della Corte  sugli atti del Governo.    Nel frattempo   la situazione è aggravata   dal  controllo  sempre più intenso da parte del governo  dell’istruzione pubblica  e  della formazione dei giovani, con una  intollerabile umiliazione della scuola pubblica  .

Infine, con la legge che pretende di equiparare i repubblichini che sostennero il nazifascismo delle stragi ed i partigiani che lottarono per la Costituzione, si  viola apertamente la Carta che nella XII disposizione transitoria vieta la ricostituzione del partito fascista. Nella relazione  alla proposta di legge presentato da  postfascisti  si  invoca la pari dignità dei seguaci di Salò, che se avessero vinto, ci avrebbero riconsegnati nelle mani di Hitler e Mussolini, e  definiscono i partigiani come coloro che, agendo da traditori, si schierarono “con la parte avversa”, cioè con gli americani;  i repubblichini, “cresciuti nella temperie culturale guerriera e imperiale del ventennio, ritennero onorevole la scelta a difesa del regime”  restando fedeli alla patria  fascista, invocandosi  “la possibilità di riconoscere socialmente i meriti di coloro che hanno combattuto consapevolmente per il tricolore”, cioè per  il nazifascismo.  Un vero e proprio stravolgimento della verità e della storia, preludio del rinascente fascismo. Il Presidente della Repubblica non può avallare una simile offesa alla memoria dei partigiani.

 Moro,  Calamandrei,  Dossetti e tutti i  padri costituenti   vollero la Costituzione   “antifascista”  come il frutto - disse Moro nel 1947 all’assemblea costituente -   “della  comune opposizione di  tutti i democratici”,  cattolici  popolari,   comunisti,  socialisti,  repubblicani,  azionisti di G e L  e  liberali, di fronte a quella   lunga  oppressione fascista dei valori della personalità umana e della solidarietà sociale” .

Siamo alla tirannia del Presidente del Consiglio; a qualcosa di molto peggio del regime.

 Ferdinando Imposimato



domenica 2 novembre 2008

Famiglia e Costituzione

I principi fondamentali che regolano i rapporti etico - sociali, con particolare riguardo a quelli relativi all'istituzione familiare e ai compiti dei genitori

 di Ferdinando Imposimato

 

Premessa. Lo Stato e la Famiglia secondo Aristotele e Socrate

La nostra costituzione si ispira alla concezione  aristotelica della famiglia. Essa era  intesa, nell'antica Grecia,  come  perno dello Stato democratico, e per questo meritevole di un preciso riconoscimento e di   tutela nella Costituzione di Atene. Per Aristotele,  solo esaminando di quali elementi fondamentali risulta composto lo Stato, si ha una visione chiara dello Stato.  Il grande filosofo, che Dante definisce come “il maestro di color che sanno”, afferma: “La comunità che si costituisce  per la vita quotidiana secondo natura  è la famiglia,  e  la prima comunità che  risulta dalla sintesi tra più famiglie è il villaggio”.  “La comunità che risulta dall'insieme di più villaggi è lo Stato, perfetto, che raggiunge il limite dell'autosufficienza completa. “Lo Stato – osserva  Aristotele - esiste per rendere possibile  agli uomini una vita felice” E  a questa concezione della Stato,  portatore di felicità,  si è ispirata la Costituzione americana  secondo  cui lo scopo principale   cui mira  lo Stato americano  è  la felicità dei cittadini.

Anche la Costituzione italiana ha assunto la famiglia come  società naturale, cardine della società e meritevole di tutela e di agevolazione  sul piano economico.  E dunque,  sia la Costituzione Italiana che quella americana hanno  introdotto  i principi costituzionali affermati , 450 anni a c n, da Aristotele nel suo trattato sulla politica (Politica Aristotele. Laterza Bari). Il  filosofo  ateniese  sostenne che lo Stato stesso, prima ancora della famiglia, è  “una società naturale”.  E cioè che esso nasce  fin da quando esiste l'uomo. L'essere umano  per natura è un essere sociale: chi vive  fuori della  comunità statale o è un abietto o è superiore all'uomo, rileva Aristotele. “Poiché la natura non fa niente senza scopo e l'uomo, solo tra gli animali, ha la parola, fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo, e di conseguenza il giusto e l'ingiusto, e tutti gli altri valori, il possesso comune di questi valori costituisce la famiglia e lo Stato” ( Politica di Aristotele p 6 e 7 Laterza Bari) . Aristotele  spiega  che lo Stato è anteriore alla famiglia, poiché  lo Stato è “il tutto,  deve essere necessariamente anteriore alla parte, cioè all'uomo.  Nessuno può pensare che un braccio esiste senza il corpo. Per natura in tutti gli uomini  esiste  la spinta verso la  partecipazione alla vita dello Stato passando attraverso la famiglia. E  “chi costituì per primo lo Stato fu causa di grandissimi beni.  “La giustizia è elemento essenziale dello Stato; il diritto è il principio ordinatore dello stato, e la giustizia è determinazione di ciò che è giusto( p 7 Politica Aristotele Laterza Bari ).

Studiando la famiglia nei suoi elementi più semplici, Aristotele rileva che essi sono  “marito e moglie, padri e figli, padroni e schiavi”. E che l'essenza della famiglia è il  “rapporto matrimoniale tra uomo e donna e la procreazione dei figli”.  Aristotele respinge l'idea  socratica di uno Stato in cui  possa esistere    una sola grande  famiglia, nella quale vi sia comunanza di donne,  figli  e beni. Aristotele  riconosce  che uno Stato  debba  avere necessariamente  delle cose in comune, come il territorio, o il mare o i fiumi, ma questa comunione non si può estendere alle donne ed ai figli e alla  proprietà. Socrate  sosteneva  che  “lo  Stato ideale  che aspira alla massima unità come suo bene supremo”   è quello in cui si realizza “la comunanza di donne, figli e averi, come afferma Platone nella Repubblica. Lo Stato  perfetto, secondo  Socrate, è  quello in cui esiste una unica grande famiglia: ma Aristotele replica che “se lo  stato,  nel suo processo di unificazione é sempre più uno (nel senso di unito), cioè riesce a realizzare una sola  grande famiglia, non sarà neppure uno Stato, perchè lo Stato – e qui è un'altra geniale intuizione di Aristotele - è per sua natura pluralità,  mentre  diventando sempre più una sola  entità, si ridurrà a famiglia da Stato e a uomo da famiglia: in realtà dobbiamo ammettere – conclude  Aristotele -  che la famiglia è più  di una  nello Stato: di conseguenza chi  fosse in grado di realizzare  tale unità di tutti gli uomini e delle donne e dei beni, non dovrebbe farlo perchè distruggerebbe lo Stato(Aristotele politica Laterza p 32). Infatti una unica grande famiglia  con la comunanza di donne , di figli e di proprietà – una sorta  di comunismo integrale - porterebbe non alla concordia, presupposto per la felicità di tutti i cittadini, ma alla discordia. Infatti     “ di quel che appartiene a molti non si preoccupa più nessuno,  perchè gli uomini badano soprattutto a quel che è di proprietà di ciascuno di loro, di meno a quel che è possesso comune, o tutt'al più nei limiti del loro personale interesse.E dunque occorre che nello Stato esistano una miriade di famiglie, ciascuna fornita della propria autonomia ed individualità.

 

La famiglia secondo Voltaire

Quanto alla famiglia, il filosofo Voltaire, il padre dell'illuminismo francese,  come Aristotele  non riconobbe altra famiglia che quella formata  da uomo, donna e figli.   Voltaire, pure essendo il filosofo della tolleranza e critico feroce  di ogni forma di intolleranza, e per questo nemico della intolleranza, della superstizione, del fanatismo e della religione cristiana, responsabili  di crimini orrendi commessi con  la copertura del Tribunale della Inquisizione - memorabile è la storia della condanna a morte di Jean Calais  per puro fanatismo religioso -  mostrò a sua volta una intolleranza assoluta  verso  la famiglia  omosessuale ed in particolare verso la pederastia,  che   condannò ferocemente,  chiedendosi,  a proposito dell'amore cd socratico, cioè tra uomini o tra donne e soprattutto tra adulti e bambini, “ come è possibile che un vizio, distruttore del genere umano se fosse universale, che un attentato infame contro la natura  sia tuttavia così naturale? Esso appare come l'estremo grado della corruzione consapevole. E' entrato in cuori novizi che non hanno conosciuto né l'ambizione né la frode né la sete di ricchezza: è la gioventù cieca che, per un istinto confuso, precipita  in questo disordine uscendo dalla infanzia” Egli proseguì dicendo: “Non posso sopportare  che si sostenga che i greci abbiano  autorizzato questa licenza. Si cita il legislatore Solone perché in due versi disse: amerai un bel ragazzo finché il suo mento non abbia barba”. Ma diciamo la verità, Solone era legislatore quando compose questi due versi ridicoli?” . (Voltaire dizionario filosofico edizione Newton Compton Roma p 12-14)

 

 

 

  I rapporti etico sociali  con particolare riguardo alla famiglia  secondo la Costituzione

I rapporti etico sociali sono disciplinati dagli articoli 29- 34 della Costituzione e riguardano i diritti della famiglia, intesa come società naturale fondata sul matrimonio,  i rapporti dei genitori con i figli, la tutela della salute come diritto dell'individuo ed interesse della collettività, il diritto alla istruzione e la prevalenza della scuola pubblica (art 33 Costituzione), prevedendo che i privati possano istituire scuole  ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato, e il  sostegno economico per i meritevoli (art 34 3 comma Costituzione)

La costituzione repubblicana dedica particolare attenzione all'istituto della famiglia ed ai compiti dei genitori verso  i  figli. L'art 29 della Costituzione afferma che la      “Repubblica  riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Aggiunge che “il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia della unità familiare”. Tale norma va interpretata, da un lato, come presa d'atto del valore originario e pregiuridico della Famiglia e del suo assetto fondamentale di istituzione  che soddisfa bisogni fondamentali dell'individuo: come il completamento della sua personalità con la scelta di un “compagno” con cui affrontare le difficoltà della esistenza; la procreazione e l'educazione della prole. Dall'altro come impegno a rispettare l'autonomia delle singole famiglie, salva la necessità di intervenire a difesa dei figli “nei casi di incapacità dei genitori” ( art 30 comma 2 Costituzione). Naturalmente non vi è un modello universale  ed immutabile di famiglia, ma vari tipi storicamente condizionati. Difatti nella società di un tempo, prevalentemente agricola, la famiglia tendeva ad organizzarsi come unità produttiva, sia verso l'esterno, per il mercato, sia rivolta all'interno della comunità familiare stessa. La famiglia aveva scarsa mobilità, accentramento gerarchico, con i poteri del paterfamilias sulla moglie e sui figli, rigida distribuzione dei ruoli. Solo a partire dalla metà degli anni settanta, con il processo di industrializzazione, si è verificata la disgregazione della famiglia antica, sia sul piano della composizione numerica , con il passaggio alla cd famiglia nucleare, composta dai soli genitori e figli, sia sul piano della contrazione dei poteri del capofamiglia, sia sul piano della riduzione della funzioni svolte all'interno della famiglia, come l'assistenza e la istruzione. oggi affidate totalmente ad istituzioni pubbliche.

Esemplare è la evoluzione della  posizione sociale e  giuridica della donna , da soggetto incapace di agire senza autorizzazione  del marito, “tenuta ad accompagnare il marito dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza( come stabiliva l'art 144 cc nel testo originario) e a prestargli obbedienza in cambio del diritto al mantenimento, a soggetto con “pari dignità sociale” (art 3  Cost), rispetto al marito, dovendo “il matrimonio essere ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” (art 29 Cost). L'adeguamento al precetto costituzionale, però, richiese una profonda modifica del codice civile, poiché il testo  originario manteneva la moglie in una posizione di subordinazione, attribuendo al marito la qualifica di “capo della famiglia” investito di una “potestà maritalesulla moglie ( art 144  cc del vecchio  testo). Ma la Corte Costituzionale era intervenuta ripetutamente a dichiarare la illegittimità di norme  del codice civile e penale in contrasto con il principio di parità  tra i coniugi. Nel 1970 si registrava l'introduzione  del divorzio, per cui il matrimonio non era più indissolubile. Cinque anni dopo,  con legge 19 maggio 1975 n 151,  veniva varata una riforma profonda  che disponeva l'innalzamento della età per  contrarre matrimonio, profonde modifiche sulle cause di invalidità delle nozze  (con la previsione dell'errore della violenza e del dolo),  l'integrale parificazione  dei coniugi nel governo della famiglia e nella potestà sui figli, l'abolizione della separazione personale dei coniugi  “per colpa”, la comunione dei beni, la attribuzione della azione di disconoscimento della  paternità pure alla  madre ed al figlio; la riconoscibilità dei figli naturali procreati in costanza di matrimonio; l'ammissibilità di una illimitata ricerca giudiziale della paternità naturale;  la sostanziale equiparazione dei figli naturali e dei figli legittimi; il miglioramento dei diritti successori del  coniuge superstite e dei figli naturali.

La famiglia legittima è quella fondata sul matrimonio. La  famiglia di fatto è quella costituita da persone che, pur non essendo legate tra loro dal matrimonio, convivono more  uxorio, insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione.

In realtà la nostra costituzione tutela anche  i “diversi” - omosessuali, bisessuali, transessuali - all'art 3 della Costituzione, quando dice che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e hanno pari dignità  sociale, senza distinzione di sesso....  e di condizioni personali e sociali”, in cui la  locuzione “condizioni personali” vuole dire anche “omosessuali”. Ma non tutela le famiglie tra omosessuali, che pure esistono ma non ricevono alcuna tutela giuridica, a differenza della famiglia di fatto.

Il solenne riconoscimento dei diritti della famiglia, contenuto nell'articolo 29 della costituzione,  si rivolge solo alla famiglia fondata sul matrimonio. Peraltro anche la famiglia di fatto ha acquistato profili di rilevanza giuridica, che trova tutela nell'articolo 2 della Costituzione, che fa riferimento alle formazioni sociali nelle quale l'individuo esplica la proprio personalità. Per esempio alla convivente  more uxorio si riconosce il diritto al risarcimento del danno, in caso di uccisione del convivente; il diritto di subentrare nel contratto di locazione intestato all'altro convivente ( art 6 L n 392/1978). 

Il riconoscimento della famiglia come cardine della società e dello Stato venne completato dalla previsione all'art 31 della Costituzione,  dell'obbligo della Repubblica, di agevolare con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con particolare  riguardo alle famiglie numerose. Norma che è sostanzialmente inapplicata.  Aldo Moro fece un intervento all'assemblea costituente del 6 novembre 1946  con cui non solo sollecitava  l'introduzione di un dovere dello stato di sostenere oneri  finanziari in favore delle famiglie, ma si opponeva  a coloro che volevano inserire la garanzia costituzionale della famiglia nel preambolo senza impegnare lo Stato con un programma preciso. Infatti  era necessario per Aldo Moro che “lo Stato assumesse il compito di permettere questo libero atto, tante volte ostacolato da condizioni economiche. Così come riteneva necessario fare riferimento alle famiglie numerose, specialmente se si tiene  presente che  i commissari democristiani hanno sostenuto la necessità di salari familiari.

Moro difese anche il principio che, in caso  di incapacità dei genitori, la legge provvede  a che siano assolti i loro compiti. Alla obiezione della Presidente che la norma fosse simile a quella fascista secondo cui lo Stato interferiva nella educazione  della prole, obiettò  che si tratta invece di tutelare i figli, “nei casi limite  in cui è necessario fare  riferimento ad un eventuale  intervento dello Stato per ragioni economiche e morali, come ad  esempio nel caso di famiglie che abbandonano la prole in mezzo alla strada” ( atti della costituente 7 novembre 1946)

 

Rapporti tra genitori e figli

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli , tenendo conto delle capacità naturali, delle inclinazioni e delle aspirazioni dei  figli.  Tale dovere, che riguarda non solo i figli legittimi ma anche i figli naturali cioè nati fuori del matrimonio, è sancito dall'articolo 30 della Costituzione  che afferma  testualmente “E' dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”.  Il principio in questione è affermato anche dall'art 147 cc. Da notare che secondo la dottrina e la giurisprudenza della SC, tale dovere non cessa automaticamente allorché i figli raggiungono la maggiore età ma perdura fino a quando non abbiano raggiunto una propria autonomia ed indipendenza economica.  E sempre che  lo stato di bisogno non dipenda da  una scelta del figlio  di non lavorare. Viene meno l'obbligo del  mantenimento quando  il mancato svolgimento dell'attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia  ovvero da un rifiuto ingiustificato del lavoro, “il cui accertamento deve però essere ancorato alle aspirazioni, al percorso universitario e post universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro” (Cassazione 6 novembre 2006 n 23673).

A loro volta i figli devono rispettare i genitori e devono anche essi contribuire al mantenimento della famiglia, fin quando vi convivono, “in proporzione alle proprie sostanze ed al proprio reddito” ( art 315 cc).

Il figlio è soggetto alla “potestà dei genitori” ( art 316 cc) fino al raggiungimento della maggiore età o al matrimonio, qualora si sposi prima di diventare maggiorenne.  ( art 390 cc). La potestà deve essere esercitata dai genitori di comune accordo: in caso di contrasti, purché si tratti di questioni di particolare importanza ( ad es tipo di studi da fare seguire dai figli), ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice, il quale, sentiti i genitori ed anche il figlio se ha raggiunto  i quattordici anni, suggerisce le determinazioni più utili nell'interesse del figlio e della unità familiare. Se il contrasto rimane, il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del figlio. ( art 316 cc )

In caso di separazione personale, annullamento del matrimonio e o di divorzio, l'esercizio della potestà è regolato secondo quanto dispongono gli artt 155 e seguenti cc. La nuova legge, approvata nel 2006, è in linea con la convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, firmata a NY il 20 novembre 1989, ratificata in Italia nel 1994, che esige che i genitori mantengano regolari rapporti con entrambi i genitori, pone come regola fondamentale l'affidamento condiviso. Infatti la legge afferma che anche in caso  di separazione, i figli hanno diritto di conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere da entrambi cura, educazione ed istruzione, e di conservare i rapporti con i nonni e i parenti di ciascun ramo genitoriale. Il giudice deve avere di mira, nell'emanare i provvedimenti relativi alla prole, esclusivamente l'interesse materiale e morale della prole stessa. Il giudice può affidare il minore ad uno dei due coniugi solo quando ritenga che il rapporto con l'altro genitore sia contrario all'interesse del minore.

I rapporti relativi ai figli sono sempre modificabili.


Ferdinando Imposimato

Roma, Ottobre 2008

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